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IL DIO DELLA CARNEFICINA
Il dio della carneficina

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LO SPETTACOLO

Autore: Yasmina Reza
Regia: Roberto Andò
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Nuovo Teatro
Cast: Silvio Orlando, Alessio Boni, Anna Bonaiuto, Michela Cescon

Descrizione
A dispetto del titolo, Il dio della carneficina è una commedia “da camera” che racconta le labili fondamenta del vivere civile. Due coppie di genitori si confrontano per dirimere con civiltà una lite esplosa in strada fra i figli con tanto di denti rotti. Ma come andrà a finire? Sarà possibile una discussione calma e serena tra persone adulte? O diventerà una notte di isteria tra insulti, capricci e lacrime? I ragazzi sono ragazzi si sa… ma gli adulti finiscono per comportarsi anche peggio. Scrittrice di spicco del panorama letterario francese, sin dalla fine degli anni Ottanta, Yasmina Reza si è aggiudicata con le sue pièce più di un premio Molière. Ma il “vero” successo è arrivato solo lo scorso anno con la pubblicazione di L’alba la sera o la notte, un libro – o meglio, come lei stessa suggerisce – “uno schizzo” su Nicolas Sarkozy, immediatamente tradotto in tutto il mondo.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

DELLE MUSE
p.zza Della Repubblica - Ancona (AN)
Tel: 071 52525
Email: info@teatrodellemuse.org Sito Web: www.teatrodellemuse.org


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LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Rapaccioni

Macerata, teatro Lauro Rossi, “Il dio della carneficina” di Yasmina Reza L'IMPOSSIBILITA' DI ESSERE CIVILI Una piattaforma circolare inclinata, isolata dal palco, come sospesa. Sopra due divani borghesi rossi, un basso tavolino cosparso di libri d'arte (il Bacon della mostra al Palazzo Reale di Milano ed altri) e mazzi di tulipani infilati in tre vasi pieni d'acqua. Due coppie, di differenti età ma coi figli coetanei. Cercano un chiarimento, dopo che un ragazzino ha colpito l'altro al viso con un bastone, causandogli la caduta di due denti ed altre lesioni. Emergono subito differenze fra le due coppie, o meglio si confermano quelle differenze che appaiono evidenti a prima vista, a partire dall'abbigliamento e dall'atteggiamento. A un certo punto una delle due donne si sente male e vomita e l'attenzione si sposta dai figli a loro stessi. Presto quello che era una parlare amichevole e conciliante precipita; i quattro si trovano uno contro l'altro in differenti combinazioni: una coppia contro l'altra, poi le donne contro gli uomini, ciascuno contro il proprio coniuge, poi tutti contro tutti. “Il dio della carneficina è l'unico dio che comanda dalla notte dei tempi”. Si creano equilibri improvvisi, strane ed incongrue alleanze, ma, nella sostanza, i quattro personaggi sono uno contro l'altro. Finiscono per ubriacarsi, perdendo ogni freno inibitore, arrivando ad offendersi senza tregua. Le posizioni si rovesciano di continuo in una guerra verbale. “Chissà perchè non riusciamo a fare le cose con leggerezza, chissà perchè rendiamo tutto così faticoso. La vita di coppia è la prova più disumana che dio ci abbia imposto”. Roberto Andò orchestra i quattro attori puntando sul verbale maggiormente che sul gestuale; nella prima parte dell'atto unico i protagonisti sono principalmente seduti, poi si muovono sempre circoscritti alla piattaforma, con rare uscite dietro le quinte dall'unica porta sul fondo aperta nella parete circolare grigiastra. Azzeccata la scena, esaltata dalle belle luci (tutto di Gianni Carluccio, come i costumi appropriati). Però ci trova poco d'accordo la nota di regia riportata nei programmi della stagione, che vede “un piccolo trattato morale di teoria della cultura” in quella che, semplicemente, è una commedia, neppure troppo ironica ed originale, basata su stereotipi. Molto bravi gli attori e bene affiatati tra di loro. Alessio Boni è Alain, spavaldo e arrogante, odioso nel suo essere sprezzante nei confronti di tutti, totalmente concentrato su sé stesso e sul proprio lavoro. Michela Cescon è una Annette sempre in allarme, capace di repentini cambi di registro. Silvio Orlando è Michel, tranquillo e pacioso in apparenza ma con una notevole dose di sarcasmo. Anna Bonaiuto è una signorile e controllata Véronique, interpretata con grande forza mimetica. Teatro tutto esaurito; il pubblico si diverte e ride, fin troppo; alla fine molti applausi. Visto a Macerata, teatro Lauro Rossi, il 15 aprile 2009 FRANCESCO RAPACCIONI
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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Petra Motta

Su una pedana circolare inclinata al centro del palcoscenico, emergono un tavolino e due divani rossi, sui quali troneggiano due coppie di coniugi, i padroni di casa Veronique (Anna Bonaiuto) e Michel (Silvio Orlando), e i due ospiti Annette (Manuela Cescon) e Alain (Alessio Boni). La trama del “Dio della carneficina” di Yasmina Reza è semplice. Due bambini litigano in un parchetto di Parigi, Bruno offende Ferdinand e non lo ammette a fare parte della sua banda di ragazzini, Ferdinand si vendica rompendo con una canna di bambù labbro e due denti al rivale. I genitori dei piccoli si ritrovano a casa della presunta vittima, Bruno, per cercare di arrivare a un accordo conciliante e a una riappacificazione. Nel veloce scambio di battute tra i quattro protagonisti, nel loro dialogo abbastanza serrato, i rapporti passeranno da un iniziale fastidiosa finzione di civiltà, fino all’insulto fisico e verbale, toccando momenti esilaranti soprattutto grazie alla presenza scenica e alla comicità dei quattro interpreti. I quattro personaggi presentano le caratteristiche di altrettanti stereotipi contemporanei: l’idealista moralista benpensante Veronique, tutta presa dalla sua smania educativa e pedagogica, dalle sue battaglie per la salvezza del mondo e dei suoi abitanti, dall’Africa delle guerre fratricide alle liti tra i ragazzi del quartiere; l’ormai disilluso e disincantato Michel che, rinchiuso dietro la sua maschera di marito devoto e padre amorevole, tollerante uomo di sinistra e paziente filosofo, in realtà odia il matrimonio, le rinunce cui lo costringono i figli, il criceto prediletto della figlia; il cinico avvocato-squalo Alain, cellulardipendente, sempre occupato in telefonate con assistenti, collaboratori e clienti, nella spasmodica ricerca di un escamotage per vincere le cause più disperate; l’isterica insoddisfatta Annette, che si finge moglie perfetta e madre modello, ma è solo una delle tante desperate housewife sposate a mariti troppo presi da se stessi e dal proprio lavoro per accorgersi di loro. Seppur ben delineati, i quattro personaggi cadono spesso nel cliché dello stereotipo sul quale sono costruiti, arrivando a compiere gesti a tratti inspiegabili e forse esagerati nell’economia della messinscena, come le nausee e il conato di vomito di Annette, degno della migliore Linda Blair de “L’esorcista”, l’uso a volte grottesco del phon per asciugare i preziosi volumi d’arte sul tavolino, il cellulare gettato nel vaso di fiori, i tulipani scagliati per la stanza da un’Annette ormai fuori controllo. Episodi che strappano l’applauso e il facile riso del pubblico, grazie alla propria liberatoria irragionevolezza, ma che non sono motivati né dal dialogo, né dalla situazione. Benché i quattro protagonisti diventino sempre più simpatici agli spettatori con il procedere della piéce, alcuni loro atteggiamenti sembrano volti maggiormente a fare presa sul pubblico piuttosto che ad approfondirne la psicologia. “Il dio della carneficina” non possiede la misteriosa profondità evocata dal titolo, né il ‘furibondo humour sarcastico’ o la capacità di essere un ‘piccolo trattato morale di teoria della cultura’ promessi dal regista Roberto Andò. È una commedia nera, grottesca ma divertente, che, grazie alla vivace interpretazione della Cescon e di Boni, all’impeccabile Bonaiuto, ma soprattutto grazie alla spontaneità disarmante di Silvio Orlando, riesce a coinvolgere gli spettatori e a indurli all’applauso a scena aperta. Bergamo, Teatro Donizetti, 20 gennaio 2009
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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta

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