LA TEMPESTA
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: William Shakespeare Descrizione
Andrea De Rosa approda ora a "La tempesta" di William Shakespeare. I temi cardine - vendetta, perdono, morte, rinascita, colpa, schiavitù e ricerca della libertà - sono affrontati alla luce dell'illusione e del sogno, mentre il mondo misterioso e indecifrabile dei versi shakespeariani diventa terrreno ideale per il regista, che esprime, attraverso la trama dell'opera, il racconto dell'uomo che vive e agisce tra mondi paralleli. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diNancy Cacchiarelli Nancy Cacchiarelli LA LOCATION
DELLA PERGOLA LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Silvia Cosentino
TITANICO UMBERTO ORSINI Ci sono attori che il tempo sembra non scalfire, anzi, che dallo scorrere degli anni sanno trarre una linfa vitale destinata a segnare in modo indelebile le tavole del palcoscenico: Umberto Orsini continua a stupire, emozionare, lasciare attoniti grazie a una potenza fisica ed espressiva difficile da eguagliare. Diretto dalla sapiente mano di Andrea De Rosa, questa volta è Prospero, protagonista de La Tempesta, capolavoro shakespeariano denso di simbologie celate dietro una complessa sfera fantastica. L’isola deserta è delineata da un palco spoglio con pochi elementi: rocce in terra a delimitare lo spazio, un letto disadorno al centro e un vertiginoso drappo rosso sullo sfondo, a coprire a scoprire personaggi e situazioni al momento opportuno. La messinscena gioca sulla violenta sollecitazione dei sensi, con momenti di penombra alternati a forti luci puntate sul proscenio, cui si abbinano rumori assordanti in rottura del costante sciabordio di acque (che accoglie il pubblico già a sipario chiuso). Prospero di Orsini è claudicante, fiaccato dall’incalcolabile tempo trascorso sull’isola: la sua magia non è altro che il Teatro, la creazione di azioni e reazioni sul palco a cui tutti sono assoggettati. Come il più potente degli dei, o il più abile dei registi, il duca determina la tempesta che fa naufragare il fratello e la corte, guida i sogni e gli incubi della figlia Miranda (la delicata Federica Sandrini); tiene a bada il pietoso Calibano (Rolando Ravello), un giovane ripiegato su se stesso e tormentato da tic nervosi, e l’inquieto spirito Ariel (Rino Cassano), che, calato dall’alto con un’imbracatura, invade maestosamente la scena restando perlopiù sospeso in aria. L’anonimo e semplice abbigliamento moderno astrae la vicenda dal tempo e dallo spazio, fatta eccezione per i rigidi collari seicenteschi e la spiccata inflessione napoletana di Ferdinando. L’aspetto magico non viene supportato da alcun effetto speciale, giacché l’incantesimo sta tutto nella rappresentazione: il monologo finale con cui Prospero dà addio alla magia è preceduto dal suo malore e dall’esplicitazione dei personaggi come componenti di una compagnia. Uno a uno scompaiono dietro il drappo rosso, Ariel è liberato e acquista dimensione (ben meno affascinante) terrena, il protagonista abbandona il bastone e, con la tirata conclusiva, scompare anch’egli nelle viscere del teatro. Si resta a bocca aperta, impotenti di fronte a tanto vigore e inquietati dal non detto di cui lo spettacolo è denso; accanto all’immenso Orsini, spiccano certamente Cassano e Ravello, supportati da una valida compagine. I pochi momenti di impasse di cui la messinscena soffre sono efficacemente risolti dagli innumerevoli scossoni sensoriali ed emotivi che lasciano senza fiato, come se la trama ordita da Prospero avvolgesse anche noi. Visto il 28/01/2011 a Prato (PO) Teatro: Metastasio La recensione di Danilo Spadoni
Una tempesta di accenni ingiustificati "Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni" e ad un sogno assistiamo nell'allestimento de "La Tempesta" di Andrea De Rosa. Un sogno che ha inizio con un risveglio violento: un urlo lancinante, un vagito disperato di una donna che dal letto di un ospedale psichiatrico si desta sconvolta dall'incubo in cui ha visto le navi del Re di Napoli distruggersi nella tempesta. Quella donna non è una pazza, non siamo in un ospedale psichiatrico ma solo sull'isola in cui Prospero, il deposto Duca di Milano, vive da molti anni con la figlia Miranda. Un’isola eterea dall'atmosfera algida. Al centro un lungo drappo scarlatto scende dal cielo fino al terreno roccioso e arido, dietro al letto in cui Miranda dormiva. Suoni di natura e magia saturano di rumori indefiniti l'aria in cui tutti i personaggi vagano sempre assieme, ma ognuno perso nel proprio sogno. L'unico consapevole, desto e padrone degli accadimenti, è Prospero - Umberto Orsini - che ricerca, con l'aiuto dell’aggiogato spirito dell'isola Ariel, la propria vendetta sui suoi detrattori: il fratello Antonio e il Re di Napoli. La ricerca della vendetta è un viaggio interiore e purificatore con cui Prospero rivive la propria vita per giungere trovando se stesso "quando nessuno era padrone di sé” (Gonzalo atto V). Tutto è quindi nella regia di De Rosa ricondotto a questo percorso interiore di Prospero-Orsini: è suo il sogno a cui assistiamo. La complessa e articolata commedia shakesperiana è stata ridotta - anche testualmente - al viaggio onirico e mentale di un uomo, di un attore, che ripercorre il proprio dramma per riappropiarsi della propria umanità fino a chiedere, nell’epilogo di Prospero: “liberatemi da ogni inceppo con l'aiuto delle vostre valide mani [...] fate che io sia affrancato dalla vostra indulgenza”. La storia, i personaggi sono solo funzionali al percorso di liberazione del personaggio-attore e perdono di sostanza e concretezza. E così abbiamo un Ariel senza consistenza annullato nell'orrizontalità dell'interpretazione e nella verticalità di un sali e scendi fisico attraverso un'imbragatura che lo lega alla gratticcia (tra l'altro di strehleriana memoria), mentre gli altri attori vagano da una parte all'altra dell'isola-mente come automi, sempre presenti anche quando non coinvolti nell'azione, creando un situazione confusa in cui non sempre si comprende cosa accade o in che punto siamo della storia. Di pregio è il Colibano di Rolando Ravello che porta in scena, non un mostro tribale, ma un credibile disadattato psichico, fragile e ossessionato dal proprio sesso. Un’ottima interpretazione che però stona con il resto della messa in scena o, forse, accenna a qualcosa che non emerge con chiarezza. Altri accenni, come la scelta del letto psichiatrico, gli abiti da clocharde di Prospero, alcuni riferimenti visivi e addirittura una battuta beckettiana tra Ariel e Prospero (A che servo io? - A darmi la battuta.) fanno pensare ad un legame, un'aspirazione, ma Prospero non è Hamm o l'innominabilie e tutto rimane vago. Oltre gli ammiccamenti a Beckett e altre immagini - come il cristologico spezzare del pane al banchetto per gli innamorati – ingiustificato e deludente è il finale in cui Prospero diventa Orsini e per un attimo la finzione teatrale si interrompe e la realtà diviene mera finzione. Un finale forse che tenta di chiarire l’idea registica di ridurre tutto alla ricerca interiore dell’uomo, attore e personaggio, ma che lascia solo perplessi. Fortunatamente e grazie ad un'ottima prova d'attore di Umberto Orsini, gli ultimi istanti di spettacolo riprendono l'aspetto dell'arte con l'abito di parole del grande Shakespeare.Visto il 26/01/2010 a Genova (GE) Teatro: Della Corte La recensione di Roberta Diglio
"La tempesta" di De Rosa Si fa sala a sipario aperto, la luce è unica, totale, illumina contemporaneamente sia la platea che il palco, unendo in maniera suggestiva le due realtà. Una giovane su un letto, a metà strada tra l'etereo e l'ospedale, domina la scena. E poi entra lui, Umberto Orsini, il grande protagonista dello spettacolo, sotto il cui occhio (o, per meglio dire, quello di Prospero), vigile e mobile, si svolge tutta la narrazione. Un attore dal nome sicuramente importante, ma che non offusca i suoi compagni di scena: piuttosto, vuoi per il personaggio, vuoi per la personalità del maestro, li guida per mano attraverso il tempo e lo spazio della drammaturgia, in maniera onesta, pacata e discreta, come se già conoscesse lo svolgimento e l'epilogo della vicenda. Shakespeare stesso, nella sua opera, è attento all'unità di spazio e tempo, creando così una pièce teatrale che si svolge in un solo pomeriggio: e le scelte registiche di De Rosa lo sottolineano. Sono scelte registiche che uniscono i luoghi della narrazione, come se l'isola fosse il centro di gravità delle magie e del potere soprannaturale, delle forze evocate e governate da Prospero, come se ogni cosa e ogni persona finissero inevitabilmente ingoiate dal buco nero della scena, centripetamente. Non c'è possibilità di evasione. Nè ne "La tempesta" di Shakespeare, né nella regia di De Rosa. Tutto deve necessariamente tornare al centro, non c'è altra via d'uscita - forse è la vecchia storia del mondo. Ci sono riferimenti spazio-temporali, ma anche solo il fatto di essersi ritrovati in quest'isola fuori dal tempo contemporaneamente li nega. I costumi di chi arriva da fuori, ad esempio, hanno chiari connotati storici. Quelli di chi è sull'isola, no. Anzi, fanno l'occhiolino al contemporaneo, allo spettatore. Chi è stato trapiantato sull'isola si è spogliato di tutto, ma non dei suoi ricordi, dolorosi, e dei suoi valori. Il tradimento e il successivo perdono - perché Shakespeare, alla fine della sua carriera, dà un segnale di positività - rimangono. Soprattutto il tradimento, tema così caro al drammaturgo inglese, causa dell'arrivo su quell'isola, isola su cui necessariamente bisogna arrivare, per la resa dei conti, per espiare. Tema dell'espiazione che si vedrà, poi, anche in un'altra forte trovata registica: una riproposizione dell'Ultima Cena, che diventa anche platea da cui osservare la follia di chi fu carnefice. Uomini che diventano animali, animali che diventano uomini: tutto questo si può trovare nell'opera di De Rosa. Particolarmente d'effetto, ad esempio, è la resa del personaggio di Calibano. La rappresentazione, in toto, è discreta, e fedele allo spirito shakespeariano. Alla fine, il monologo dello straordinario Orsini, che meriterebbe anche da solo la visione di tutto lo spettacolo: il monologo della rinuncia di Prospero alla magia, che è stato spesso visto come autobiografico, come il monologo dello stesso Shakespeare alla scrittura.Visto il 24/11/2009 a Roma (RM) Teatro: Eliseo La recensione di Gianmarco Cesario
Orsini esiliato nell'isola che non c'è Grande attesa per l’apertura della nuova stagione del Teatro Stabile Di Napoli, quest’anno incentrata sul confronto Shakespeare-Beckett, e pertanto affidata al neo-direttore Andrea De Rosa, impegnato in un allestimento di uno dei testi più controversi eppure più rappresentati del Bardo “LA TEMPESTA”. Prestigiose firme registiche di cinema e teatro hanno trattato in passato l’opera senile del grande autore, tra i tanti ci piace ricordare Strehler, Greenway e Jarman, tre “director” che hanno saputo fare loro un’opera che appare inconsueta nel panorama produttivo di Shakespeare, essendo essa così poco incline alla coralità ed all’intreccio di cui sono espressione tipica gran parte delle sue opere. La vicenda, infatti, come è noto, si avvolge intorno a Prospero, Duca di Milano esiliato con l’inganno da congiurati capeggiati dal suo stesso fratello con la complicità del Re di Napoli, e tutto il micro o macro cosmo che lo circonda agisce unicamente per suo volere, come marionette di cui lui è unico marionettista. Si resta pertanto evidentemente perplessi nel riscontrare che intorno ad uno straripante Umberto Orsini-Prospero, il resto dei personaggi, compresi i il “mostro” Calibano ed il folletto Ariel, solitamente oggetti di grande creatività interpretativa per registi ed attori, scompaiono in una riduzione concentrata ancora di più sul protagonista. Apprezziamo molto la validità registica di De Rosa, che soprattutto in “Elettra” ma anche in “Maria Stuarda” ha dato prova di acume ed originale rispetto per il teatro classico, con la realizzazione di interessanti idee innovative, ma non possiamo non notare che l’operazione risulti eccessivamente reverenziale nei confronti del grande attore che in questo caso, inoltre, incontra un personaggio che, per dirla tutta, appare poco vicino alle sue corde interpretative. Infatti la prima parte dello spettacolo, che complessivamente dura appena 90’, risulta una rilettura pirandelliana o strindberghiana di Shakespeare, evidenziata non tanto dalla contemporaneità della foggia del costume di Prospero, in contrasto con i seicenteschi abiti di scena di cui sono abbigliati i naufraghi, quanto dalla ricerca di un tormento psicoanalitico (a cui non è esente nemmeno l’impostazione del personaggio di Calibano, reso con equilibrio da Rolando Ravello) tipico del teatro del primo novecento in cui Orsini è impareggiabile interprete. Come Prospero anche Miranda, Calibano ed Ariel (interpretato da un sacrificato Rino Cassano, a metà tra la citazione Strehleriana e gli omini di Magritte), si stagliano come nostri contemporanei, portandoci idealmente ad abitare con loro l’isola del naufragio, su cui troneggia un lettino da ospedale psichiatrico in cui Miranda, così come l’Amleto di Alessandro Preziosi vedeva il fantasma del re, nel delirio di un incubo vede il naufragio della nave dei congiurati. Un’isola in cui la magia descritta da Shakespeare si realizza in scena grazie ai sempre indovinati e suggestivi effetti sonori realizzati da Hubert Westkemper, ed in cui i naufraghi vagano con indolenza, ad eccezion fatta per il Re di Napoli interpretato da un eccellente Francesco Silvestri. Lo spettacolo scorre con tiepida tranquillità fino ad un sottofinale in cui un’incomprensibile scelta registica (che non andremo a svelare) spezza una tensione che per fortuna Orsini, nello splendido monologo finale, riesce a recuperare con estrema bravura, riscattando una rappresentazione apparsa fino a quel momento onesta, ma senza suscitare particolari entusiasmi.Visto il 21/10/2009 a Napoli (NA) Teatro: San Ferdinando SOCIAL & C.SEGNALIAMOGLI ANNUNCI: NEWSLETTERIL CARTELLONEIN SCENA |