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EPILOGO

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LO SPETTACOLO

Autore: ALFREDO VASCO
Regia: ALFREDO VASCO
Cast: Con Mino Decataldo e Luca Calone

Descrizione
“EPILOGO” è la storia d’amore di due uomini:Sandro e Mino.

Un amore totale e totalizzante.

E’ una storia d’amore e di morte.

Amore e morte come nella più classica delle tragedie.

Una tragedia contemporanea.

Sullo sfondo la guerra in Afganistan.

Il più giovane dei due è stato in missione in quella terra.

Di ritorno si porta dentro l’orrore della guerra.

La morte.

Dentro di sé.

Dopo averla vissuta sul campo di battaglia.

Sui volti sfigurati dei commilitoni straziati da un attentato talebano.

Dopo averla vissuta e disseminata in un rastrellamento.

Orribile e gratuita.

Dopo aver violentato per rabbia e per paura la vita ed il corpo di una giovanissima innocente.

Violenza e violenze che marchiano l’anima e la mente.

Per sempre.

Fino all’epilogo della storia.

La storia tragica dell’amore di Sandro e Mino.
Date repliche a cura di
Alessandro Paesano
Scheda spettacolo a cura di
Alessandro Paesano

LA LOCATION

DELL OROLOGIO SALA GASSMAN
v. de' Filippini 17/a - Roma (RM)
Tel: 06 68308735
Email: info@teatroorologio.it Sito Web: www.teatroorologio.it/


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Alessandro Paesano

La responsabilità del pregiudizio.

Su di un letto, inclinato a a 45 gradi a favore di pubblico, due uomini dormono, inermi e vulnerabili, esposti allo sguardo curioso del pubblico che li trova già in scena mentre entra in sala, sceglie la sedia, si accomoda, magari si imbarazza un po' per l'intimità forzata con la quale entra in contatto, prima ancora che con i protagonisti, con i due attori di uno spettacolo del quale ancora non sa niente, oppure sa già molto se ha letto le precise note di regia di Alfredo Vasco.

Il testo è scritto in un italiano dal fraseggio armonico, dallo spiccato ritmo recitativo con il quale i due attori restituiscono i pensieri e le emozioni di Mino e Sandro i due protagonisti un passo a due fatto di parole monologanti e dialoganti.

Allo spettatore  la pièce assegna il compito di ricostruire la storia, la cornice evenemenziale entro la quale parole e movimenti dei due uomini prendono forma e acquistano di senso, costringendolo a fare i conti con i propri pregiudizi, le proprie aspettative, le proprie idiosincrasie, attraverso le quali, man mano che la pièce prosegue, lo spettatore cerca di dare un senso a quanto vede e sente, venendo puntualmente disconfermato dagli ulteriori sviluppi della storia.

Mino e Sandro sono una coppia. Mino è giovane, Sandro non più. Sandro sembra atterrito dalla vecchiaia, constata amaramente l'invecchiamento del fratello e della cognata, chiede a Mino pareri su un suo eventuale suicidio (preferirebbe assistervi o ritrovarlo esanime in una pozza di sangue raggrumato?). Mino invece è attanagliato dai pensieri che gli si intrufolano nella testa.

Lo spettatore è subito posto dinanzi un malessere, una pulsione di morte, che  collega facilmente alla storia d'amore dei due uomini che da un lato pare essere giunta al termine (sarà questo l'epilogo del titolo?) dall'altro sembra di per sé troppo esclusiva: Mino e Sandro hanno suggellato il loro amore, che dura da cinque anni, sacrificandogli il mondo esterno, che cercano di lasciare fuori (gli altri non contano) forse per sottrarsi allo stigma per la loro unione, esacerbata anche dalla forte differenza d'età sicuramente per ricacciare quei pensieri che si intrufolano nella mente di Mino fuori dalla loro casa, fuori dal loro letto, fuori dal loro amore.

Mino e Sandro sembrano oscillare tra momenti di lucidità, in cui sono presenti a se stessi, e momenti in cui sono preda delle proprie ossessioni, Sandro per la vita (e la morte) che incombe, Mino per una psicotica paura degli altri alla quale reagisce in maniera violenta, in seguito, capimo,  a una missione militare alla quale ha partecipato perchè sopraffatto dall'amore che provava per Sandro (avevo bisogno di soffrire) e che, da quando Mino è tornato, tiene entrambi chiusi in casa.

Mentre alternano i dialoghi ai monologhi nei quali si raccontano l'un l'altro verità del proprio esistere reciprocamente ignorate, Mino e Sandro si vestono e si rispogliano uscendo e ritornando al letto dal quale non riescono a sottrarsi, nascondendosi sotto le lenzuola, stagliandosene in piedi, abitandolo senza mai abbandonarlo del tutto, arrivando al massimo a sistemarsi sulle sedie poste ai suoi piedi, dove poggiano e ripigliano i vestiti (arrivando anche a scambiarseli).

Nel loro raccontarsi Mino e Sandro si confidano fatti e pensieri che vengono fraintesi: Sandro parla del desiderio di avere un figlio e Mino teme che a Sandro lui non basti. Mino racconta di un maldestro tentativo di seduzione della cognata di Sandro nei suoi confronti (quella troia)  e quando descrive il disgusto per la lingua (quel pezzo di carne schifoso) che gli penetra la bocca Sandro gli chiede se anche la sua di lingua gli faccia schifo.

Appena escono dal loro delirio, dal loro malessere, si riaccorgono subito però uno dell'altro e si riavvicinano con un gesto d'amore e di affetto che non è mai sessuale (anche se ammettono di essersi innamorati prima col corpo e poi con l'anima) ma  affettivo, spontaneo, dolce, tenero e irresistibile.

Man mano che lo spettacolo procede lo spettatore si ostina a voler ravvisare in ogni successiva svolta narrativa,  le problematiche inerenti il loro rapporto omosessuale, così quando la vera ragione che ha devastato Mino (lo stupro cui Mino ha, suo malgrado, partecipato con i suoi commilitoni etero, ai danni di una ragazza afgana) emerge in tutto il suo orrore, la violenza del gesto colpisce  lo spettatore con una violenza doppia perchè oltre a inorridire per lo stupro in sé basisce per la fallacia degli schemi interpretativi coi quali credeva di avere capito la trama. 

Così derubricando tutti i pregiudizi del suo pubblico, ponendo lo spettatore dinanzi la cruda concreta realtà di uno stupro collettivo, unica vera agnizione dei personaggi, che cancella tutte quelle presunte che l'hanno preceduta, Epilogo fa rispecchiare nella violenza fisica di Mino, la violenza del branco, la violenza della bestia silente ma vorace che si annida nell'anima di ognuno di noi, come scrive Vasco nelle note di regia, quella nostra di spettatori, magari incapaci di stuprare, ma capacissimi di giudicare disinvoltamente i personaggi e il loro parlare e muoversi in base agli stessi cliché che magari razionalmente diciamo di criticare (ma non è sempre detto) e che, comunque, in ogni caso, sono in noi e ci influenzano provenendo dallo stesso inconscio dove agisce la bestia silente.

Molte le deduzioni scorrette che lo spettatore deve per forza correggere.

L'aggettivo usato da Mino per descrivere la cognata di Sandro non è dettato dalla misoginia invidiosa dell'omosessuale che nella donna vede una irriducibile rivale, ma dallo stesso maschilismo che lo induce a stuprare una giovane afgana coi suoi commilitoni.
La macchinazione del tentativo di seduzione della cognata (cui è complice Sandro stesso) non è fatto per noia borghese ma per una disperato bisogno di conferme da parte di Sandro che teme che Mino lo lasci (come ha fatto quando è andato in missione) convinto che il suo corpo maturo disgusti il ragazzo.
Se Sandro teme che Mino abbia scoperto le donne (e questo timore lo induce  a mettere il suo amato alla prova) non è perchè sia un maturo tremebondo ma solo un uomo innamorato che non vacilla affatto quando si tratta di subire gli scatti d'ira (verbali ma anche fisici) di Mino pur di rimanergli accanto, costringendosi a una segregazione che non è altro che il tentativo disperato di proteggere Mino da quel senso di colpa che lo sta minando dall'interno.

Mentre racconta con una elegante ma mai arida struttura a giallo una vicenda di stupro, Epilogo indaga a tutto campo sui rapporti umani, sull'amore, sul bisogno di amore ma anche sulla pulsione di morte, sulla distruttività dell'essere umano, con grande sensibilità e intelligenza, riuscendo in un miracolo che assai raramente accade a teatro (soprattutto nel panorama italiano) quando si mette in scena l'omosessualità maschile. Il miracolo di presentare e fare agire una coppia di uomini che vivono insieme e si amano  senza presentare in scena due omosessuali.

L'amore di Mino e Sandro è amore di uomini, le loro paure, le loro idiosincrasie, sono quelle degli uomini, non quelle dei gay.

Vasco ci mostra due uomini la cui relazione amorosa è un dato di fatto incontrovertibile che non viene messa minimamente in discussione dalle problematiche che la pièce affronta. L'orientamento sessuale  entra nelle vicende che la pièce tocca nella stessa identica misura in cui sarebbe entrata se i protagonisti fossero stati un uomo e una donna o due donne.

Mino e Sandro non parlano da gay e non chiedono (né si danno da soli) alcun perdono perché non hanno nulla da perdonarsi o da dimostrare in quanto gay. Vasco sa bene che l'omosessualità non è garanzia di purezza o di sensibilità ma una condizione che esiste in quanto tale solo nella misura in cui è oggetto di discriminazione.

Il più grande torto che si può fare a questo testo è proprio quello di catalogarlo come testo a tematica omosessuale che parla cioè di gay e a dei gay.

Vasco parla invece al cuore e all'inconscio degli uomini e delle donne e li fa riflettere sulle bestialità che sappiamo compiere tutti, negli atti e con il pensiero, quando percepiamo una differenza come diversità.

La stessa bestialità che porta Mino a stuprare una donna porta qualche altro essere (dis)umano a discriminare violentemente qualcuno in base alla differenza di orientamento sessuale, politico, religioso, alla razza, al sesso.

Vasco sa che il pregiudizio omofobico si annida in ognuno di noi e lo usa con rara intelligenza volgendolo contro gli stessi spettatori che sono costretti a prendere atto della loro incapacità di fargli capire le cose come davvero sono che dipende sempre da come noi le intendiamo in un giudizio che ha effetti concreti sugli altri e sul mondo.

Mai sconfessione è stata al tempo più dolce e più dolorosa.

Vasco ci inchioda tutti alla responsabilità del nostro agire e del nostro pensare e lo fa nella maniera più diretta possibile.

Uno spettacolo come Epilogo non può naturalmente  esistere senza due attori in grado di sostenere l'energia e l'umanità di Sandro e Mino.

Luca Calone si spoglia di ogni difesa mostrandosi (metaforicamente) nudo allo spettatore, vestendosi solo della propria emotività, vivendo le emozioni che sono di Mino,  facendole sue per poterle restituire allo spettatore nella loro immediatezza.

Mino Decataldo si mostra al pubblico immerso nella spontanea ingenuità di chi ama e ha timore di perdere (ancora e per sempre) la persona amata e per questo amore è disposto letteralmente al sacrificio, anche lui mettendo se stesso a disposizione del personaggio che interpreta.

Una generosità, quella dei due attori, per il testo, per il regista che sa come guidarli, e, prima ancora, per il pubblico che è venuto a vederli, che tocca e commuove.

Anche grazie a loro Epilogo dilacera l'orizzonte mite dello spettatore medio contemporaneo, borghese, intorpidito dalla vocazione semplificatoria dei mass media, ponendo dinanzi ognuno e ognuna la questione della responsibilità del proprio agire e del proprio pensare, senza dare tregua né fare sconti e senza alcun autocompiacimento, in maniera intellettualmente onesta, restituendo così il teatro a quella vocazione all'impegno cui molti autori hanno spesso abdicato a favore di una narrazione consolatoria e d'evasione. 

Visto il 24/01/2012 a Roma (RM) Teatro: Dell'Orologio Sala Gassman

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano

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