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ODISSEA
Odissea

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LO SPETTACOLO

Autore: Mario Perrotta
Regia: Mario Perrotta
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Teatro dell'Argine
Cast: con Mario Perrotta

Descrizione
"C'è un personaggio nell'Odissea che mi rappresenta. Un personaggio che vive una condizione a me familiare. Un personaggio che molti non ricordano neanche: Telemaco. Ne ho sempre subito il fascino, perché la sua attesa è carica di suggestioni". (Mario Perrotta)

Un'originale rilettura delle vicende narrate da Omero trasferite nell'Italia di oggi, alla ricerca di un corto circuito tra mito e cronaca, per un inedito viaggio teatrale che sperimenta nuovi ritmi e connessioni tra parole e musica.
Date repliche a cura di
Mauro Favaro
Scheda spettacolo a cura di
Mauro Favaro

LA LOCATION

COMUNALE
v. Mazzini - Todi (PG)
Tel: 075 8942206


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LE RECENSIONI


La recensione di Donato Panìco

‘Aspetto sempre qualcosa che arriva dal mare’. E’ proprio con questa frase che Antonio delle cozze, solitario e silenzioso personaggio di “Odissea”, definisce l’essenza della rappresentazione stessa: l’attesa innanzitutto, e il mare, appunto. Un’entità forte e misteriosa da osservare in un misto fra curiosità e timore, da apprezzare e rispettare. Un mare che porta delle risposte e degli insegnamenti. Come proprio la figura paterna. Al Crt Salone è in scena “Odissea”, spettacolo prodotto dalla Compagnia del Teatro dell’Argine, scritto, diretto ed interpretato da Mario Perrotta. Accompagnato dalle note originali, composte ed eseguite da Mario Arcari (clarinetto, oboe e percussioni) e Maurizio Pellizzari (chitarra e tromba), con i quali aveva già inscenato “Prima guerra”, l’attore salentino veste i panni di un novello cantastorie rivolgendosi direttamente al pubblico nel suo racconto. ‘Parla cu’ mmie, Mùseca, cunta! De lu cristianu chinu de malizie, ca anni e anni prattecàu lu mare, dopu ca tutta Troia ibbe squartata…’ La rilettura di Mario Perrotta dei versi omerici dell’Odissea si adagia perfettamente sull’accompagnamento musicale, fino a creare una ritmata e piacevole filastrocca a tratti vernacolare. Il monologo scritto da Perrotta è una trasposizione ai giorni nostri, ambientata nelle terre salentine, del poema epico, in cui l’attore leccese interpreta il particolare ruolo di Telemaco, figlio di Ulisse. Questi soffre per la mancanza del padre, non avendolo mai conosciuto. Nel lungo andare, però, agli occhi di Telemaco, nemmeno lo status di eroe può sopperire a ciò di cui un congiunto ha bisogno. È stritolato dall’isolamento della madre, reclusa per scelta nella propria dimora, e dai pettegolezzi del paesani che per diletto prendono di mira tutti coloro che ‘si assentano un solo giorno dalla pubblica piazza’. Il giovane Telemaco, così, cerca le risposte di cui necessità scaricando la sua rabbia interiore su sé stesso e tutto ciò che lo circonda: sua madre, i suoi compaesani, persino incolpando il mare. Sarà la figura del vecchio Antonio delle cozze, suggestivo quanto schivo pescatore considerato pazzo dai compaesani per il sua misantropia, a svelargli come comprendere e ascoltare i segreti del mare, raccontandogli quindi la storia di suo padre. Una storia che raggiunge il culmine di coerenza, rispetto alle gesta narrate da Omero, allorché il piccolo Telemaco, difendendosi dagli scherni dei compagni di scuola, racconta le vicende della lotta fra suo padre e il ciclope. Malinconica interpretazione dell'attore che, come affermato dallo stesso Mario Perrotta, presenta analogie proprio con la storia familiare dell’artista pugliese e costituisce un pregevole spettacolo nel quale emerge grande trasporto. Mario Perrotta, esponente della seconda generazione del teatro di narrazione, interpretando Telemaco in “Odissea” si è classificato al terzo posto della sezione miglior attore del Premio Ubu 2008. Preziosa, inoltre, la mimica utilizzata dal salentino, così come il trucco e la giacca da presentatore che mitigano, aggiungendo dell’ironia, la carica di sentimenti espressi. Ammirevole, infine, anche l’utilizzo delle luci, capaci più che altro di creare sapienti giochi d’ombra. Milano, Crt Salone, 20/02/2009
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Voto: Voto del Redattore: Donato Panìco


La recensione di Petra Motta

Un attore e due musicanti, un aedo moderno con i suoi strumenti, mettono in scena l’Odissea di un Telemaco salentino, figlio di Ulisse, partito per la guerra e mai più tornato, e di Penelope-Speranza, che si è chiusa nella casa e aspetta cucendo, dietro le gelosie, chi non tornerà più. L’Odissea di Mario Perrotta è solo liberamente tratta dall’originale omerico, trasformato, dallo sguardo visionario dell’autore-regista-attore, in una teoria di quadri, di episodi, tratti dalla vita del suo novello Telemaco. Il protagonista, come il suo omonimo omerico, è vissuto senza la presenza del padre, eroe di guerra mai tornato, ed è combattuto tra un amore cieco per questo ‘Lui’, autore di straordinarie imprese, e un odio rabbioso per chi l’ha abbandonato per inseguire i suoi dubbi, le sue curiosità, i suoi ‘perché’ - che prendono la forma delle sirene, del ciclope, della maga Circe, di Scilla e Cariddi – e ha lasciato la madre alla mercé della malelingue del paese, sedotta e abbandonata, rinchiusa nella solitudine e nel buio della sua casa, al riparo dagli occhi del mondo. In questa Odissea rivisitata, Telemaco è un ragazzo caparbio, ma sognatore, che si lascia affascinare dai racconti favolosi sui viaggi paterni narrati da ’Antonio delle cozze’, una specie di Eumeo che, invece di nutrire i porci di Ulisse, nutre il mare con i suoi mitili, e sembra avere stretto un patto con le onde. Il ciclope Polifemo è un mostro che abita una caverna d’acciaio che assomiglia al laboratorio di uno scienziato pazzo; un essere deforme che compie esperimenti di medicina sulle sue pecore, innestando loro parti di corpi umani. Le sirene sono ragazze da cartellone, veline, sciacquette, squillo di carta che richiamano, con la loro avvenenza, i marinai di passaggio fino a farli impazzire. Circe, poi, è la tenutaria di una casa d’appuntamenti, di un castello-bordello, popolato da qualsivoglia tipo di donna, ragazza, bambina, per soddisfare anche i più esigenti turisti del sesso, i veri porci del nostro tempo. Mario Perrotta, un po’ Totò, un po’ Petrolini, dando prova di una grande capacità attoriale, mimica e prossemica, verbale e canora, accompagna la narrazione della vicenda con canzoni e ritornelli, giochi di parole – mitile, milite, limite – stornelli e citazioni da Omero in dialetto leccese; si aggira per il palco con movenze felpate e scanzonate, comiche e tragiche, toccando ogni corda del teatro, dalla grande tragedia, al mimo, all’avanspettacolo. Il mare, divinità protagonista dell’Odissea quanto gli altri personaggi, resta invisibile al pubblico, ma è evocato dalle ondate di parole, sciorinate con maestria dalla velocità di dizione di Perrotta, e sembra travolgere gli spettatori in un turbine inafferrabile. Il pubblico appare conquistato dall’opera di rilettura dell’attore leccese, nonostante resti talora disorientato dalla rapida successione degli episodi del racconto, non sempre facilmente interpretabili. Gli arditi passaggi dal presente di Telemaco, al passato di Ulisse, dall’Odissea moderna alla sua omonima classica, da un personaggio all’altro – tutti ben caratterizzati, ma interpretati da un solo attore – non sono così immediati per il pubblico e rischiano di far naufragare nell’incomprensibilità un esperimento teatrale di grande impatto e forza emotiva. Bergamo, Teatro Donizetti, Auditorium di Piazza della Libertà, 5 gennaio 2009
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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta

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