TUTTO SU MIA MADRE
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: adattamento teatrale di Samuel Adamson Descrizione
Scritto e diretto dal regista spagnolo Pedro Almodovar al vertice della sua maturit� artistica, Tutto su mia madre � stato un enorme successo cinematografico, premiato con la Palma d�oro a Cannes per la miglior regia e con L�Oscar come miglior film straniero nel 1999. Il forte appeal teatrale di questo testo � gi� stato colto dall�Old Vic Theatre di Londra nel 2007 che ne ha prodotto una messa in scena. La stessa versione di Tutto su mia madre, nell�adattamento di Samuel Adamson, e apprida per la prima volta sui palcoscenici italiani con la straordinaria Elisabetta Pozzi come protagonista e la regia di Leo Muscato, gi� molto legato al Teatro Stabile delle Marche. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diRoberto Mazzone Roberto Mazzone LA LOCATION
COMUNALE LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di anna brotzu
Il senso della vita in "Tutto su mia madre" Eros e thanatos sulla scena: l'antinomia fatale (l'indissolubile nodo di amore e morte) segna le carte nel complicato gioco delle passioni di “Tutto su mia madre”, pièce di Samuel Adamson (nella traduzione di Giovanni Lombardo Radice) tratta dal bellissimo, intenso film di Pedro Almodóvar, in cartellone al Teatro Massimo di Cagliari (e prima al Verdi di Sassari) per la Stagione di Prosa del CeDAC. Racconto surreale e affascinante che mescola arte e vita in un sublime e raffinato meccanismo metateatrale, in cui le parole di Tennessee Williams e Federico Garcia Lorca riflettono e svelano stati d'animo e segrete ferite dell'animo dei protagonisti, trasformando in poesia l'apparente banalità del quotidiano e il gusto amaro, ineffabile e insostenibile del dolore. Una “tragedia shakespeariana” sui temi fondamentali dell'esistenza con i segni e le forme inequivocabili della contemporaneità: ritratto della società odierna tra dive inaccessibili e fragilissime, emarginati, “tossici” e “puttane”, adolescenti inquiete, ragazze madri e trans, infermiere e suore metropolitane. Indagine lucida, amorevole e perfino spietata dell'universo femminile con i suoi riti e misteri, l'antagonismo di “Eva contro Eva” e quella solidarietà spontanea che, malgrado tutto, oltre le differenze e le idiosincrasie offre un fronte comune contro la sofferenza, gli abusi e – somma crudeltà – l'indifferenza. Mater dolorosa – per un capriccio della sorte che lascia esanime sull'asfalto, travolto da un'auto, il suo unico figlio – costretta a confrontarsi con un passato “dimenticato”, Manuela trova (nello spettacolo, coproduzione di Fondazione Teatro Due – Teatro Stabile del Veneto) in Elisabetta Pozzi un'incarnazione di disarmante e disarmata umanità, segnata dalla sventura più grande ma infaticabile portatrice dell'immateriale eredità dei sogni infranti del giovane Esteban (Alberto Onofrietti). Invisibile ma sempre presente (nei pensieri e nelle parole, nelle intenzioni e perfino nell'agire dei personaggi) il ragazzo diventa – come ben sottolinea la regia attenta e “sensibile”, curatissima ma anche lieve e “nascosta”, intima di Leo Muscato - quasi l'artefice e regista della vicenda, in un fondersi e intrecciarsi di piani e registri narrativi, come se gli incontri e i drammi sotto gli occhi dello spettatore fossero parte di un suo immaginario. Sottile fil rouge, tra apparizioni di “fantasmi” reali e simbolici – l'ambigua Lola, seduttrice pericolosa, padre/madre impossibile (sempre Onofrietti) – e lo sbocciare di una nuova vita, con un cuore che continua a palpitare regalando un'imprevista frazione di futuro a uno sconosciuto, a indicare una riflessione sul mistero oltre il confine dell'ultimo respiro, e dunque sul significato più profondo della vita e della morte. Fascino non meno fatale (costato appunto almeno una vita) quello di Huma, interpretata da Alvia Reale (alter ego di Marisa Paredes nel film) tra indiscutibile talento e vezzi da prima attrice, ma vinta a sua volta dalla passione per Nina (Giovanna Mangiù), attrice per caso ma perduta nella spirale della tossicodipendenza. Bellissima e “tanto più autentica quanto più somiglia all'idea di sé stessa” l'icona transgender di Agrado, il cui monologo punteggia, accanto ai frammenti di “Un tram che si chiama desiderio” e ancora il lamento della madre di “Nozze di sangue”, i momenti della vita reale, in un montaggio incrociato quasi cinematografico: e a prestarle volto e voce, in una curiosa e riuscita sovrapposizione fra invenzione e realtà, è Eva Robin's. Tris, anzi poker di donne – e signore della scena – impreziosito dall'ingenua bontà, che ne fa la vittima predestinata di coloro che vorrebbe salvare togliendole/i dalla strada, o forse solo dell'irrimediabile efferatezza del mondo, della giovane suorina Rosa (Silvia Giulia Mendola) a sua volta inconsapevole “carnefice” della propria madre, pittrice incompresa (ma di successo) di “imitazioni” di dipinti celebri (Paola Di Meglio, che si sdoppia anche nel ruolo di una psicologa). Completa il cast – destreggiandosi abilmente fra le variegate personalità di ben cinque personaggi - un istrionico Alberto Fasoli, capace di tratteggiare, in un volutamente smaccato gioco di metamorfosi, la freddezza dei medici e la violenza del cliente di una prostituta, l'ansia professionale e le crisi del direttore di scena Alex e perfino, attore che fa un altro sé stesso, la rude mascolinità dello Stanley del “Tram”. Un esperimento riuscito – già nell'originale versione inglese all'Old Vic Theatre di Londra, e ora in quell italiana fortemente voluta da Elisabetta Pozzi – per la difficile e interessante trasposizione tra decima musa e linguaggio della scena, su uno scenario cangiante e tra i candidi veli che incorniciano la Blanche di Huma, sulla colonna sonora disegnata da Daniele D'Angelo in cui voci e suoni si sposano a suggerire l'incalzante giostra dei giorni, il rumore assordante della vita. Visto il 28/03/2012 a Cagliari (CA) Teatro: Massimo La recensione di Simone Manfredini
IL TRIONFO DELL'AMORE E DELLA NON CONVENZIONALITÀ Tratta dall'omonimo film di Pedro Almodóvar, la versione teatrale di Tutto su mia madre, scritta da Samuel Adamson e tradotta in italiano per l'occasione da Giovanni Lombardo Radice, pur ispirandosi chiaramente all'antecedente cinematografico se ne discosta però in molti punti.
Filo conduttore di tutto è la figura di Esteban che, attraverso i due prologhi recitati a sipario chiuso e le frequenti apparizioni sulla scena, funge un po' da guida per lo spettatore, riuscendo a materializzarsi sul palco anche dopo la morte al fine di dare corpo all'immaginazione degli altri protagonisti. In una visione onirica, quasi in bilico fra illusione e realtà, pare che tutte le vicende narrate non siano altro che la concretizzazione di quanto il ragazzo ha scritto sul proprio taccuino di appunti. Efficacissima la regia di Leo Muscato che cura in ogni particolare i movimenti degli attori e fa leva su alcune idee geniali come quella di far morire Lola in un letto di ospedale (lo stesso in cui è appena spirata Rosa) subito dopo aver abbracciato il suo piccolo, nato da poco, e aver appreso da Manuela tutta la vicenda di Esteban: con lui se ne vanno, almeno in parte, i dolori del passato. Muscato si avvale delle efficaci scene di Antonio Panzuto, caratterizzate da fondali dipinti come quadri astratti, e delle belle luci di Alessandro Verazzi che passano da toni accesi, violenti, sgargianti a chiaroscuri più intimi per i momenti onirici o riflessivi. Elisabetta Pozzi è un'indimenticabile Manuela, dilaniata dal passato, ma aperta verso il futuro; straordinaria è la capacità dell'attrice di sottolineare ogni sfumatura, di passare dai momenti di disperazione a quelli spensierati senza forzature e con una naturalità che indica quanto ella abbia saputo davvero calarsi nel personaggio. Eva Robin's è una Agrado disinvolta, mai sopra le righe, estremamente convincente e straordinariamente divertente, convinta che nella vita nulla sia autentico ad eccezione dei sentimenti e del silicone. Molto brava anche Alvia Reale nel delineare una Huma dai tratti apparenti di donna distaccata, che nella realtà si mostra però fragile e in totale balia dell'amore per la giovane Nina (Giovanna Mangiù) che la fa disperare. A completare il quadro Silvia Giulia Mendola ci presenta un'ingenua suor Rosa e Paola Di Meglio la di lei madre, irrigidita dalla vita, che solo nella scena finale riuscirà a lasciarsi un poco andare. Sul versante maschile tutte le parti sono interpretate da Alberto Fasoli, il quale mostra di avere davvero notevoli capacità trasformistiche, mentre Esteban e Lola sono impersonati entrambi da Alberto Onofrietti, quasi a sottolineare quanto il legame fra i due sia strettissimo e come proprio dal loro mancato rapporto siano scaturiti tutti i guai. Teatro pieno: il pubblico, divertito ed entusiasta, ha tributato sul finale applausi a profusione a tutti i protagonisti. Visto il 06/03/2012 a Cremona (CR) Teatro: A. Ponchielli La recensione di Francesca Bastoni
la rinascita del mèlo
Tutto su mia madre rinasce in una seconda pelle…. una seconda volta ancora il capolavoro del maestro del mèlo Pedro Almodovar ha conquistato il pubblico del teatro Elfo Puccini L'elaborazione del lutto
La morte e la perdita vengono rielaborate attraverso la presenza di Esteban. Sorta di conduttore mistico dei fatti.... Virgilio, capace di mediare fra la scena e gli spettatori.
Visto il 21/02/2012 a Milano (MI) Teatro: Elfo Puccini - sala Shakespeare La recensione di Riccardo Limongi
(un po' di) tutto su mia madre
Non è mai un compito facile, quello di valutare le parti ed il tutto di una operazione derivata come è quella di trarre un testo da una concezione originaria di qualsivoglia diversa natura, sia essa nata da un libro, da un film o da una drammaturgia teatrale: la trasformazione in altra natura sempre all'interno di queste tre comporta sempre, quantomeno, delle inevitabili premesse, ed infatti la stessa produzione, di volta in volta, ci tiene a sottolineare quanto non si sia trattato di un adattamento piuttosto che di una traduzione nel linguaggio nuovo. Trovo perciò sempre opportuno partire da questo punto di riferimento esplicito.
Prima di aprire il sipario del Teatro Bellini, è essenziale ricordare alcune delle prospettive che ne hanno fatto uno dei migliori film del regista spagnolo; uno sguardo su un mondo nel quale tutto principia e tutto finisce e ricomincia nel segno della metà femminile del cielo, sia essa sotto la forma delle donne-madri-figlie-prostitute-femmine-aspiranti tali, sia perché, soprattutto, si fanno paladine istintuali di un'apologia dell'Accoglienza nella quale mi sembra di poter racchiudere il senso più alto ed ultimo dell'opera.
Se però la scrittura di Adamson non voleva somigliare al film, come espressamente dichiarato, allora bisogna dire che ci somiglia troppo, al film, per alcuni aspetti tecnici, ovvero nell'inseguire i tempi e le pennellate della cinematografia sottraendone alla caratterizzazione tipicamente teatrale. Di certo, non c'è lo sconvolgimento emozionale del capolavoro di Almodóvar, ed il finale, costruito da Alessandro Verazzi con il verde ed il viola del lutto autoprocurato, che rende tanto quanto l'indugiare sull'intima sensazione di saper seguire le orme dolenti di Federico García Lorca (non solo quello delle più volte citate Nozze di sangue, ma anche per la tonalità complessiva), serve anche per immaginare le potenzialità inespresse, ovvero come avrebbe giovato una scrittura più coraggiosa. Visto il 09/12/2010 a Napoli (NA) Teatro: Bellini La recensione di Francesco Rapaccioni
IL TEMPO DI DIMENTICARE
"Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar (capolavoro di sceneggiatura, regia, montaggio, ambientazione) fu giustamente premiato con l'Oscar, risarcendo il regista del mancato riconoscimento dieci anni prima con "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", giunto secondo dietro l'irripetibile "Pranzo di Babette" tratto da un magistrale racconto di Karen Blixen.
Evidente la mano di Leo Muscato per chi ha seguito i suoi precedenti: l'attenzione alla caratterialità dei personaggi, il lungo e meticoloso lavoro con gli attori, i gesti mai gratuiti bensì sempre meditati ed espressione dell'interiorità, il senso di visionarietà onirica alla base dell'allestimento, il presentare ogni essere umano come se fosse in bilico, in fuga da sé stesso, alla ricerca di quel che mai potrà ottenere (in senso quasi cechoviano).
La regia colpisce dal punto di vista iconico, con richiami ai film di Almodòvar (le donne sul divano come nel manifesto di "Donne sull'orlo di una crisi di nervi") e immagini forti e significative, merito anche di scenografia e luci.
A teatro è Estaban a raccontare la storia di Manuela: a sipario chiuso e luci accese, il giovane sale sul palco per introdurre la vicenda e per spiegare perchè ha bisogno di sapere tutto sul padre. Il sipario si apre spiazzando gli spettatori, come solo Almodòvar sa fare: quella che pare una scena vera di dolore per la morte di un giovane e la conseguente donazione degli organi è invero uno spot girato in ospedale. Le immagini ingigantite sul fondale mostrano impietosamente i particolari dei volti, delle preoccupazioni, dei dolori, la rugosità della disperazione. Interessante l'intuizione del regista di ambientare il finale, anziché al cimitero, in una camera di ospedale, la stessa in cui muore Rosa: in quel letto muore anche Lola, una Lola che ha le stesse sembianze di Esteban (è lo stesso attore), come a chiudere il cerchio. Come se Esteban non fosse dotato di propria autonomia ma, per Manuela, fosse la proiezione di Lola, un suo duplicato. No solo il figlio, quanto un suo avatar che la aiuta a vivere dopo quell'amore finito, una concretizzazione di quell'amore totale a cui fu costretta a rinunciare e che l'ha obbligata a partire. Estaban diventa così ancora più evidentemente quell'amore la cui presenza diuturna ha giustificato la vita di Manuela, accompagnandola negli anni madrileni. Un amore perduto che ha giustificato una vita. E che, una volta perduto di nuovo, porta Manuela al punto di partenza. Per ricominciare da capo. Ancora una volta.
Rigorosa nelle geometrie ben definite la scenografia di Antonio Panzuto, bellissima; i fondali sono quadri astratti o piuttosto aniconici e cambiano a seconda delle scene, come voltare pagine, connotando in modo non figurativo quanto avviene. Assai efficace la gradinata delle scene ambientate in teatro, che crea un gioco di specularità con lo spettatore e ribalta la prospettiva del palcoscenico, perfetto meccanismo metateatrale che intreccia ancora di più vita e teatro.
I personaggi almodovariani sono ordinari e, al tempo stesso straordinari, nel senso di extra-ordinari, qui resi con massima cura registica e attoriale. Nelle mani di Muscato prendono una forma interessante. Dopo la presenza dominante di Tennessee Williams, nel finale spicca Garcìa Lorca, la passione travolgente e insopprimibile, incoercibile di "Nozze di sangue". Il sipario si chiude sul dubbio di quanto tempo ci voglia per dimenticare oppure per ricominciare. Personalmente non ho mai capito se sia più dura non raggiungere mai la felicità o conoscerla per un momento e poi perderla. Io credo piuttosto che, alla fine, resti quel poco che deve restare. Visto il 13.11.10 a parma (pr) Teatro: regio SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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