DITEGLI SEMPRE DI SÌ
LO SPETTACOLO
Autore: Eduardo De Filippo Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
CIVICO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Francesco Rapaccioni
Il mondo capovolto San Severino Marche (MC), teatro Feronia, “Ditegli sempre di sì” di Eduardo De Flippo IL MONDO CAPOVOLTO Ditegli sempre di sì è un lavoro di De Filippo degli anni Venti, in cui viene presa in esame la pazzia con toni comici, prima della sterzata finale verso il dramma. In questo scritto al centro c'è una vera pazzia, ma il lavoro convince meno di altri dello scrittore per il suo oscillare tra un vago “odore” pirandelliano e la farsa e il “ritorno a casa” conclusivo non dà un apporto fondante al testo. Il protagonista Michele dopo un anno in manicomio torna a casa della sorella vedova, la quale ha tenuto nascosta a tutti la notizia per salvaguardare la reputazione del fratello (ha detto che era in viaggio per affari). Egli però non è guarito, tutt'altro: è fissato con il “parlare con le parole appropriate” e tende a credere a tutto quello che gli viene detto, seppure ironicamente, combinando equivoci a non finire. Fino a quando la sorella non lo riporta a casa, cosciente della malattia del fratello e, soprattutto, dei danni provocati dal nasconderla agli altri. La regia di Geppy Gleijeses punta sui toni farseschi. La bella scena di Paolo Calafiore (bene illuminata da Luigi Ascione) esalta un vago senso di surreale del testo, proponendo per il primo atto una scena di interno con parete vetrata sullo sfondo da cui si vede una città sottosopra, quel mondo capovolto che è nella lettura dell'autore. Nel secondo atto, il luogo dovrebbe essere una casa di campagna: ecco allora un “bosco” di enormi girasoli. I bei costumi di Gabriella Campagna, molto attenti ai dettagli, situano l'azione verso la fine degli anni Venti. Matteo D'Amico è compositore tra i più interessanti della musica italiana contemporanea; il suo apporto allo spettacolo è davvero minimo, eppure significativo dal punto di vista qualitativo. Il cast è dominato da uno straordinario Gennaro Cannavacciuolo: dire che egli interpreta “en travesti” il ruolo di Donna Teresina, la sorella vedova di Michele, è assolutamente riduttivo, tali sono la classe, l'eleganza e la maestria messi nel personaggio. Teresa è tratteggiata con palese napoletanità e, al tempo stesso, con un talento ironico (distaccato, nel senso semantico del termine) unico: splendida la scena in cui ella subisce le avances di Don Giovanni (nomen omen) con palese senso di fastidio. Peccato che il personaggio sia pressochè assente nel secondo atto. Il regista riserva per sé il ruolo del protagonista, affrontandolo calcando la mano sul pedale del comico, soprattutto tramite una recitazione giocata abilmente sulla mobilità del viso, sui tic, gli inciampi linguistici e sui repentini cambiamenti di espressione. Il figlio Lorenzo Gleijeses interpreta il giovane Luigi con enfasi. Con loro un cast affiatato di attori puntuali nei rispettivi ruoli: Gigi De Luca, Gina Perna, Antonio Ferrante, Ferruccio Ferrante, Gino De Luca, Stefano Ariota, Laura Amalfi, Felicia Del Prete. Pubblico divertito, molti applausi. FRANCESCO RAPACCIONIVisto il 27.3.10 a san severino marche (mc) Teatro: feronia La recensione di Damiano Verda
Ditegli sempre di sì Michele, finalmente, torna a casa. E sua sorella Teresa lo attende con ansia, con una gioia che quasi non sa dire. Già, perché Michele non torna da un lungo viaggio d’affari, come si vuol far credere agli amici e ai vicini, ma rientra a casa dopo un anno passato in un manicomio. Ma ora, assicura il dottore, il sig. Murri è completamente guarito. E Michele compare, sulla scena e sulla soglia della porta di Teresa. Si affaccia sul palco con il volto di un eccezionale Geppy Gleijeses, che riesce, con tutta la compagnia, a rendere omaggio come pochi altri allo spirito della commedia, frutto del genio del grande Eduardo De Filippo. Michele è guarito sì, certo, quel periodo passato in manicomio l’ha cambiato, tuttavia ogni tanto non sembra molto presente a se stesso…ma è guarito, senz’altro, guarito! E poi insomma, è certamente in grado di ragionare con grande lucidità, con lucidità sorprendente! “Vedi, Teresa”, soggiunge lo stesso sig. Murri “è che fuori da qui, è il mondo ad essere tutto sottosopra”. E così viene rappresentato anche dalla scenografia: fuori dalla finestra di casa Murri, la scena è ribaltata. Ribaltata un’immagine, l’immagine di ciò che c’è fuori, fuori dalla chiarezza che, a suo modo, Michele crede di aver trovato. Ma, fuori, tutto è a rovescio. Stravolto, soprattutto, il senso delle parole: troppo spesso distorto a favore di una metafora, di una frase ad effetto. E proprio da qui si originano una serie di spassosi equivoci, con Michele a fare la parte del leone, talvolta confuso e sinceramente stupito e in altre occasioni invece ironico, addirittura brillante, capace di risolvere, forse involontariamente, situazioni anche molto complicate. Michele però è diverso ormai: l’isolamento, la solitudine, lo hanno cambiato. E mentre di risata in risata ci si avvia verso un sorprendente finale, gli equivoci si dipanano e si fa largo, sia pur a fatica, come una luce fioca ma sempre più forte, la verità. Una verità che sembra poi svelarsi come d’improvviso: vivida, accecante, non più celata da omissioni e fraintendimenti. Una verità amara. Genova, Teatro Della Corte, 16 febbraio 2010Visto il 16/02/2010 a Genova (GE) Teatro: Della Corte La recensione di Maria Vittoria Smaldone
Michele è appena uscito dal manicomio, e sua sorella Teresa lo accoglie in casa badando a non far trapelare la notizia della sua follia. Perché certe malattie difficilmente vengono comprese. La follia, l’estraniazione, la difficoltà di comunicazione tra normali e folli, sono al centro di questa commedia di Eduardo, Ditegli sempre di sì. E’ un detto antico: ai pazzi bisogna sempre dire di sì, accontentarli, per prevenire gesti inconsulti. Ma Michele, il pazzo di Eduardo, non è consapevole della sua follia, o meglio la vede riflessa in altri, in Luigi, un attore, letterato perdigiorno che si è innamorato di Evelina, la donna che Teresa vorrebbe far sposare a Michele. Il pazzo sembrerebbe a volte essere più lucido dei normali; in fondo le sue azioni strampalate spesso mirano al bene, come quando comunica ad Attilio la morte del fratello, Vincenzo, solo per far sì che i due si incontrino e facciano pace. Ma è proprio dagli equivoci generati dalle azioni, dalle bugie di Michele che scaturisce la comicità. Un Eduardo più vicino alla Commedia dell’Arte in questi frangenti, strizza l'occhio a Pirandello nel secondo atto. Perché la finzione viene smascherata, emerge il punto di vista relativo, quello di un folle, che attraverso le sue menzogne aveva confezionato una realtà verisimile. All’interno della performance l’autore napoletano, come accade nell’Arte della Commedia, si riserva dei momenti di metateatro, soprattutto con Luigino che grazie alla sua arte riesce sempre a spuntarla. Michele invece, il pazzo, non capisce l'arte dei folli e continua a ricercarne e pretendere una spiegazione razionale. Un paradosso assai divertente che suscita il riso in quanto si ripete, ma testimonia il dramma del pazzo, di colui che la società non accetta, perché imprevedibile, pericoloso, e che è destinato ad essere emarginato. La compagnia del Teatro stabile di Calabria, che calca il palco del Quirino, fornisce una buona interpretazione del capolavoro di De Filippo. Originale e divertente l’idea di far interpretare Teresa da un uomo, travestito; spiccano per bravura sia Lorenzo Gleijeses, nella parte di Luigi, che Geppy Gleijeses regista e protagonista, tuttavia a questo lavoro manca qualcosa, non è presente Napoli. La mimica facciale di Eduardo e dei suoi eredi, la musicalità di quel dialetto che è una lingua tragicomica, teatrale, difficilmente sono riproducibili, perché l’arte scenica emerge dalle viscere di Napoli, scorre nelle vene degli attori figli di quella di quella terra, mentre nella messa in scena di Gleijses si respira poco la magica atmosfera della città partenopea. Inoltre il ritmo è un po’ lento e a tratti ci si annoia. Belli i costumi, e surreale quasi la scenografia.
La recensione di Claudio Finelli
Innanzitutto una premessa: l'entusiasmo con cui abbiamo atteso, ansiosi, la prima edizione del Festival Internazionale del Teatro è stato alimentato soprattutto dalla condivisibile speranza che, almeno in questa circostanza, avremmo osservato ed applaudito una drammaturgia avulsa da qualsiasi deprimente logica di mercato, caratterizzata da una cifra creativa personale, nuova e capace di approcciare in maniera idonea ed originale anche il teatro popolare di tradizione. Capita invece che, ohimé, tali auspici vengano frustrati e, in spregio a qualsiasi costruttivo progetto di rilevante interesse drammaturgico, si appalesi, anche in questa occasione, l'esiziale e recidivo morbo del filodrammatico di ritorno, epidemia che non perdona e del cui doloroso contagio è vittima stavolta nientemeno che Eduardo. Stiamo parlando dell'allestimento, curato da Geppy Gleijeses e prodotto dal Teatro Stabile di Calabria, della commedia Ditegli sempre di sì, scritta nel 1927 e oggi messa in scena a Napoli per il Teatro Festival Italia.
Mortificato in un allestimento scenico già di per sé presepiale e didascalico ben oltre il tollerabile (perfino l'accennato simbolismo di qualche soluzione si configura come scolastica ed imbarazzante didascalia dell'ovvio), la tragicomica pièce di de Filippo perde ogni consolidata e riconosciuta velleità testuale e, da testo drammaticamente ed ironicamente parapirandelliano, si fa grossolana farsa di carattere, tutta imperniata sulla rappresentazione sostanzialmente comica di equivoci ed intrighi i cui protagonisti, svuotati di qualsiasi lettura introspettiva e di qualsiasi problematicità, sono ridotti arbitrariamente al rango di maschere e tipi fissi.
Consimile facile e semplicistica caratterizzazione dei personaggi trova i suoi picchi esemplari proprio nell'interpretazione di Geppy Gleijeses e del figlio Lorenzo, il primo responsabile di banalizzare il disagio psichico di Michele Murri, offrendo del malato di mente l'immagine stereotipa di un demente disadattato, disgraziatamente in linea con la recente e triste rivalutazione dei beach movies all'italiana, il secondo senza dubbio reo di aver azzerato tutto il potere socialmente eversivo del personaggio di Luigi Strada, grazie ad una recitazione stentata e stentorea, più idonea alla performance conclusiva di un modesto percorso di teatro scuola che ad un Festival di Teatro di rilevanza internazionale.
Infine, è giusto sottolinearlo, eccezion fatta per il sempre bravissimo Gennaro Cannavacciuolo, tutta la compagnia − Gigi de Luca, Antonio Ferrante, Ferruccio Ferrante, Gina Perna, Stefano Ariota − nonostante le indiscusse potenzialità dei singoli, sembra come schiacciata ed imbrigliata in una regia elementare, superficiale ed incapace di penetrare le ragioni profonde dell'opera rappresentata, condizione questa che spoetizza enormemente la messinscena, degradandola a livelli di socializzante e spensierato intrattenimento.
Napoli, Teatro Festival Italia - Villa Comunale, 18 giugno 2008
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