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IL MALATO IMMAGINARIO
Il malato immaginario

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Seguo Lavia da molti anni e mi piace la sua voglia di sperimentare. Anche in questo caso, soprattutto nel primo tempo, ha dato fondo ad un immaginario...

Seguo Lavia da molti anni e mi piace la sua voglia di sperimentare. Anche in questo caso, soprattutto nel primo tempo, ha dato fondo ad un immaginario...

Lavia molto bravo, come al solito e anche la figlia ma lo spettacolo è completamente stravolto, troppo eccessivo....un po' mi ha deluso

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LO SPETTACOLO

Autore: Molière
Regia: Gabriele Lavia
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile dell'Umbria/Compagnia Lavia Anagni
Cast: Gabriele Lavia, Pietro Biondi

Descrizione
Gabriele Lavia torna ad un altro testo simbolo della produzione di Molière, a lui particolarmente congeniale per qualità della drammaturgia e spessore dei personaggi. Il malato immaginario è una commedia composta nel 1673. Intesa dal suo autore come una farsa, è inframmezzata da intermezzi musicali e balletti giustapposti alla commedia, inseriti all'unico scopo di compiacere i gusti di Luigi XIV, lasciando però intatta la struttura dell'opera. Da molti ritenuto il capolavoro assoluto del teatro di Molière, Il malato immaginario narra le disavventure di un ipocondriaco Argante, padre di una bella figlia, marito di una donna opportunista e fedifraga e vittima di uno sciame di dottorini-avvoltoi salassatori e ciarlatani.

Date repliche a cura di
Igor Canto
Scheda spettacolo a cura di
Igor Canto

LA LOCATION

DELLA PERGOLA
v. della Pergola 18 - Firenze (FI)
Tel: 055 22641
Email: teatro@pergola.firenze.it Sito Web: www.pergola.firenze.it


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LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Principato

Mòliere e il moderno 'Mal di vivere'

Il teatro Luigi Pirandello di Agrigento riceve gli spettatori a sipario aperto: sulla scrivania di Argante c’è un magnetofono, la scena è nera e profonda ma si allunga anche fin quasi fra le sedie della platea. Compare sul palco Il malato immaginario, poi anche Antonietta e ci sembra di ‘vedere’ la drammaturgia di Ionesco, de ‘Il re muore’. Gabriele Lavia detta i suoi malanni ad un vecchio registratore e poi si risente, si risente ‘Malone muore’ di Beckett. Le concezioni del Nuovo Teatro, la riconsiderazione della drammaturgia tradizionale, l’emergere del sentimento dell’assurdo e la constatazione dell’impossibilità della comunicazione tra gli esseri, in mancanza di un linguaggio portatore di senso, incontrano il più classico dei testi di Jean-Baptiste Poquelin, in arte Mòliere.
Ne nasce una rappresentazione geniale che riesce ad andare anche oltre al teatro dell’assurdo, riesce a investire e a penetrare quasi tutto il malcostume, le immoralità di un’intera società, il male di vivere che, paradossalmente, costringe il malato a cercare la cura invece di cercare la guarigione, condannato in anticipo.
L’Argante/Lavia cerca scampo cercando di accaparrarsi il potere, cercando di far sposare alla figlia un medico, colui che possiede l’autorità più grande: quella di decidere della vita o la morte di ogni uomo. Quell’autorità che benevolmente ti cura ma guai a volersene ribellare. Ben lo sperimenta il malato immaginario quando rimanda fino a rifiutare il clistere depurativo, all’ultimo istante, proprio un attimo prima dell’intervento. E in quel Lavia con le nude terga in vista, pare rispecchiarsi un’intera società, questa, che per giunta sembra incapace di rivoltarsi all’enteroclisma quotidiano.
Ma Argante, sobillato alla rivoluzione dal fratello Beraldo riesce, se non a guarire, almeno ad agire per il giusto, secondo la legge in fondo. Perché desume che la legge va rispettata in quanto giusta, non in quanto legislazione. E si ribella allo stesso autore della commedia, reo di mettere in scena tanto dolore, fisico e morale, e a farsene per giunta beffe. Argante si immagina lui dottore (‘basta un vestito giusto per diventare medico’) e inveisce contro il malato Mòliere fino a volergli far sputare sangue e a vederlo morire.
Chi si aspettava di assistere a una rappresentazione della commedia dell’arte o della commedia di costume, avrà avuto una grande sorpresa. Ma d’altronde chi si può aspettare dal genio e dalla passione di Umberto Lavia una recita tradizionale?
L’attore e regista, pur cercando di rimanere fedele all’autore, ‘tradisce’ la commedia: inventa personaggi caricaturali o iper-reali. Porta in scena dottori simili a gallinacci dominatori e predatori della società-pollaio, una moglie mantide in guepiere e gambe mozzafiato, la figlia e il suo spasimante  dai toni e dalle movenze di rappers, il fratello Beraldo simile al collodiano grillo parlante. Solo la cameriera Antonietta, in abito semplicissimo e a piedi nudi, ha l’aspetto normale dell’assennatezza.
E quando alla fine, sventati gli inganni, Argante si ritrova solo, crollano le scene e tutti i personaggi si stagliano immobili contro le pareti ottocentesche del Pirandello: finito il teatro non resta più nulla.
Grande prova di Gabriele Lavia sia come interprete che come regista e ottime le recitazioni degli attori, di tutti al punto che la citazione diventerebbe la replica dell’intera locandina.
In questa stagione abbiamo contato almeno cinque messe in scena di quest’ultima opera seicentesca, ognuna rivisitata e riadattata. Ci chiediamo se ormai l’originalità della regia di opere classiche non consista proprio… nell’immaginarle e rappresentarle per come sono state scritte e figurate.  Anche se questo allestimento, nonostante l’unico neo della durata superiore alle tre ore,  ci è sembrato un’opera veramente eccellente. Quasi originale.
 

Visto il 07/04/2011 a Agrigento (AG) Teatro: Pirandello Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Principato


La recensione di Francesco Rapaccioni

IL MALATO DI SAMUEL BECKETT

Gabriele Lavia, negli appunti di regia contenuti nel programma di sala, sottolinea l'ambiguità del titolo, chiedendosi se sia la storia di un Malato (soggetto) immaginario (predicato) oppure di un malato (predicato) Immaginario (soggetto). In fondo, basta spostare l'enfasi su una parola piuttosto che su un'altra e cambia tutto.

La pièce è aperta da Molière in persona in abito barocco. Il levarsi del sipario rivela uno spazio praticamente vuoto, se non per una scrivania in proscenio e un letto sotto una lampada, un letto che rimanda a quelli degli ospedali (psichiatrici), semplici, di ferro, con lenzuola bianche, sotto luce fissa. Il pavimento è una scacchiera regolare che scende in platea con una passerella inclinata. La scena di Alessandro Camera è tutta qui, contenuta dentro pareti di stoffa nere. Con un gabinetto a vista dietro la velatura nera del fondo scena. Tutto porta all'oggi, dai sanitari alle lampade, dalla pistola al magnetofono.
I costumi di Andrea Viotti hanno vaghi riferimenti al Seicento ma, si può tranquillamente dire, sono nella sostanza contemporanei e grondanti divertenti invenzioni. Ottime le luci di Simone De Angelis.

Il testo, nella bella traduzione di Chiara De Marchi, ha numerose interpolazioni con scritti di Samuel Beckett, principalmente tratte dalla Trilogia, precisamente da “Malone muore”. Non è una novità: anni fa Glauco Mauri chiudeva il suo Don Giovanni con un estratto da “Finale di partita”, dove le battute dei protagonisti erano affidate a Don Giovanni e Leporello.
Innegabile che dei paralleli tra Argante e Malone ci sono: Malone è un derelitto (e forse lo è anche Argante), Malone giace su un letto in una stanza vuota aspettando di morire, anzi di “finire” (e certo così sta anche Argante). Ma il mondo di Beckett è davvero altra cosa rispetto a quello di Molière e le continue citazioni minano la continuità della commedia, imponendo un brivido di tristezza e malinconica riflessione.

Con una citazione beckettiana inizia la messa in scena: Argante è seduto al tavolo e affida la cronistoria, la composizione e il costo di purghe e clisteri alla registrazione su nastro, per poi risentirla ossessivamente, come se la realtà fosse tale solo se incisa su nastro. L'ultimo nastro di Krapp.
Il riverbero delle parole di Malone, intese qui come pensieri di Argante, conferiscono una diversa struttura interiore al personaggio, venandolo di incertezze e dolore, di scetticismo e ironia nera tutti novecenteschi. Un Argante beckettiano, insomma.

Gli altri personaggi sono trattati come marionette di un teatro dell'assurdo che ancora richiama l'autore irlandese, a volte con eccessi caricaturali. Tonina (Barbara Begala) scalza come una malata di mente, Belinda (Giulia Galiani) algida e ninfomane, sadomaso nell'abbigliamento, Angelica (Lucia Lavia) bamboleggiante, parla un linguaggio giovanile di segni e gesti (come l'innamorato Cleante – Andrea Macaluso), il dottor Diarreus e il figlio Tommaso gallineggianti (Pietro Biondi e Michele Demaria). Tutti i personaggi maschili, tranne Argante e Cleante, hanno delle enormi epe (vestono pantaloni a vita altissima), hanno le scarpe nere coi tacchi alti colorati, indossano guanti di pelle gialli e vestono di nero: un po' iettatori, un po' grilli parlanti, un po' spettri. Così Beraldo (Gianni De Lellis), Purgone (Mauro Mandolini), Fetus (Vittorio Vannuttelli) e Buonafede (Giorgio Crisafi). Non ho ben compreso la presenza di Pulcinella, che introduce alla chitarra Cleante.
Attori e attrici sono tutti bravi e appropriati ai ruoli, sorprendente la giovane Lucia Lavia.

Quel che poco convince è il finale. Argante, liberato dalla malattia dei medici, non è risanato: in pochi secondi, il tempo di andare in bagno, invecchia di colpo, addirittura la vestaglia è sbiadita e scolorita, la sciarpa bucata e strappata, l'andatura incerta e dondolante, il passo malfermo, la parola quasi balbettante. Al punto che muore. E cadono a terra di colpo di teloni che foderano il palco, rivelando i muri e le attrezzerie del teatro e i protagonisti, immobili.

Teatro gremito, pubblico molto divertito. Applausi sia a scena aperta che nel finale.

Visto il 18.01.11 a macerata (mc) Teatro: lauro rossi

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Roberto Rinaldi

La malattia immaginaria nel teatro di Lavia

Vive dentro un claustrofobico e lugubre rifugio, arredato da un vecchio letto da ospedale dimesso. Rivela la deprivazione esistenziale in cui incombe la sua follia. Una condizione patologica  trasudata  dalle vertiginose pareti nere  dove rinchiudere l' oscuro inconscio di Argante  popolato da fantasmi e uomini dalle sembianze d’insetti divoratori: sono i dottori in medicina dediti ad alimentare per lucro le ossessioni ipocondriache del malato.  Esiliato dal mondo per sua scelta,  l’unica soluzione per convivere con una lucida follia che lo pervade. Dipendente da diagnosi artificiose e medicamenti dal risultato curativo pari allo zero. Argante alterna come affetto da ciclotimia, momenti di depressione a eccessi euforici, sfidando la morte con esasperati trattamenti invasivi sul suo corpo. Il suo agire svela un’infinita paura di vivere. Non hai mai voluto crescere in realtà. Psicoanaliticamente prigioniero della fase anale mai superata nella sua infanzia; da qui l’origine dell’ossessivo desiderio di essere sottoposto a dolorosi clisteri.

Una fase, secondo il modello di sviluppo a fasi di Freud, collocata a un’età compresa fra i 18 e i 36 mesi. Il bambino prova piacere nella gestione autonoma dei suoi sfinteri e attraverso il piacere delle pulsioni inizia ad acquisire autostima, anche se corre il rischio di provare angoscia e frustrazione collegabili al rapporto individuo/società. Deve assoggettarsi alle regole e norme di autocontrollo imposte dall’educazione dei genitori. L'incapacità di risolvere i conflitti in questa fase può portare allo sviluppo di una fissazione. Argante sembra affetto da questa irrisolta fase. Privo com’è di autostima, si trova nelle condizioni di subire una società dedita ad esercitare il potere e il suo degrado si specchia nella malasanità  presentificata da un cinico stuolo di dottori “scarafaggi” che gli ronzano intorno. I costumi appropriati e fantasiosi sono di Andrea Viotti.
Gabriele Lavia fa suo il testo e sceglie un Argante iper intellettuale diversamente malato da com’è descritto nel testo originale. Si rifugia in un mondo autistico, dove l’unico amico fedele cui confessare il cronico malessere è un magnetofono che ripete all’infinito la sua voce. Prende a prestito dalla drammaturgia di Beckett versi da "Malone muore", costruendo una sorta di collage recitativo dove è evidente l’omaggio a "L’ultimo nastro di Krapp". Chiama invano la sua serva padrona con un campanello che non puo’ suonare. Sottile metafora per spiegare come è difficile farsi sentire nella vita. Nell’economia dello spettacolo la scelta pensata da Lavia di avvalersi del contributo beckettiano è  affascinante  ma  rischia di dilatare l'organicità  nell' insieme complessivo del lavoro, pur riconoscendo al regista una soluzione innovativa nel far convivere due autori così diversi tra loro. Il regista – attore si distingue da sempre per generosità nel concedersi sulla scena, una delle doti del suo successo consolidato e unanime nel giudizio collettivo. In quest’ultimo lavoro si percepisce la ricerca analitica nell’affrontare un testo del ‘600 per ricondurlo in un ambito novecentesco grazie anche a indovinate intuizioni drammaturgiche, scorporando temi esistenziali e sociali sempre più attuali da quella che è la commedia vera e propria.

C’è però la sensazione che si tenda in alcuni passaggi a voler aggiungere troppo. Argante-Lavia è un uomo partecipe fin tanto da essere atletico, quasi esuberante come nella  sua gestualità al cospetto della figlia Angelica (Lucia Lavia), figlia anche nella vita, dalle promettenti e sicure doti di attrice, una via di mezzo tra una Barbie e una popstar americana, e del suo spasimante Cleante (Andrea Macaluso) un giovane anoressico componente di una band di musica Metal. Lui, Lavia non si da mai tregua, affronta a piene mani come un cavaliere solitario con  la lancia in resta i suoi nemici. I medici rappresentano un dualismo fatto di amore e odio, non puo' e non vuole farne a meno. Riuscita la scelta di creare grottescamente degli uomini dalle sembianze d’insetti panciuti, dalle voci stridule, esseri striscianti pronti a succhiare la linfa vitale del malato/ vittima. Circolano sulla scena su tacchi colorati che rendono a pieno la vena farsesca dei loro personaggi. Sono Pietro Biondi il dottor Diarreus, (con una cresta di gallo in testa) Michele De Maria nei panni di Tommaso Diarreus, figlio (risulta il più bravo di tutti per il suo strepitoso gesticolare nevrotico affetto da convulsivi tic), Mauro Mandolini è il professor Purgone, Vittorio Vannutelli nella parte dei dottor Fetus.  Tutti egualmente bravi nel caratterizzare i profili surreali che la regia richiede. Argante può  fidarsi solo di una figlia sinceramente affezionata. La scena del finto decesso del padre è rappresentata diversamente da com’è stata scritta da Molière.

Lavia sceglie di far recitare al personaggio della figlia un falso dolore istruita dalla cameriera Antonietta, l’attrice Barbara Begala alla quale è chiesto di  dare vita ad una donna “selvaggia”, indomabile che lavora a piedi nudi nella stanza del suo padrone. L'attrice tende a imporsi con una recitazione molto sostenuta. Di chi non si puo’ fidare Argante, è la seconda moglie Belinda interpretata da Giulia Galiani, una donna scaltra e subdola. Nel cast figurano anche Gianni De Lellis (il fratello Beraldo), e Giorgio Crisafi (il notaio Buonafede). Nell’insieme si assiste a un Malato immaginario ricco di spunti cui è richiesta la massima partecipazione e concentrazione per le tre ore complessive di spettacolo (comprensive dell’intervallo), alleviato da un piacevole inserto canoro diviso tra un Pulcinella e Cleante dotati di ottime doti canore. La parte scenografica realizzata da Alessandro Camera è congeniale a quanto pensato da Lavia. Un pavimento a scacchi per spiegare che la vita si gioca come in una partita. Dietro un fondale nero s’illumina il bagno con i sanitari che tutti noi possediamo nelle nostre case, dove Argante mostra in pubblico l’atto della deiezione e lavaggio conseguente, non senza aver controllato nella tazza del water il risultato, così come fa quel bambino studiato da Freud, il quale prova interesse e piacere per i propri escrementi tanto da considerarli talvolta un dono fatto alla propria madre. La scena finale è tra le più suggestive di tutta questa complessa messa in scena. Argante dopo aver acconsentito alle nozze di sua figlia con Cleante, si ritrova solo e abbandonato al cospetto del fantasma della Morte e chiede invano che qualcuno lo metta a letto. In quel preciso istante cadono i fondali neri e svelano il retropalco, dove appaiono sinistramente tutti i personaggi immobili, quasi pietrificati. Solo allora Argante/Molière potrà congedarsi dal mondo terreno. La finzione e la realtà si confondono per  dirti quanto è illusoria la vita.
 

Visto il 17/12/2010 a Verona (VR) Teatro: Nuovo

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Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi

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