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IL FU MATTIA PASCAL
Il fu Mattia Pascal

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LO SPETTACOLO

Autore: Tato Russo da Pirandello
Regia: Tato Russo
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Tato Russo
Cast: Tato Russo con Katia Terlizzi, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi

Descrizione
Mattia Pascal è Tato Russo nel doppio ruolo di Mattia Pascal e di Adriano Meis, ma anche gli altri personaggi che concorrono alla sua vicenda si rincorrono nella storia, interpretata così dagli stessi attori in identità e personaggi diversi, quasi a scegliere di non chiarire affatto, nello spettro delle rassomiglianze, la distinzione tra i vari aspetti della realtà.
Mattia e i suoi coinquilini della storia muoiono tutti per rincontrarsi identici nella storia di Adriano Meis e rivivere poi in quella nuova di Pascal.





Date repliche a cura di
Stemec Teatro Ariberto
Scheda spettacolo a cura di
Stemec Teatro Ariberto

LA LOCATION

CURCI
c.so V. Emanuele 89 - Barletta (BT)
Tel: 0883 332522


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LE RECENSIONI


La recensione di Monica Fabaro

Identità smarrita. Mattia Pascal.

Tato Russo incontra Pirandello. Il direttore artistico del Bellini  porta in scena  una delle opere cardine dell’autore siciliano  Il fu Mattia Pascal. Adriano Meis, Il dilemma della propria identita’ che si disgrega dinanzi all’occhio impietoso degli altri. La morte e la rinascita di un uomo. La nuova esistenza deriva dalle ceneri di Mattia Pascal, in tal modo che neanche le nuove vesti possano dar pace al protagonista. Questo l’osservatore l’avverte in questa versione teatrale, grazie alla sottile ironia quella sì retaggio dell’originale ed esaltata abilmente. La scenografia rigorosa, scarna accompagna il percorso, che è contemporaneamente dello spettatore e dell’attore, di scandaglio interiore. Un mondo molteplice, l' amplificazione dell'Io. Una performance asciutta essenziale, capace di trasmettere la tormentata dicotomia del protagonista senza indugiare troppo su una solennità artefatta che sarebbe scontata. Il lavoro trova una propria dimensione in una riproposizione non ridondante del testo, pur nel rispetto dell’originale. Un controllo impeccabile dei tempi recitativi riesce a dare equilibrio all’interpretazione. Insomma una mise en space che rende onore ad un classico conferendogli nuova linfa vitale.

Visto il 03/02/2012 a Napoli (NA) Teatro: Bellini

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Voto: Voto del Redattore: Monica Fabaro


La recensione di Michele Miglionico

Pirandello, Russo: serve altro?

Ci sarà un motivo se Luigi Pirandello non ha operato una riduzione teatrale del suo romanzo - e non scommettiamo sulla mancanza di tempo. L'intreccio - ben noto, e qualora non lo sia, godetevi il vantaggio della sorpresa - si snoda in più tempi e in più spazi, e di questa mancanza di unità ne soffre l'adattamento. E' ingombrante la voce fuori campo, per di più registrata, che racconta gli stacchi di scena e mina la scorrevolezza di tutto lo spettacolo.

Eppure, è chiaro perché Tato Russo abbia voluto ritentare - dopo altri recenti esempi - l'operazione: l'innesco narrativo di Il fu Mattia Pascal è degno del teatro, il gioco delle maschere (usate, non a caso, anche in alcuni frangenti, con "licenza poetica") si trova a suo agio sul palco. Il capolavoro alle sue spalle conserva il nocciolo della sua forza e i temi che vengono affrontati, quali la perdita dell'identità o il rapporto ambivalente con la famiglia, non possono lasciare indifferenti.

Nessuno può osar dire nulla contro un'istituzione come Russo, tantopiù che con quella voce, di un genere purtroppo in estinzione, può dire quello che vuole. Un'istituzione, sì, che ha scelto e diretto il suo cast alla vecchia scuola; può essere una questione di gusti l'apprezzamento delle interpretazioni dei comprimari, soprattutto le donne, strabordanti per il canone post-contemporaneo, di "una certa colta spettacolarità" per il regista. Ciò nulla toglie alla loro professionalità e alla loro credibilità. Grazie alla buona alchimia tra gli elementi, si riesce a ridere nel dramma, come vuole la tradizione pirandelliana.

Agli ostacoli della trasposizione si sono frapposti Tony Di Ronza, lo scenografo, e Roger La Fontaine, il direttore della fotografia, che hanno escogitato un ingegnoso palco senza soluzioni di continuità, dove sono già presenti tutti gli ambienti previsti, sapientemente coperti da teli bianchi e ombre fino al momento opportuno.

Visto il 15/04/2011 a Barletta (BT) Teatro: Curci

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Voto: Voto del Redattore: Michele Miglionico


La recensione di Wanda Castelnuovo

IL FU MATTIA PASCAL

Operazione difficile e impegnativa quella messa in atto da Tato Russo di trasformare in opera teatrale un romanzo complesso come Il fu Mattia Pascal apparso nel 1904 prima a puntate sulla rivista “Nuova Antologia” e poi in volume: il primo grande successo di Pirandello.
Complicata la vicenda - che contiene temi che l’autore riprenderà successivamente - affollata da molti personaggi, ognuno con una sua psicologia, che ruotano intorno al protagonista principale la cui vita quotidiana nel paese d’origine è caratterizzata da una situazione familiare complicata, dolorosa e tesa.
Il destino gioca a Mattia Pascal - che racconta in prima persona avvenimenti già accadutigli - un tiro mancino e nella sofferta fuga dai suoi problemi e da se stesso gli fa casualmente vincere un’enorme somma di denaro al casinò di Montecarlo e nello stesso tempo apprendere che ancora più fortuitamente lo si è scambiato per un tizio trovato morto.
Quale migliore occasione per provare se, complice anche il denaro, è possibile ricostruirsi un’altra vita con il nuovo nome di Adriano Meis, con la stessa ricerca di affetti e il medesimo incontro con la dabbenaggine e cattiveria di cui è costellato l’umano fluire in ogni tempo.
Il fatto che in Italia sia il problema burocratico della mancanza di identità a costituire impedimento a portare avanti una normale vita di relazioni e l’impossibilità di riprendere la prima esistenza (essendo ufficialmente scomparso e nel frattempo verificati mutamenti importanti nelle vite altrui) non fanno altro che evidenziare una serie di problematiche reali e più profonde a livello dell’essere e della persona.
Si sa che in ogni tempo molti sono coloro che sono letteralmente spariti da una vita e sono riusciti a ricostruirsene un’altra, ma cambiando veramente qualcosa oppure hanno portato dietro se stessi o ne hanno ricostruito un altro? Tuttavia generalmente per riuscire nell’intento, almeno apparentemente, si sono frapposti migliaia di chilometri dal luogo da cui si intendeva fuggire, invece il nostro antieroe - non certo un campione di coraggio, ma di inettitudine - ambisce essere un altro se stesso a pochi chilometri da casa pensando di raggiungere una libertà esteriore apparente mancandogli quella reale interiore.
Tato Russo si cimenta con ottimi risultati non solo nell’opera di trasformazione letteraria, ma anche nel doppio ruolo assunto dal protagonista e su questa scia altri sono i ‘doppioni’ interpretati da parte di attori quasi ad accentuare nella pluralità di forme assunte la conservazione di un’unica identità.
Colpisce dunque il forte senso di drammaticità pirandelliana con sfumature di umorismo e ironia, pur nell’intimità del dipanarsi di una vita dalle molteplici maschere messe in evidenza dalla profonda e persuasiva voce fuori campo che attrae gli spettatori nelle diverse forme interpretate dall’abile capacità recitativa di un cast valido e affiatato.

Visto il 16/03/2011 a Milano (MI) Teatro: Carcano

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Voto: Voto del Redattore: Wanda Castelnuovo


La recensione di Francesco Principato

La fuga (senza ritorno) di Mattia Pascal

Grande attesa nella terra di Pirandello per questa rappresentazione teatrale del celeberrimo romanzo Il fu Mattia Pascal e di conseguenza il teatro comunale di Agrigento è affollato da amanti della prosa e da scolaresche interessate.
Scaduti i diritti d’autore, finalmente Tato Russo può realizzare il suo sogno nel cassetto: collocare sulla scena Mattia Pascal/Adriano Meis e tutti i protagonisti delle sue due vite. Quella del disilluso borghese fallito Mattia Pascal e quella del ‘rinato’ Adriano Meis, fortunato benestante in giro per il mondo alla ricerca della sua nuova esistenza.
Il lavoro di adattamento, dopo progressive elaborazioni, ha raggiunto una resa scenica ottima e non tradisce il romanzo nè il suo autore. Il pericolo di realizzare una rappresentazione statica e monovoce (come in effetti è nel romanzo narrato in prima persona) è stato scongiurato dall’artista napoletano che è ricorso alla voce narrante ‘autentica’ solo nei salti temporali. A Tato Russo è riuscito il difficile lavoro delle ‘scelte’ sceniche, indovinando i brani trasposti per la recitazione sia dal punto di vista di resa scenica che in quella più letteraria di comprensione narrativa e tematica.
La geniale scenografia ‘open space’ di Tony Di Ronza e il gioco di luci di Roger La Fontaine fanno nascere gli ambienti quasi dal nulla: gli oggetti simbolo delle ambientazioni compaiono sotto teli neri quasi per magia, i personaggi stessi sembrano ‘sbucare’ sulla scena come per sortilegio evocato dal protagonista. Le ottime performance degli attori Katia Terlizzi, Renato Di Rienzo, Francesco Acquaroli ma anche di Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino e Carmen Pommella completano la riuscita trasformazione del teatro borghese pirandelliano in un’affascinante espressione di teatro moderno. La regia caratterizza le doppie e triple personificazioni degli interpreti marchiandole comunque con i simboli tragicomico e grottesco  propri di Luigi Pirandello.
Stessa cosa però non si può dire dell’interpretazione proprio di Tato Russo. Il suo Mattia Pascal si trascina identico dall’inizio alla fine dello spettacolo, invariato anche nella ‘trasformazione’ in Renato Meis (per scelta o perché è più difficile dirigere se stessi che gli altri?): il deluso, il sofferente, l’inappagato Mattia non muta nella nuova vita di Meis, non c’è la svolta, non c’è nemmeno la parabola che riporta l’avventuriero alle stesse insofferenze dell’inquieto defunto Pascal. Perché in fondo, anche in questo romanzo sceneggiato, ad essere rappresentata è l’eterna insoddisfazione personale, la voglia di riscatto, l’avvertito bisogno di ognuno dell’evasione liberatoria da una società convenzionale e rigida, quella società che ci obbliga ai nostri doveri e ci nega le nostre aspirazioni. Ma dopo la fuga, reale o immaginaria che sia, sappiamo che nessun vuoto resta tale a lungo: la società, ma è meglio dire la vita, ha la forma dell’acqua e riempie ogni assenza. E così quando ad Adriano Meis non basta più essere vivo, non basta più amare, non basta più contestare e sente il bisogno di convalidare i suoi sentimenti, la sua stessa vita, si rende conto che non è possibile, che lui non è alcuno: lo specchio simbolo che troneggia sulla scena non riflette più la sua immagine. Nasce quindi la sofferta decisione di far suicidare Adriano Meis e riprendere il posto del redivivo Mattia Pascal.
Con l’abbondante capitale vinto al gioco, sicuro di risalire nella scala sociale, rientra al suo paese ma… la forma dell’acqua ha già occupato il suo posto: nei due anni di assenza sua moglie si è risposata con il suo migliore amico ed ha anche una figlia. Non c’è chi lo riconosca né chi vuol credere ai fantasmi. E come un fantasma Pascal fa visita alla sua tomba e a chi gli chiede chi sia, risponde di essere il ‘fu’ Mattia Pascal: il ‘nessuno’ dei futuri soggetti di Luigi Pirandello.

Foto di scena di Diego Romeo
 

Visto il 17/02/2011 a Agrigento (AG) Teatro: Pirandello Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Principato


La recensione di Roberto Rinaldi

Lo specchio del fu Mattia Pascal

Lo specchio in cui Mattia Pascal si guarda, è lo strumento che riflette la dicotomia dell’uomo contemporaneo tra l’essere e l’apparire. Condizione onnipresente di tutta la vicenda di un uomo dalle due identità: Mattia Pascal e Adriano Meis. Una reale e l’altra fittizia, destinate ad annullarsi tra loro. Quello specchio, apparentemente un semplice arredo scenico è in realtà l’emblema metaforico, che accompagna dall’inizio alla fine, la storia di un uomo creduto morto, quando invece per sua scelta, si era appropriato di una falsa identità nel tentativo di apparire a se stesso e agli altri, ciò che in realtà non è, nel tentativo di evitare ogni forma di responsabilità verso la società.  Così non sarà,  il destino si befferà di lui all’atto di riapparire dall’anonimato per riprendersi ciò che aveva volutamente abbandonato. Troppo tardi: Mattia Pascal subirà l’umiliazione di sentirsi dire che lui non esiste più e che sarà ricordato come il fu Mattia Pascal.

Lo specchio incrinato in cui  aveva visto frammentare  la propria  immagine sarà girato e la sua vita, persona e ruolo scompariranno per sempre.  Vittima di se stesso e del tentativo di liberarsi da un’identità per assumerne un’altra dalla quale non sarà più possibile affrancarsi per tornare indietro. Ed è quello che accade al protagonista del romanzo pirandelliano, da dove Tato Russo trae spunto per costruirne una versione teatrale, caratterizzata da una scena affascinante e visionaria. Uno spazio quasi metafisico con gli oggetti ricoperti da enormi lenzuoli scuri che prendono il volo al momento di entrare in funzione. La scenografia di grande effetto è firmata  da Tony Di Ronza, le luci di Roger La Fontaine e i costumi di Giusi Giustino, contribuiscono pienamente al successo. Lo svelamento delle identità umane passa attraverso anche ciò che emerge nell’azione scenica al momento.

Ed ecco apparire da nulla scrittoi, un tavolo per le sedute spiritiche, un letto, un orologio da stazione, una panchina, e lo specchio che ci dice che la vita degli uomini è in bilico perenne tra essere e apparire. E così sarà dal principio alla fine. Segnato dall’incomunicabilità, ferita non rimarginabile nella coscienza di Mattia (un misurato Tato Russo quanto magistrale nel dirigere tutti gli attori della sua compagnia), ma anche nei personaggi che si avvicendano, e di riflesso subiscono le conseguenze di una scelta irreversibile. La struttura drammaturgica del testo risente una certa lentezza nei primi minuti dello spettacolo, segno tangibile del passaggio non semplice da romanzo a prosa teatrale, dopo di che la regia imprime nel secondo atto un avvicendarsi di quadri scenici densi di tensione emotiva e l’azione scorre bene. Emerge all’ascolto la straordinaria capacità visionaria di Pirandello, nell’essere stato capace di anticipare quella profonda crisi che vedrà come protagonista l’uomo e la società d’oggi.  A tal punto da riuscire a formulare la teoria della crisi dell’io. Nel lavoro di Tato Russo emerge ciò e il registro umoristico – grottesco usato per caratterizzare alcune scene è congeniale nel gestire dinamiche così complesse. Così come era stato previsto dallo stesso Pirandello: filtrare la vita attraverso la lente dell’umorismo, i dubbi, le angosce, i tormenti esistenziali dell’uomo.
Gli attori a un certo punto indosseranno le maschere e circondano Mattia Pascal sulla scena, evocando un altro celebre capolavoro del drammaturgo siciliano: Uno, nessuno, centomila.  Dietro la maschera ci siamo noi con tutte le nostre mille sfaccettature. Si distinguono per bravura le attrici Katia Terlizzi, Marina Lorenzi, Caterina Scalaprice, Carmen Pommella.
 

Visto il 29/1/2011 a Bolzano (BZ) Teatro: Teatro Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi

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