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AUNTIE AND ME
Auntie and me

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LO SPETTACOLO

Autore: Morris Panych
Regia: Fortunato Cerlino
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: LungTa Film
Cast: Alessandro Benvenuti e Barbara Valmorin

Descrizione
Morris Panych riesce a raccontare in maniera semplice conflitti complicati. Una storia goffa, comica, e profondamente tragica. I protagonisti ricordano due Clown che vestono i panni di persone qualunque, con nessun tratto di eroismo. Il linguaggio della pièce è diretto, la struttura è comprensibile. Kemp apprende da una lettera che sua zia è morente. Si precipita da lei mollando tutto, ovvero quel poco che regge la sua vita, per assicurarsi della morte della zia e impossessarsi dell'eredità. Ma la morte annunciata e tanto attesa tarda ad arrivare. Una commedia nera, un affresco umoristico della solitudine, del cercarsi, del mangiarsi a vicenda.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

DELLA COMETA
via Teatro Marcello 4 - Roma (RM)
Tel: 06 6784380
Sito Web: www.teatrodellacometa.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Alessandro Paesano

Una commedia noir che fa ridere e commuove.

La maggior parte dei miei personaggi deriva direttamente da un monologo
di Cechov in cui un uomo maltrattato dalla moglie tiene un discorso sui
danni del tabacco, e finisce per parlare di quanto odi la sua vita. È
un autentico clown, una completa nullità, un timido perdente, ma con una
grande rabbia dentro


Morris Panych

 

 

Scritta e andata in scena nel 1995 col titolo di Vigil, questa commedia nera del canadese Morris Panych dopo il successo in patria è stata portata al festival di Edimburgo nel 2002 col titolo Auntie and Me (t.l. Zia e me),  e con questo titolo approda in Italia in prima assoluta, nel 2009, per la traduzione Valentina Rapetti, la regia di Fortunato Cerlino, interpretata da Alessandro Benvenuti e Barbara Valmorin.

Auntie e Me è un monologo dissimulato visto che, pur prevedendo la presenza in scena anche del personaggio femminile, le fa dire tre battute (di numero) in tutto l'arco della storia, mentre il personaggio maschile, animato da una sovreccitazione verbosa, parla per due.

Il pretesto narrativo della commedia è semplice. Dopo aver ricevuto un laconico biglietto da sua zia Grace, nel quale c'è scritto "Sto morendo vieni presto" Kemp, scapolo di mezza età, raggiunge la donna convinto di dover assistere una moribonda.

Ma la zia non muore, le ore diventano giorni, i giorni settimane e le settimane mesi. Così Zia e nipote si fronteggiano. La donna anziana vive praticamente a letto e sembra incuriosita dalla presenza del nipote come quella di un estraneo che non conosce, nipote che non le dà modo di parlare anticipando ogni sua risposta e interpretando i suoi silenzi.

Nei monologhi di Kemp i piani per un funerale commovente, con tanto di musica adatta, la lettura di libri su come portare il lutto, le richieste di firmare testamenti nei quali è l'unico erede, e le cortesi ma pressanti sollecitazioni a morire presto, con l'ausilio di qualche aiuto violento (bastonate in testa, corrente elettrica e veleno nel cibo) si alternano ai racconti della sua vita alla zia. Dai ricordi di infanzia dell'unica volta che vide Grace che venne a far visita a casa, alla morte per suicidio del padre, alla morte della madre che sin da piccolo lo vestiva e trattava come fosse una bambina, all'omosessualità mai consumata per l'orrore che Kemp ha del contatto fisico, figuriamoci di quello sessuale, il pubblico comincia a riconsiderare anche l'eccitazione per il funerale e la morte della zia attesa con impazienza, intuendo che non tradiscono nel nipote una mente cinica e calcolatrice ma l'eccitazione naif di un uomo che non ha mai vissuto e che trova anche nel lutto un'occasione di vita.

La presenza di Kemp ridà colore alla vita della vecchia zia, che sembra rifiorire giorno dopo giorno, finché si azzarda ad uscire dal letto e dalla casa vestita di tutto punto, letto nel quale è ricacciata dal nipote che non si rassegna a non vederla morire.

La commedia felicissima di invenzioni comiche continue e di elegante ironia da umorismo nero punteggiata dalle pause ottenute con il buio che separano una scena dall'altra, alcune delle quali brevissime altre di più ampio respiro, trasla man mano che dipana la sua storia nel confronto tra due persone sole la cui esistenza non è stata modellata da alcuna vita sociale, nel passato di Kemp come nel presente di zia Gracie, che, in un anno di vita insieme, non riceve mai visita alcuna.

Le risate dell'inizio lasciano così lentamente spazio alla mestizia, fino al colpo di scena finale, che non riveliamo, dopo il quale Kemp capisce (la zia lo aveva già capito da un pezzo), che al di lè dei ruoli familiari, sociali, sentimentali e d'orientamento sessuale, quel che davvero conta nell'esistenza delle persone è la presenza di un altro(a) col(la) quale interagire.
E il finale della commedia lo ribadisce nella maniera più intensa e commovente possibile.

Dispiace solo che Panych cada nell'errore di confondere l'orientamento sessuale (l'omosessualità di Kemp) con l'identità di genere e il travestitismo (sic!). Kemp si descrive come omosessuale ma poi racconta di essersi vestito da donna (portava il reggiseno della madre) e di essersi sentito da piccolo più bambina che bambino.
Un fraintendimento giudicante e discriminatorio ingiustificabile anche nel 1995 che si addice di più all'angusto orizzonte degli anni 50.

Piccole, continue felici intuizioni drammaturgiche, una torcia elettrica usata per spostarsi di notte nel buio della stanza da letto, dove zia e nipote si spiano l'un l'altro approfittando del sonno che li coglie separatamente; la camera da letto nella quale si svolge tutta l'azione suggerita in un ambiente privo di pareti dalla sola presenza del letto di una sedia e di un armadio, danno alla commedia un'aura metafisica, e pur rimanendo ancorata a un realismo che non viene mai meno (tutto torna ed è plausibile anche il colpo di scena finale) trasfigura in una universalità atemporale nella quale la statura esistenziale dei due personaggi si staglia in tutta la solitudine delle loro vite. Nonostante la scarsità di battute del suo personaggio Barbara Valmorin riesce a parlare col corpo, le espressioni del viso, i gesti, il comportamento, costituendo un contraltare perfetto per la verbosità di Kemp che Benveunti restituisce con grande spontaneità senza farne una macchietta.

Si ride, molto, durante la visione, ma usciti dal teatro si fronteggia un sotterraneo sentimento di commozione che accompagna a casa appagati dopo tanto ridere e con tanto ancora cui pensare dello spettacolo appena visto e, anche, un po' delle proprie vite.





 

 

Visto il 10/04/2012 a Roma (RM) Teatro: Della Cometa

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano


La recensione di Gianmarco Cesario

Zia e nipote in un interno

In un’anonima camera da letto un’anziana donna trascorre quelle che dovrebbero essere le sue ultime ore. Un uomo di mezza età si presenta come il suo quasi sconosciuto nipote per accompagnarla verso quello che egli crede sia il suo imminente trapasso. Ma passano i giorni, le settimane ed i mesi, e quella che per l’uomo doveva essere una breve permanenza diventa una coabitazione obbligata. Un’occasione, però, perché egli possa raccontare se stesso, le sue frustrazioni, la sua rabbia, il suo fallimento ad un’ascoltatrice muta, che subisce anche le sue angherie di piccolo uomo arido, tradito da una vita irrisolta e fino a quel momento senza scopi e senza amore. Ma poi ecco che avviene l’imprevedibile. Questa, in poche righe, la sinossi di un testo che difficilmente lascia indifferenti, “Auntie and me” , ovvero “Mia zia ed io”, dello scrittore canadese Morris Panich. Un testo cattivo, graffiante, ironico e malinconico, una vera “black comedy” di cui il regista Fortunato Cerlino ha saputo perspicacemente far emergere le pieghe più amare quanto quelle più spiccatamente umoristiche, mettendo a frutto il suo amore per Anton Cechov, nel tratteggiare il dolore di vivere, la disperazione ed il disagio, attraverso il paradosso, dei personaggi che Panich stesso ha tratteggiato quali eredi naturali di quelli che un secolo fa creò l’autore di “ZioVanja”. Un risultato eccellente che non può, assolutamente, trascendere dalla splendida prova dei due bravissimi attori che vestono i panni dei protagonisti. Alessandro Benvenuti è l’ interprete ideale di questo uomo che, proprio come zio Vanja, si sente in credito con una vita che non gli ha riservato nulla di quanto da lui desiderato, e come Vanja medita propositi violenti, addirittura autolesionisti, che finiscono in ridicoli ulteriori fallimenti, ed anche la partenza, come quella che progettano le cecoviane tre sorelle, sarà una partenza agognata ma non realizzata. Di tutto ciò Benvenuti offre una grande prova d’attore grazie alle sue ben note qualità di interprete dall’incisivo umorismo nero. Accanto a lui una straordinaria (ma questo termine rischia, in questo caso, di sembrare addirittura riduttivo) Barbara Valmorin. Non sappiamo quante attrici della sua levatura avrebbero accettato un personaggio che in un’ora e mezza circa emette solo tre battute, apparentemente nemmeno incisive, ma sappiamo che forse nessuna quanto lei sarebbe riuscita a riempire i silenzi con una recitazione fatta di gesti, sguardi e sfumature che, senza nessuna sottolineatura ne’ alcun eccesso espressivo, hanno regalato allo spettatore emozioni a cui forse si sta disabituando, le emozioni vere che solo la grande arte riesce ancora a dare.

Visto il 07/01/2010 a Napoli (NA) Teatro: Meracdante - Sala Ridotto

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Voto: Voto del Redattore: Gianmarco Cesario

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