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I MASNADIERI
I masnadieri

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LO SPETTACOLO

Autore: F. Schiller
Regia: Gabriele Lavia
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Teatro di Roma/Teatro Stabile dell'Umbria
Cast: Gianni Giuliano, Simone Toni, Francesco Bonomo, Cristina Pasino, Marco Grossi, Filippo De Toro, Luca Mascolo, Fabio Casali, Giulio Pampiglione, Giovanni Prosperi, Alessandro Scaretti, Michele De Maria, Daniele Gonciaruk, Luca Mannocci, Carlo Sciaccaluga, Andrea Macaluso, Davide Gagliardini, Daniele Ciglia

Descrizione
Alla parola romanticismo spesso corrisponde un immaginario pittoresco e sentimentale, come uno dei fiammeggianti tramonti di William Turner. Ma il romanticismo è stato anche lotta per la libertà e per l'affrancamento dagli oppressori, è stato passione per la giustizia, amore per il sapere, emancipazione dal potere.

Questo è I masnadieri di Schiller: ‘libertà o morte' è la dichiarazione di questi briganti ribelli, di questi banditi rivoluzionari, entrati violentemente nella storia della letteratura tedesca come esponenti della ribellione, insieme al loro creatore. Con stile drammatico e un'abilità scenica immaginifica ed emotiva, Schiller s'inserisce perfettamente nello Sturm und Drang e con la sua opera attacca le istituzioni politiche, le convenzioni sociali, i pregiudizi morali con il fermo proposito di fare del palcoscenico un nuovo ‘istituto morale'.

Le parole di Schiller risuonano nell'orecchio del mondo contemporaneo ed è per rispondere a tale richiamo, così urgente anche oggi,
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

DELLA PERGOLA
v. della Pergola 18 - Firenze (FI)
Tel: 055 22641
Email: teatro@pergola.firenze.it Sito Web: www.pergola.firenze.it


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LE RECENSIONI


La recensione di Laura Da Prato

Tempi Moderni. I masnadieri.

E’ un po’ un azzardo l’ultimo lavoro di Gabriele Lavia e del Teatro di Roma: riportare in scena quell’opera che ormai 30 anni orsono divenne storica proprio per la sua interpretazione e quella di Umberto Orsini, in un chiave semi-moderna, riletta alla luce dell’oggi con un gruppo di giovani e sconosciuti attori.
E’ ovvio fin da subito che la percezione dello spettatore medio ( che sicuramente ha vissuto l’esperienza unica dell’adattamento teatrale del 1982) sarà di uno straniamento assoluto, ma forse il pubblico al quale il regista vuole indirizzarsi in quegli anni ancora non sapeva cosa fosse un Masnadiere e tantomeno cosa fosse il Teatro. Perché l’adattamento del 2012 strizza, abbastanza pesantemente, l’occhio a tutto l’immaginario Pulp della cinematografia Tarantiana e dei suoi simili, con i briganti ( i masnadieri appunto ) alla ricerca della libertà anche attraverso la violenza e il crimine, dall’abbigliamento e dall’atteggiamento assolutamente metropolitano, lontano però dai Guerrieri della Notte e a volte simile all’animo rivoluzionario dei figli dei fiori e dei sessantottini, con le loro chitarre ( acustiche ) e le pistole, sempre cariche.
Il figliol quasi-prodigo Karl si è allontanato dalla retta via e dalla nobile vita che gli era stata promessa dal padre, ed ha scelto di diventare un fuorilegge, uccidere, saccheggiare, violentare e colpire innocenti anime solo per l’immaturo desiderio di libertà e perché una volta sgarrato non si torna indietro. Nemmeno l’amore per la giovane Amalia lo fa tornare sui suoi passi, anzi. E lei, che sembra chiusa nel palazzo dei Moor, ha l’aspetto della giovane protagonista della saga nordica di Millennium, poco consono ad una dama di corte, rockettara e ribelle. Costretta a subire le angherie del perfido Franz, fratello di Karl che la natura non ha donato di grazia e bellezza; è uno storpio, un evil malvagio ed esteticamente repellente, che però sulla scena, per ovvi motivi, anche pensando ai riferimenti artistici ( Iago e Riccardo III in primis ) vince il confronto con l’altro protagonista, vittima di una recitazione spasmodica ed eccessivamente patetica.
L’aspetto di Karl somigliante a quello del Gesù iconografico/filmico, così come la presentazione del gruppo dei Masnadieri come i quasisempre fedeli apostoli non trova riscontro nella trama che poco ha a che fare con un percorso di umanizzazione e buoni sentimenti, o le parabole dell’eroe.
Restano credibili le scene all’interno del palazzo dei Moor mentre, nonostante l’ottimo impianto scenografico con le luci ed i rispettivi sostegni a fungere da alberi della fitta boscaglia, rischiano di perdere di significato quelle di gruppo, con i 13 personaggi disomogenei e talvolta sopra le righe.
Lavia non c’è ma la sua impronta/personalità è fortemente presente, e rischia di risucchiare l’intero progetto.

Visto il 10/02/2012 a Lucca (LU) Teatro: del Giglio

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Voto: Voto del Redattore: Laura Da Prato


La recensione di Federica Sustersic

I masnadieri: in scena i titani di Lavia

Il riallestimento del capolavoro schilleriano che ci regala Lavia è potente, titanico. Via ogni ciarla ipocritamente struggente e languida, via ogni pomposità retorica. Non c’è spazio per uno pseudo-romanticismo addomesticato. Ciò che ci viene restituito è il vero, tormentato spirito romantico. E’ lo spirito di un poeta ventenne. E’ lo spirito di un’epoca. Un tempo lontano, eppure così presente nelle nostre anime. Sulla scena prende corpo un’opera “Giovane”, intessuta di tutti i sogni e le tragedie di quella pericolosa età in cui ogni slancio ideale è Vita, ogni offesa e delusione è Morte. Perché i giovani sono angeli o demoni. Più spesso sono entrambe le cose. E i “masnadieri” di Lavia, con la loro fame di libertà,  più che briganti delle selve boeme sembrano piuttosto una banda di ribelli underground, di metallari arrabbiati, di giovani anarchici. Incarnano la violenza senza controllo di tanti giovani d’ogni tempo, di vite senza nome, senza voce che vorrebbero “saltare il fosso”, ma nell’impossibilità di realizzarsi si chiudono in una brutale aggressività fatta di stordimento, di razzie, di sangue: “O libertà o morte!”
E giovani sono anche Franz e Karl, il demone e l’angelo, il vile e l’eroe … ma in base a quale legge morale l’umiliato fratello storpio è più colpevole del prediletto primogenito, angelo vendicatore, assassino fra gli assassini? Sono le due facce, la sublimità e l’orrore, delle “anime belle” ribelli a Dio, alla Legge, al Destino.
Francesco Bonomo impersona la diabolica e ferita personalità di Franz donandogli una fisicità sconvolgente da satiro, muovendosi come un padrone sulle assi del palcoscenico, guadagnandosi più di un applauso a scena aperta. Ossesso “fool” messaggero di inconfessabili verità, di denunce antifrastiche sulla meschina prepotenza dei rapporti umani, le sue parole vengono scagliate con sarcasmo e disprezzo su un’attonita platea. Parole amare, attuali, eterne. Sul finire del secolo dei Lumi, dei patti sociali e della morale kantiana, emerge rabbiosa la condanna di una società che è solo prevaricazione, di una coscienza tagliata su misura per la comodità dei singoli, dei potenti. Lo sdegno di Schiller ci colpisce oggi come non mai.
Opposto a Franz, il fratello Karl, lo splendido angelo caduto, prima massimamente amato, poi maledetto dal suo stesso padre. L’angelo vendicatore dalle mani sporche di sangue, latore massimo di morte fra tutti i personaggi dell’opera. Mentre la mente mefistofelica del fratello lavora, delitto su delitto, per costruirsi un regno di autorità e terrore, Franz, il bel portatore di luce, con ogni suo gesto sprofonda in una distruzione senza possibilità di redenzione. La vendetta, l’ira, la  ribellione infine lo conducono a distruggere ciò che, assieme alla libertà, c’è di più importante per l’animo romantico: l’amore. Struggente l’interpretazione del giovane Simone Toni, imponente, delirante e affannato, capace di dar risalto alle luci e alle ombre di Karl von Moor.
Innamorata e amata, dolente creatura, Amalia viene interpretata dall’appassionata Cristina Pasino. Con una fisicità fresca ed una personalità energica, l’attrice allontana ogni stereotipo femminile, passivo e delicato, dal personaggio di Amalia donandole una personalità forte ed una intensa tragicità.
Grazie all’alta coscienza umana di Lavia, direttore del Teatro di Roma, questo capolavoro della letteratura preromantica viene oggi rivissuto come un’opera scandalosamente forte. In equilibrio quasi sempre perfetto fra rispetto dell’autore e oculato adattamento alla contemporaneità, la regia rende vivo oggi come un tempo il tragico abisso che avvolge il pubblico mentre, insieme ai protagonisti, precipita verso il nefasto epilogo. La messa in scena è affidata  nella quasi totalità ad un gruppo di giovani attori di eccezionale bravura che con la loro esuberanza artistica, con una recitazione scattante ed un’interpretazione di “carne e sangue” conservano del testo l’originale, disperata rivoluzionarietà.
Contribuiscono all’intensa suggestione le scene di Alessandro Camera: sottili colonne sormontate da accecanti fari, simili a mille occhi che scrutano, ci trasportano nella buia foresta di Boemia. Sentiamo la consistenza, l’odore della terra che ricopre il palcoscenico. Terra. Polvere calpestata. Ben poco diversa è l’esistenza dell’uomo secondo la nichilista visione di Franz. Uccidere, distruggere … perché? Per quel trono solitario, lì, sulla destra, che ci appare così sguarnito, nudo sulla nuda, sterile terra.
Le luci ipnotiche, allucinate di Simone De Angelis collaborano al violento impatto emotivo che sommerge lo spettatore assieme alla potente colonna sonora di Franco Mussida.
Sapiente l’uso del microfono “a gelato” per alcuni monologhi dei protagonisti, isolati sul proscenio: effetto apparentemente straniante, contribuisce a creare un diaframma fra la realtà degli eventi e l’indicibilità dell’anima. Quando la voce di Karl, o di Franz o della bella Amalia diventa monologo, la loro solitudine sofferta diventa una voce insinuante che, contemporaneamente meccanica e viva, penetra nelle viscere dello spettatore come una coscienza espansa, resa percepibile dalla poesia della parola. In particolare la rabbia, i sogni infranti del figlio ripudiato e della sua amata diventano melodia, le loro voci si sciolgono nel canto accompagnato dalla chitarra richiamandoci immediatamente alla memoria quelle belle, dolorose figure di cantanti-poeti come Jim Morrison o Kurt Cobain.
La tensione scenica viene mantenuta fino al termine con uno stile ora grandioso, ora grottesco,ora allucinato. Il furore poetico di Schiller e la recitazione potente dei giovani attori preparano un finale che lascia letteralmente senza respiro la platea. Raramente si sente un tale, sacro, silenzio ammantare la platea, tutti gli sguardi fissi, occhi sbarrati. Qualche lacrima perfino. Tutto finisce. Un eterno istante di sospensione. Poi lo scrosciare degli applausi. Giudicare razionalmente questo spettacolo non è facile. Bisogna solamente sedersi, prepararsi alle luci che si abbassano, tacere, e lasciarsi trascinare da queste grandi, folli passioni.

 


 

Visto il 28/01/2012 a Trieste (TS) Teatro: Politeama Rossetti, Sala Assicurazioni Generali

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Voto: Voto del Redattore: Federica Sustersic


La recensione di Monica Menna

I masnadieri metallari tra graffiti e rock

Gabriele Lavia, al Teatro India fino al 27 novembre, rilegge appassionatamente “I Masnadieri” - l'opera più famosa e passionale di Friedrich Schiller, manifesto del romanticismo tedesco - e la contestualizza in modo originale facendone emergere tutta la carica emotiva. La scena è suggestiva: un enorme campo di terra con delle colonne sormontate da fari che giunge fino a quasi la platea, senza barriere. Tutto intorno graffiti disegnati con gli spray sui muri, realizzati da writer contemporanei  e, sul fondo, un grande murales con la scritta “Sturm und drang”. Il palcoscenico di terra rappresenta la foresta di Boemia dove si rifugiano  i masnadieri, che sembrano i componenti di una moderna gang metallara.

Lavia riporta in scena questo lavoro, come fece trent’anni fa; allora oltre che regista ne fu protagonista  insieme a Umberto Orsini e Monica Guerritore; ora in quei  ruoli ci sono tre giovani talentuosi: Simone Toni, Francesco Bonomo e Cristina Pasino.

Siamo in Germania, alla fine degli anni Settanta del 1700, nel cosiddetto periodo preromantico. Lo Sturm und drang (denominazione ripresa dal titolo dell’opera del drammaturgo Klinger) fu un movimento culturale tedesco che anticipò alcune delle tematiche proprie del Romanticismo. Rende bene la traduzione letterale in italiano: tempesta (sturm) e assalto (drang). Una efficace endiadi che, con sole due parole, riassume quello che rappresentò tale movimento, che, all’origine, rifletteva un’insoddisfazione avvertita dagli scrittori, i poeti, i filosofi che vi aderirono. L’insoddisfazione dei letterati, ma in generale degli uomini, risiedeva nella mancata realizzazione dei propri obiettivi, del proprio essere.

Lavia, con la sua regia, riesce a cogliere appieno  i drammi interiori, i turbamenti dell’uomo romantico (e preromantico) che viveva con pathos il rapporto con il mondo, con la natura che diventavano specchio dei suoi sentimenti.

Proteste violente e accanite costituivano il modo di reagire degli sturmer che si ergevano contro il mondo circostante per rivendicare le proprie ragioni. Nella pièce allestita, il personaggio Karl Moor decide di ribellarsi alla società e alla famiglia (rappresentati dal padre, dal fratello malvagio Franz e dalla fidanzata Amalia) divenendo il capo dei giovani ribelli che in lui si riconoscono. Di grande impatto l’entrata in scena collettiva del gruppo di masnadieri con le imponenti musiche di sottofondo composte da Franco Mussida (il chitarrista della Premiata Forneria Marconi, non nuovo a esperienze teatrali avendo firmato anche le musiche del musical “Dracula”). Con cattiveria e spregiudicatezza si lotta per l’affermazione della propria libertà, contro gli oppressori. I masnadieri sono briganti, ribelli, idealisti che si esprimono con le pistole, molto simili – lascia intendere Lavia – al mondo underground contemporaneo di graffiti, rock e metallo.

I masnadieri (e i poeti romantici) rifiutano ogni comportamento razionalistico assumendo sempre un atteggiamento polemico e combattivo. Ma Karl, il vero protagonista, mostra anche le proprie fragilità; da una parte si sente grande e forte ma dall’altra coglie anche la piccolezza del suo essere, soprattutto contemplando l’immensa natura circostante, ed esprimendo lunghe riflessioni al microfono accompagnandosi con  la chitarra.

Visto il 24/10/2011 a Roma (RM) Teatro: India

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Voto: Voto del Redattore: Monica Menna

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