LO SCARFALIETTO
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: Eduardo Scarpetta Descrizione
A fianco di Gleijeses in questa avventura, uno dei comici migliori tra i grandi napoletani di questi anni, Lello Arena che, prima con Troisi e De Caro e poi autonomamente, percorrendo una strada di continua qualificazione e senza cedimenti, rinverdisce i fasti comici del nostro teatro. E ancora, nel ruolo della soubrette Emma Carcioff, Marianella Bargilli, una giovane ma già consolidata realtà del teatro italiano. protagonisti de Lo scarfallietto sono Amalia e Felice, freschi sposi, che litigano per qualsiasi banalità. Stavolta è la rottura di uno scaldino nel letto nuziale a provocare il finimondo, con convocazione di avvocati e richieste di separazione. Alle liti violente assiste Gaetano Papocchia, che capita in casa della coppia per affittare un "quartino" destinato alla soubrette Emma Carcioff, per cui da tempo spasima. Da questa crisi matrimoniale scaturiscono una serie di situazioni esilaranti, comiche, al limite del grottesco fino al delirio finale in tribunale. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diAssociazione Teatrale "Lì Sciosciammocca" Associazione Teatrale "Lì Sciosciammocca" LA LOCATION
CILEA COMUNALE LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Roberto Rinaldi
Lo scaldaletto fa litigare marito e moglie Cosa c’è di meglio se non una bella borsa dell’acqua calda nel letto per aumentare il tepore durante il sonno? Un rimedio dei nostri nonni non certo più in uso ai giorni nostri, ma pur sempre valido in caso di necessità. Se dormite da soli non sussiste controindicazione, se dividete il letto con il vostro partner, è meglio ottenere preventivamente il suo consenso. Altrimenti rischiate di fare la fine di Felice Sciosciammocca e di sua moglie Amalia, che a causa del loro “scarfalietto”, finiscono per litigare e chiedere il divorzio in tribunale. Tutta colpa di un banale scaldaletto capace di minare l’armonia e l’amore di una coppia a suon di litigi, ripicche, gelosie, dispetti, denunce e minacce di separazione. Un grande strepito che però alla fine si risolverà nel migliore dei modi dopo aver scoperto l’equivoco. O per meglio dire la commedia degli equivoci così gustosi da riuscire a divertire e far ridere il pubblico accorso a vedere la celebre commedia napoletana di Eduardo Scarpetta. Una baraonda dall’inizio alla fine in cui si assiste a una raffica di gag surreali, intrighi che si susseguono a ritmo incalzante, duetti paradossali e per questo esilaranti come accade nella migliore tradizione del teatro partenopeo. Non è però solo un banale pretesto per suscitare il riso facile e il divertimento fine a se stesso, c’è sotto traccia una pungente e voluta critica, a volte anche feroce, rivolta a una società in caduta libera. La nobiltà, il ceto borghese medio – alto, e lo stesso popolino, sono in responsabili, ognuno a modo loro, del degrado sociale, economico, culturale di una città sempre più in decadenza, un tempo invidiata da tutta Europa. In questo senso l'idea drammaturgica del regista è quello di storicizzare il testo. Si assiste comunque ad un’atmosfera in cui si mescolano tutti gli ingredienti tradizionali della commedia briosa e intrigante nel suo susseguirsi di repentini cambi di registro comico. Il ritmo è travolgente in un susseguirsi di accadimenti. Sulla scena una compagnia capace di dare un ritmo vertiginoso alla trama ricca di piccoli colpi di scena tanto realistici quanto paradossali e mutuabili in divertenti nonsense, gustose micro rappresentazioni dove i personaggi si rincorrono a vicenda. Ognuno rincorre l’altro. Gli equivoci si sprecano e lo scarfalietto finisce in un’aula di tribunale, dove succede l’inverosimile. Avvocati, mogli sospettose dei propri mariti ammaliati da soubrette di varietà, domestici dispettosi. Alla fine si scoprirà che il famigerato scaldaletto rotto con conseguente bagno di acqua tra le lenzuola, non è imputabile alla volontà del marito, bensì al servitore che confessa e ristabilisce l’unione matrimoniale. E tutti vissero felici e contenti. Il merito del successo è nelle mani del regista e di tutta la Compagnia: uno spassosissimo e divertente Geppy Gleijeses nel doppio ruolo di don Gaetano Papocchia, uno stralunato personaggio buffo e pieno di tic, e dell’avvocato Anselmo Raganelli detto Tartaglia di nome e di fatto. Accanto a lui il Felice Sosciammocca interpretato da Lello Arena a volte troppo sopra le righe nella sua esuberanza verbale e scenica, Marianella Bargilli, una donna combattiva, furiosa e minacciosa. Quasi ieratica. Con loro, Gianni Cannavacciuolo, Gino Perna, Margherita Ferrante. Luciano D’Amico, Gino De Luca, Antonietta d’Angelo, Vincenzo Leto. Il progetto drammaturgico adattato che si avvale delle belle scene di Paolo Calafiore e i costumi effervescenti di Sabrina Chiocchio. Lo spettacolo paga solo una certa prolissità del testo in alcune scene, come in quella dell’udienza in tribunale, leggermente eccessiva per il suo dilatarsi nei tempi teatrali. Una riduzione gioverebbe all’esito finale cui lo spettatore si concede divertito, lasciandosi condurre per mano. Visto il 2/12/2010 a Bolzano (BZ) Teatro: Comunale La recensione di Riccardo Limongi
Fra i classici più riproposti del teatro comico tradizionale partenope di fine '800, torna lo scarfalietto al Bellini, riproponendoci una trama ben nota, ed intrecci che quasi sempre si reggono sul loro livello più stretto e temporaneo, diciamo pure finalizzati all'immediata boutade o al lazzo ammiccante, che risulta sempre più significativo dello stesso insieme narrativo. La linea conduttrice è il matrimonio fra Felice Sciosciammocca ed Amalia, terminato quasi subito a causa della serie infinita di litigi fra i due, con l'inserimento del seduttore Gaetano Papocchia che tenta di acquisire i favori della ballerina-sciantosa Emma Carciòff, coinvolto poi come testimone dai due coniugi in cerca di buoni motivi vincenti per affrontarsi infine nell'aula del tribunale, dove infatti termina l'azione. I personaggi appaiono venendo fuori tutti insieme in uno spazio scenico disegnato con un libro aperto che contiene i tre capitoli della storia, sulla cui copertina c'è il titolo stesso della commedia, fra le più famose di Scarpetta: con lo sviluppo scenografico di Paolo Calafiore si delinea perciò un chiaro segno sull'incontro fra un pubblico come quello napoletano, pronto a sfogliare i suoi classici, e la dimensione del ricordo e della tradizione reinterpretata dalla compagnia guidata da Geppy Gleijeses. In quel particolare teatro di genere, l'attitudine prevalente era il riadattamento delle pochade francesi coeve, e così 'o scarfalietto proviene direttamente da “La Boulé” di Henri Meihlac e Ludovic Halévy, rinsanguato con una certa dose di appesantimento e di gusto per la battuta fine a sé stessa, anche volgare ma di un volgare medio-borghese, sicuramente diverso da quello appena precedente delle maschere del teatro borbonico, rivolto com'era ad una platea decisamente più rozza. In questa cornice, però, Lello Arena e Marianella Bargilli non fanno molto per ricordarci la tradizione, rimanendo sempre troppo sopra le righe: Felice Sciosciammoca risulta troppo iroso e collerico, perdendo la traccia del suo originario aspetto ironico ed ingenuo che lo rendeva attraente ed empatico, quello al quale la sensibilità borghese di fine '800 lo aveva adattato in una trasformazione della maschera di Pulcinella, e per il quale era stato disegnato lo stretto, usurato abito a quadretti ed un atteggiamento che complessivamente richiamava finanche Chaplin, mentre la moglie Amalia viene caricata con una figura cupa e talvolta quasi ieratica, nevroticissima, nordica, anch'essa prealentemente iraconda piuttosto che -ebbene sì, va detto proprio così- sprucida, come sarebbe risultata meglio riconoscibile dal pubblico, soprattutto se napoletano. Rimanere più agganciati ad un classico come questo, ed evitare sia le improbabili letture sociali di un recente passato, sia una reinterpretazione per sottrazione (di elementi essenziali) come questa, forse gioverebbe ad un genere che ha nel suo DNA una presa più che immediata con quella facile battuta e con un richiamo totalmente spensierato alle caratterizzazioni di impatto fulmineo, come è questo Scarpetta annata 1881, e come molti ricordano ancorain costanti riferimenti, non a caso, ad edizioni come quella del centenario, sotto la guida di Mario Scarpetta, anno 1981. Riusciti, invece, i due personaggi di Geppy Gleijeses che si alterna fra Gaetano Papocchia, gagà quasi di professione e migliore fra le caratterizzazioni, pervaso di farsesca ed onirica leggerezza, e l’avvocato dislessico Anselmo Raganelli, al quale Scarpetta affida il peso dell'arringa finale con cui in tribunale ogni cosa si scompone e si ricompone, mescolando ogni possibile trovata ed ogni livello di immediatezza con un ritmo molto elevato per coinvolgere il pubblico in un caos ludico, sempre sottostando a quegli stessi canoni di arguzia di inconfondibile matrice scarpettiana. Visto il 12/11/2010 a Napoli (NA) Teatro: Bellini SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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