IL PIACERE DELL'ONESTÀ
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: Luigi Pirandello Descrizione
Si tratta di un nuovo appuntamento dell'attore siciliano con il drammaturgo, dopo il trionfo de “L'uomo, la bestia e la virtù”, che negli ultimi anni è stato uno degli spettacoli di maggior successo il tutta Italia (oltre novantacinquemila spettatori). Attore nel profondo, Gullotta torna a Pirandello per incantare e appassionare la platea. Il personaggio Angelo Baldovino, uomo privo di moralità, accetta solo per ‘il piacere dell’onestà’ di sposare una ragazza che aspetta un figlio da un uomo sposato. L’ennesimo ‘matrimonio bianco’ serve a Pirandello per mandare in cortocircuito il rapporto tra essere e apparire.La storia di un uomo che ha attraversato la disonestà ma che sceglie poi di essere onesto: è un viaggio inquietante nei sentimenti. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
DELLA PERGOLA LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Wanda Castelnuovo
COM'È SCOMODA L’ONESTÀ!
Un grandissimo Leo Gullotta rende incredibilmente attuale Angelo Baldovino, un uomo fallito anche e soprattutto umanamente se accetta di sposare Agata Renni - una ragazza di buona famiglia che attende un figlio dal marchese Fabio Colli, ‘rispettabile’ esponente della locale nobiltà con il non piccolo handicap di essere sposato - spinto dalla necessità di far quadrare una precaria situazione economica. Visto il 21/04/2010 a Milano (MI) Teatro: Nuovo La recensione di Carmen Loiacono
Gullotta, il perbenismo, l'onestà e le lucciole Il primo grande merito de "Il piacere dell'onestà" diretto da Fabio Grossi è stato di aver portato le lucciole in teatro. Deliziose, piccole luci in movimento, anche al teatro Politeama di Catanzaro hanno chiuso il primo atto scendendo insieme alla notte sulla foresta che circonda la casa di cristallo in cui Fabio, Agata e sua madre vivono. Tutto intorno un campo che è in realtà la vita stessa: la madre di Agata e lo stesso Fabio non possono camminarci, vittime di un perbenismo senza confini ma soprattutto senza contenuti, sono terrorizzati al solo accenno a farlo. Agata e il suo promesso sposo, Angelo Baldovino (un Leo Gullotta straordinariamente in forma) invece no: loro sono consapevoli delle loro azioni e ciò che è esterno alla casa non può fare loro paura in alcun modo. Una casa di cristallo, dicevamo, che lo scenografo Luigi Perego per la produzione del Teatro Eliseo ha voluto riprodurre a tutto tondo, sul palcoscenico: dall'esterno si vede tutto, al limite si possono chiudere le porte per non far sentire ciò che si dice, ma quel che succede è evidente a tutti. E' nella struttura, richiamata dalla poesia di Palazzeschi offerta in apertura come una filastrocca per bambini, che risiede il senso dell'opera pirandelliana. A metterlo in scena un gruppo di abili interpreti sui quali ben poco è possibile aggiungere a quanto già detto: di fianco a Gullotta, c'erano Martino Duane (più che convincente), Paolo Lorimer (un felice ritorno dalle nostre parti, sempre azzeccatissimo nel ruolo) e poi Mirella Mazzeranghi, Valentina Beotti, Antonio Fermi, Federico Mancini, Vincenzo Versari. Tutti vittime e carnefici: solo Angelo e Agata riescono a uscire dal giogo cui tutti, civili e religiosi, sono sottomessi. E non detto che ne escano indenni. I costumi in questo spettacolo collaborano al percorso seguito dai personaggi, li aiutano nell'identificazione - netta come in ogni opera del grande agrigentino - ben distinta fra i ruoli, scuri i "colpevoli", bianchi gli "innocenti", marroni coloro che riescono a uscirne quantomeno coscienti della propria condizione, Agata e Angelo. Inutile ancora soffermarci su quanto bravo sia Gullotta: basta un movimento degli occhi a descrivere le complessità dell'anima. Semplicemente straordinario: a lui, ma anche agli altri, la doverosa ovazione finale del pubblico catanzarese, partecipe come non mai, in un silenzio rispettoso, dell'opera andata in scena.Visto il 30/03/2010 a Catanzaro (CZ) Teatro: Politeama La recensione di Laura Mancini
Terzo anno di tournée per Gullotta/Baldovino La scenografia singolare catalizza per prima lo sguardo dello spettatore, presentando al centro di un boschetto fiabesco e surreale una casetta trasparente che ricorda i versi di Aldo Palazzeschi del 1913 “Io sogno una casina di cristallo (...) ma che sia tutta trasparente: di cristallo. / Non nasconderò più niente ala gente…”. Quel paesaggio e quell’atmosfera vogliono forse sostenere la visione di Fabio Grossi de “Il piacere dell’onestà” che nella sua drammaturgia, pur mantenendo l’intensità e la serietà dell’originale, riprende alcune caratteristiche della favola in cui il “cattivo” si traveste da “buono” e i personaggi “perbene” assumono l’espressione della bestialità. Così, in questa commedia, chi era apparso al sommario giudizio degli altri un disonesto a cui affidare un’azione infame si rivela invece una persona rispettabile e chi agli occhi dei buoni borghesi godeva di alta considerazione, si manifesta per quello che é: un uomo mediocre nelle azioni e nei sentimenti. Un magnifico Leo Gullotta si presta ad interpretare un riadattamento del testo che omette i termini più obsoleti del linguaggio Pirandelliano, rendendo più che mai vivi e vicini al pubblico contemporaneo i discorsi di Angelo Baldovino. Al suo fianco, si dimostrano all’altezza della prova gli altri protagonisti, spaventati dall’insolito personaggio che vuole condannare le maschere, considerate da tutti una sorta di protezione che preserva le relazioni umane; un uomo che viene a portare ad ogni costo, in questo apparente contesto fiabesco, la “verità” e l’ “onestà”, “oro sonante” – come dice lui stesso – il cui valore non è riconosciuto in una società abituata a soldi di carta – quei soldi che equivalgono alle “costruzioni” che ciascuno innalza attorno alla propria persona. Ad aprire la commedia sono la madre di Agata e l’amico di famiglia Maurizio: la signora gira ripetutamente attorno alla sua poltrona con fare meccanico, il suo movimento appare obbligato ed innaturale e sta ad esprimere, forse, il nervosismo e l’ansia del personaggio; in contrapposizione al suo stato d’animo c’è l’immobilità di Maurizio che rimane tutto il tempo seduto, forte di una certezza che tutto andrà per il meglio che lo rende stranamente rilassato. Sono questi due personaggi ad anticipare certi discorsi tipici di Pirandello, che verranno poi sviscerati da Baldovino, incentrati sull’apparenza: l’apparenza da “salvare”, l’apparenza vista come un “belletto” che pur non curando il malato lo fa sembrare sano. Ogni interprete della commedia riesce a dare sfaccettature diverse a quell’unica entità di cui in un certo senso fa parte : la “famiglia” o piuttosto la “società”, in contrapposizione all’unico personaggio di Baldovino: Agata e sua madre, Fabio ed il cugino Maurizio o il socio in affari, il parroco che deve celebrare il battesimo; personaggi, tutti, caratterizzati nel minimo dettaglio eppure accomunati da quel moto di “conservazione” delle apparenze che li porta a domare costantemente la “bestia” dentro di loro, vincolati dal patto stretto col loro salvatore/antagonista che potranno rompere solo a costo della loro apparente onestà.Visto il 06/03/2010 a Roma (RM) Teatro: Eliseo La recensione di Francesco Principato
Una fredda casa di vetro Dopo il successo conseguito con ‘L’uomo, la bestia e la virtù’, la stessa produzione ci riprova con ‘Il piacere dell’onestà’ affidando anche questa volta il ruolo principale a Leo Gullotta e confermando la direzione di Fabio Grossi. In questo allestimento il regista, ispirato da una poesia di Aldo Palazzeschi, porta al centro della scena un edificio di vetro, una trasparente casa borghese affinché tutti possano guardare per giudicare gli abitanti della lussuosa dimora. I personaggi stanno cercando di porre rimedio ad un avvenimento immorale: la giovane amante del marchese Colli, che come si suol dire è ‘felicemente sposato’, aspetta un bambino. Per cui per salvare l’onorabilità della nobile famiglia e della ‘casta’ signorina, il padre naturale e la madre della fanciulla mettono in pratica una soluzione ‘edificante’: arruolano Angelo Baldovino, un uomo dalla vita dissennata, per far sposare la giovane puerpera. In cambio gli saranno cancellati tutti i debiti contratti. L’unica condizione che il finto padre deve soddisfare è quella di mantenersi onesto. Nella casa di vetro assistiamo alle fasi della decisione, alla trattativa con il dissoluto Baldovino, perfino ai preparativi del battesimo del bambino. Partecipiamo al tentativo di intrappolare il finto padre in un’accusa di latrocinio per poterlo ‘liquidare’ dopo il matrimonio riparatore. Assistiamo da testimoni alle iniquità, alle cattiveria, alla disonestà della famiglia ‘perbene’ fino all’imprevisto epilogo: Baldovino dà prova di tutta la sua rettitudine morale nel portare a compimento il suo ‘contratto’, missione svolta per il semplice piacere dell’onestà. I ruoli dunque si invertono: il nobiluomo civile mostra tutto il suo cinismo e la sua meschinità , il lincezioso Baldovino si dimostra ancora retto e irreprensibile, anche nel rispettare un contratto ormai privo di controvalore; onesto fino all’ultimo, fino a indurre l’oculata neo mamma Agata a convincersi della dirittura morale di Baldovino, al punto di seguirlo dopo essere stato cacciato dal marchese. Una casa trasparente sul palco dicevamo, ma più che di vetro è sembrata una casa di ghiaccio. Troppo fredda l’impostazione dei personaggi, troppo gelide spesso sono sembrate le interpretazioni del marchese Colli e di mamma Maddalena, forse troppo ‘borghesi’ al punto da non forare la quarta parete per emozionare il pubblico, per renderli partecipi di quel che per loro era un dramma da risolvere. Meno male che a questo ci ha pensato Leo Gullotta che ha dato anche questa volta prova di una maturità artistica eccezionale: in un personaggio impostato in veste sagace e colta, ha trasmesso pathos e umanità, semplicità e maestria, tensione e padronanza, strappando un irresistibile applauso al suo pianto finale. Perché finisce piangendo Baldovino, e non di felicità per il gesto solidale di sua moglie Agata: piange perché è cosciente che l’essere onesto lo fa diventare un rifiutato, un diverso, un’eccezione in un mondo , a quel tempo, di maschere perbeniste. Oggi la disonestà non ha più bisogno di simulare.Visto il 04/03/2010 a Agrigento (AG) Teatro: Pirandello Comunale La recensione di Anita Curci
Il piacere dell'onestà Questa commedia, come tutta la straordinaria produzione pirandelliana, rappresenta uno dei tanti viaggi del drammaturgo agrigentino nell’inconscio umano e nelle sue assurde contraddizioni. Antonio Gramsci, in una recensione per l’”Avanti!” a Il Piacere dell’Onestà in scena per la prima volta al teatro Carignano di Torino la sera del 25 novembre 1917, definì Pirandello “un ardito del teatro”. E così è, ormai in maniera risolutiva, immortale, per la sua stupefacente grandezza, per il suo acume memorabile e l’ostinazione nel voler denudare l’essere umano per porlo di fronte a ciò che rappresenta nella sua autentica essenza. Gramsci scriveva, infatti: “Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti, di pensiero…”. Un mito, dunque, che oggi continua a fornirci input psicologici. In questa commedia Angelo Baldovino è il mezzo grazie al quale i personaggi in ballo si accorgono di essere attori nella loro stessa vita, di sostenere una parte fasulla, governata dai futili dettami di una società malata. Angelo Baldovino accetta un ruolo, quello del marito onesto, e sosterrà il peso di una maschera, difendendola ad ogni costo fino alla fine con meticoloso rigore, pur di rispettare i patti. Il suo arrivo in casa Renni sconvolge la vita di tutti i personaggi coinvolti, comprimendone le pretese, l’egoismo, la personalità, e assoggettando ognuno a quelle condizioni che essi stessi avevano posto come clausola inalienabile, l’onestà. Gli individui in scena, allora, si smontano psicologicamente, si frazionano e si interrogano su loro stessi, sulle loro azioni. La ricomposizione finale è grandiosa, proprio come il lettore/spettatore non sospetta ma auspica. Un gran bel capolavoro che però chi ha letto la versione originale non ritroverà nello, fedele solo nel testo, spettacolo di Leo Gullotta. Gullotta, che aveva già sperimentato Pirandello nella messa in scena di “L’uomo, la bestia e la virtù” riscuotendo un notevole successo in tutta Italia, propone quest’anno “Il piacere dell’onestà” percorrendo le orme del copione originario in maniera piuttosto aderente, solo la sceneggiatura è ricostruita secondo intenti nuovi e, probabilmente per questo, in forte disarmonia con il resto della rappresentazione. Al centro del palco la struttura di una casa in plexiglas vorrebbe richiamare l’immagine di “una casina di cristallo da dove non si può nascondere più nulla alla gente”, idea presa in prestito da una poesia di Aldo Palazzeschi del 1913: “…Io sogno una casina di cristallo/ proprio nel mezzo della città, nel folto dell’abitato…”. La casina appare adagiata in un bosco, isolato dal resto dell’umanità, mentre la commedia nelle intenzioni di Pirandello si svolge in una elegante casa nel bel mezzo di un diverso contesto urbano. Si è cercato il valore simbolico del denudarsi di fronte alla società per piacere dell’onestà, scegliendo appunto la casina di cristallo come movente emblematico, ma si è perso in coerenza dal punto di vista fattivo. Infatti, decidere di modernizzare la scenografia e lasciare intatto il testo non ha condotto a quel connubio armonico che poteva rendere invece superba la qualità dello spettacolo. Si poteva oppure scegliere di ricomporre il tutto secondo una visione attuale del mondo, lasciando integro il senso, il valore intrinseco dell’opera. Indubbio, tuttavia, il merito degli attori e dello stesso Leo Gullotta che resta un interprete di notevole spessore. Immancabili naturalmente gli applausi di un pubblico molto soddisfatto, entusiasta e favorevole. Napoli, teatro Diana, 25 novembre 2009Visto il 25-11-09 a Napoli (Na) Teatro: Diana La recensione di Roberto Rinaldi
Un bosco dalle tinte pastello, alberi altissimi che compongono le quinte, un prato erboso copre l'intero palcoscenico. Al centro una casetta girevole trasparente in cui l'azione verte intorno al matrimonio di convenienza per riparare la gravidanza di Agata Renni (frutto di una relazione con il marchese Fabio Colli), con Angelo Baldovino, nobile decaduto e ritenuto disonesto per un debito mai saldato. Un marito per salvare le apparenze ed evitare la vergogna. L'ipocrisia della coppia di amanti, la complicità della madre, gli intrighi del cugino del marchese, sono messi a nudo dalla regia esemplare di Fabio Grossi che li sviscera sotto gli occhi di tutti nella vetrina di plastica trasparente, così facendo crea un ambiente astratto, senza la consueta scena borghese, ma per questo ancora più efficace dal forte impatto visivo e psicologico. Un'idea asciugata da facili interpretazioni al testo, senza aggiungere nulla con pirandellismi di maniera. Nella casa regna il conformismo, il finto perbenismo, la morale corrotta. Fuori il bosco fatato, onirico, visionario, ma purificato dal quale esce da una porta impressa in un albero, Leo Gullotta, l'uomo onesto. Un'entrata simbolica, efficace, frutto del felice intuito del regista nel far capire come l'uomo non si presterà a compromessi, bensì rivendicherà il suo status di persona integerrima e irreprensibile. Lui appartiene ad una generazione ancora convinta che i valori morali siano alla base di una società onesta, tema attuale anche oggi dove i facili paragoni ci riportano alle vicende di cronaca di tutti i giorni. Calano dall'alto piccole luci che rappresentano le lucciole, segno di purezza. Pirandello smaschera l'uomo e la sua maschera sociale, analizza e giudica tra coloro che preferiscono apparire invece che essere, ribaltando i ruoli stravolgendo l'ordine costituito. Non è un uomo dimesso e “piccolo” ma si rivela determinato, anche antipatico, costringendo gli altri a confrontarsi con la propria coscienza. Scatta la trappola e i cinici protagonisti della farsa subiscono le reprimende e la severa conduzione della gestione famigliare, da tutti indesiderato. Leo Gullotta riveste questo ruolo con una sapienza recitativa straordinaria. La scena si inquieta con la tempesta dove folate di vento, lampi e tuoni scuotono la casa, dal cielo cadono foglie secche. Un effetto per nulla naturalistico che rende bene l'agitazione interiore di coloro si vedono costretti a subire l'onestà del marito, onesto per credo e non per convenzione. Cade nel vuoto anche una accusa di furto creata con un sotterfugio dal marchese, invano tentativo di sbarazzarsi di Angelo Baldovino, troppo scaltro e intelligente per farsi imbrogliare. È grazie a questa falsa accusa che il marito ha in pugno tutti, costretti a condividere la sua onestà che fa dire a Gullottà “Ma se la donna è sua, e non mia: se il figliolo è suo, e non mio, non capisce che non basterà che sia onesto soltanto io? Onesto io, onesti tutti. Per forza!” Non c'è scampo. Cade la maschera e trionfa la legalità di un uomo deciso ad andarsene da quella casa, tacciato di aver rubato del denaro, ma non solo, la moglie decide di seguirlo e condividere la sorte del marito. Oltre al bravissimo Gullotta si distinguono tutti gli altri: Martino Duane, Paolo Lorimer, Mirella Mazzeranghi, Marta Richeldi, Antonio Fermi, Federico Mancini, Vincenzo Versari.
Bolzano Teatro Comunale 15 gennaio 2008
La recensione di Gianmarco Cesario
“Il Piacere dell’onestà” è una delle prime commedie scritte da Pirandello, che da uomo del primo Novecento ha ritratto con le sue opere i conflitti dei suoi simili e della società a lui contemporanea, utilizzando una prosa sempre intrisa di quel “moralismo-amorale” dettato anche dalla provincia siciliana in cui egli nacque. Al centro della vicenda di questa commedia abbiamo Angelo Baldovino, praticamente un fallito, un uomo di scarsa moralità, ritenuto pronto ad accettare ogni proposta per guadagno, che accetta di sposare Agata, messa incinta dal già ammogliato marchese Fabio Colli. Baldovino prende però la cosa con serietà e dichiara che nello sposare Agata per finta egli intende finalmente “sposare per davvero l’onestà”, obbligando a se stesso e agli altri uno stile di vita irreprensibile. Fabio, esasperato anche da Agata, che dopo il matrimonio non vuole più avere contatti con lui, crea una società e chiama Baldovino a farne parte, sperando che rubi e accusarlo di disonestà e liberarsi di lui. Baldovino si comporta invece con competenza e rigore morale, risultando d'esempio agli altri. A Fabio non resta che tendergli una trappola; ma Baldovino lo smaschera di fronte ad Agata e, ricordandogli che il tentativo tornerebbe a danno del bambino che porta il suo nome, si dice, comunque, pronto ad andarsene, purché a rubare per lui sia Fabio al quale va accollato tutto il peso dello squallido intrigo. A questo punto tutti, in particolare Agata, lo pregano di rimanere.
Lamberto Puggelli, che è tornato a dirigere questa piece a 25 anni dalla storica edizione con il compianto Alberto Lionello ed Erica Blank, cala l’azione in una scenografia che rappresenta un “non luogo” il cui fondale, posizionato a metà del palcoscenico così da costringere gli attori in uno spazio quasi claustrofobico, è costituito da due enormi specchi frammentati, dalle cui schegge ci arrivano i riflessi distorti e scomposti dei personaggi in azione mescolati alle proiezioni di dipinti della prima metà del secolo scorso, dalle piazze vuote di De Chirico, agli uomini di Magritte, il tutto a suggerirci la perdita di identità sociale dell’uomo del Novecento. Ma la forza dello spettacolo, oltre la suggestioni della suddetta scenografia, supportata da un disegno luci particolarmente indovinato, sussiste nella grossa prova interpretativa degli attori. Giuseppe Pambieri è un Baldovino dapprima freddo, quasi monocorde nella sua pedanteria, poi, una volta divenuto padrone della situazione e delle vite delle sue “vittime”, assume i toni conviviali ed esuberanti necessari per la “facciata” da esporre in società, facciata da cui viene spogliato nell’epilogo in cui diviene dolorosamente vero, donando al pubblico momenti di emozione pura. Lia Tanzi, dal canto suo, nell’interpretare Maddalena ci offre un’ ampissima gamma di toni, al limite del virtuosismo, confermando di essere una delle poche vere “signore” del teatro italiano. Non di meno risultano convincenti Antonio Fattorini, un Fabio sfuggente e smarrito nella sua meschinità, Alessandra Raichi, che conferisce alla sua Agata il giusto vigore, supportata da una fisicità appropriata, per concludere con Nino Bignamini (Maurizio) e Orazio Strabuzzi (il parroco) ottimi interpreti di due personaggi calati perfettamente nell’ipocrisia “pirandelliana”. Una volta tanto quindi uno spettacolo interpretato da attori che non urlano ma recitano, attori di quella qualità di cui purtroppo da un po’ di tempo si sono perse le tracce e di cui il pubblico sente la mancanza, ed infatti ha salutato lo spettacolo con applausi giustamente calorosi.
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