UN CERTO SIGNOR G
LO SPETTACOLO
Autore: Giorgio Gaber - Sandro Luporini Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diRoberto Mazzone Roberto Mazzone LA LOCATION
CHIABRERA COMUNALE Repliche passate (dal 17/02/2009 al: 19/02/2009) LE RECENSIONILa recensione di Elisabetta Colla
UN CERTO SIGNOR G Chi ha amato il teatro-canzone di Giorgio Gaber ritroverà in Neri Marcorè un suo degnissimo erede, forse per l’umiltà ed il coscienzioso, intelligente lavoro con cui il versatile attore marchigiano ha saputo avvicinarsi al suo maestro (uno dei suoi più amati) ed assorbirne tutta l’intelligenza artistica con uno stile personale, che comunica istintiva simpatia ed elevata capacità affabulatoria. «Un certo Signor G», messo in scena da Marcorè al Teatro Olimpico di Roma, ci restituisce uno spettacolo anni Settanta/Ottanta («Il Signor G» vide la luce nel 1970) come fosse stato però scritto oggi, grazie all’originale regia di Giorgio Gallione ed alla scenografia moderna di Guido Fiorato - ricche di trovate e movimenti scenici - e, soprattutto, alle bellissime parole e re-interpretazioni dei dialoghi e delle canzoni di Gaber-Luporini, attualizzati qua e là da Marcorè con pochissime battute (“..vi siete ricordati di presentare le liste?..”) inserite in un testo già molto eloquente. Neri è bravo, ha una voce profonda ed avvolgente, sul palco si muove con grazia e passo felpato; la sua ironia è sorniona e la sua maschera, specialmente nei passaggi più “riflessivi” dello spettacolo, è più contenuta di quella gaberiana, della quale pure conosce ogni movenza, ogni inflessione, gli accenti giusti per ogni passaggio di testo e di scena come pure le malinconiche tonalità anche delle canzoni più brillanti. L’intento dello spettacolo è in ogni campo raggiunto: intrattenimento di qualità, equilibrio fra impegno politico-civile e paradossi del vivere quotidiano, meditazione profonda sull’amore, i condizionamenti sociali e le libertà individuali e sberleffo sui tabù del sesso, le mode ricorrenti e le nevrosi dell’uomo contemporaneo. Gaber cantava il suo tempo, ma cantava ogni tempo, con la forza e la passione degli uomini capaci di incidere trasversalmente ad ogni epoca: stesso smalto in Marcorè, stesso talento e precisione ritmica, forse meno coinvolgente calore (perché in Gaber la straordinaria dote umana travalicava la stessa dote artistica, pure immensa), ma ugualmente si ride e si piange, tra una maschera buffonesca ed un arpeggio suonato alla chitarra dallo stesso Neri, che commuove il pubblico nella sua sentita versione della canzone “Il dilemma” (da «Anni Affollati», 1980). In scena l’accompagnamento delle due bravissime musiciste Silvia Cucchi e Vicky Schaetzinger (pianoforti, chitarra e organetto) evoca le sfumature della modernità in mille rivoli, fungendo anche da “coro” o spalla in alcune scene. Canzoni come “La nave” e “Quello che perde i pezzi” da «Far finta di essere sani» (1973) o “Si può” da «Libertà Obbligatoria» (1976), fino alle più recenti “Se ci fosse un uomo” e “Io non mi sento italiano” (primi anni del 2000), rivelano la straordinaria capacità di Gaber di leggere e anticipare i tempi ed i sommovimenti della nostra società, forse perché – come sottolinea Marcorè – “l’Italia tende a non cambiare granché, anzi semmai regredisce…”Visto il 07/03/2010 a Roma (RM) Teatro: Olimpico La recensione di Roberto Rinaldi
Un certo Signor Marcorè si cimenta con un famoso signor Gaber, scegliendo di interpretare “Un certo signor G.” in teatro, un repertorio di monologhi e canzoni del grande cantautore milanese proposte a teatro in un modo tutto suo di fare teatro, dove solo lui riusciva a mescolare musica e parola, indagare e fustigare il malcostume degli italiani, anticipando sempre qualche fenomeno sociale, prima che l'opinione pubblica se ne accorgesse, Attraverso le sue canzoni egli riusciva a graffiare e indagare nelle nostre coscienze. C'era l'indignazione di un testimone privilegiato, ahimè interrotta precocemente. Oggi giorno si sente molto la mancanza di un Giorgio Gaber nel panorama culturale italiano che lo aveva portato a scrivere insieme a Sandro Luperini “Io Giorgio Gaber sono nato e vivo a Milano. Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”, ripresa da Marcorè. Compito non facile quello del bravo e simpatico attore dotato di una presenza scenica eclettica. Si muove in un contenitore nero, quasi claustrofobico, interrotto solo da porte e finestre tappezzate da giornali. Fogli di quotidiani per denunciare, segnalare, raccontare la vita degli italiani. Marcorè conosce bene i tempi e la regia di Giorgio Gallione confeziona uno spettacolo visivamente suggestivo, ben cadenzato, in cui l'attore ripropone Gaber, senza fare Gaber, a nostro avviso non c'è imitazione, non c'è emulazione, e questo è un pregio dello spettacolo. Supportato dalla bravura di due pianiste Gloria Clemente e Vicky Schaetzinger, Marcorè ripropone anche testi recenti della produzione di Gaber come “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola” scritti tra il 1970 e il 1974, accanto a questi c'è una sorte di rilettura contemporanea del “pensiero – Gaber” che gli autori aggiungono e che compongono l'impianto drammaturgico dello spettacolo, attualizzandolo ai giorni nostri. Un passato e un presente dove si coglie un po' la fatica di legare insieme il tutto. Ciò nonostante l'ascolto è godibile e le varie soluzioni estetiche pensate hanno il loro fascino. C'è l'aria stralunata di Marcorè che sa cantare, alterna momenti di ilarità e vis comica sottile, ad altri più riflessivi. I giornali strappati cadono come siparietti, entra in scena un enorme topo totem, dall'alto scendono quadri di nuvole alla Magritte, la scena è rarefatta e Marcorè offre al pubblico un assolo alla chitarra che scalda gli animi e suscita un entusiasmo finale che gli vale un'ovazione.
Bolzano Teatro Cristallo 13 gennaio 2008
La recensione di Tommaso Dotta
DI SCENA ALL'ARCHIVOLTO IL LASCITO DEL "SIGNOR G"
Il “signor G” nasce sul finire degli anni ’60 in un momento di svolta per la carriera di Giorgio Gaber, uno dei cantautori italiani ricordati con più affetto. L’ironia ha da sempre caratterizzato la sua opera, ma proprio in questo periodo si fa largo in lui un’anima più aggressiva, capace di graffiare tematiche sociali con cinica lucidità. Con l’invenzione del Teatro Canzone, Gaber dà vita ad una nuova formula, capace di unire due delle sue più grandi passioni: musica e teatro. Grazie alla collaborazione con l’amico pittore Sandro Luperini consegna così ai posteri testi di grande efficacia, capaci di destreggiarsi con leggerezza e punte di cattiveria tra gli anfratti della psiche umana (ed in particolare italiana).
Il compito di fare tesoro di un tale lascito è stato raccolto nella scorsa stagione dal teatro Archivolto che, grazie alla regia di Giorgio Gallione ed al contributo di un sorprendente Neri Marcorè, ha dato alla luce due ore di spettacolo efficaci e coinvolgenti, capaci di toccare direttamente le corde emotive di ogni spettatore.
Lo spettacolo vede sulla scena il solo Marcorè che, accompagnato da due pianiste, tra canto e recitazione ci conduce disinvolto attraverso la vita del “signor G”: un individuo come tanti, caduto fin dalla nascita tra le fauci di quel Meccanismo che vuole l’essere umano in costante competizione con tutti i suoi simili. Una competizione che si protrae negli anni lasciando il protagonista in preda a nevrosi, senza risposte nella vita, in amore, ne tantomeno in politica, luogo di ipocrisie sia di destra che di sinistra.
Le notevoli capacità canore di Marcorè passano qui in secondo piano rispetto ai testi illuminanti del cantautore: da “l’ingranaggio” (pezzo tratto dall’album “Dialogo tra un impegnato e un non so” del 1972) a “io non mi sento italiano” (l’ultimo disco del 2003) mai una banalità, mai una parola fuori posto.
Premiato con il Biglietto d’Oro 2008 dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, grazie ai quasi 45.000 spettatori attratti in 21 diverse città, “un certo signor G” reinterpreta il lascito di Gaber e Luperini con semplicità, passione e stile evocativo. Da non perdere.
Genova, Teatro dell'Archivolto, 25/11/2008
La recensione di Francesco Rapaccioni
Fabriano (AN), teatro Gentile, “Un certo signor G” di Giorgio Gaber
IL SIGNOR GABER SECONDO NERI MARCORE'
Lo spettacolo è l'occasione per rivisitare l'opera di Giorgio Gaber ed esplorare il mondo di un uomo comune che si interroga sul senso della propria vita, “sempre sfiorata dal pericolo dell'imbecillità e del qualunquismo”. Il signor G è l'uomo medio, pensante, con sentimenti, che vive le storture dell'italica democrazia e dei suoi rappresentanti.
Neri Marcorè rivisita l'opera di Gaber con l'amarezza del signor G ma con quel suo modo tutto personale di essere gentile, surreale e tenero, un ragazzotto mai cresciuto (“chissà perchè i sogni, proprio quando – come specchi fedeli all'anima – svelano gli intendimenti, si interrompono sempre”), un po' Forrest Gump e un po' Giorgio Gaber con quella sua “pulizia del sentire”. Ed è proprio questo il punto di forza dello spettacolo, costruito con Giorgio Gallione e tratto da vari testi di Gaber e Sandro Luporini. Non è un'imitazione di Gaber o una mera ripresa dei suoi lavori, piuttosto siamo di fronte alla stessa forza, ironica e civile, dell'originale, secondo le corde, le doti (qui versatili come non mai) e la sensibilità di Marcorè, mite e timido, meno gigione e buffone ma non meno pungente e paradossale.
In questi anni il signor G si è evoluto. Alcune cose sono cambiate dal 1970 ad oggi, altre sono rimaste uguali, altre ancora si sono incancrenite. Ci sono attualizzazioni sulla politica e la cronaca: “la maggioranza è talmente vicina al 50% che basta che a uno gli arrestino la moglie e cade il governo”.
Accompagnato da due pianiste spiritose (Gloria Clemente e Vicky Schaetzinger), talvolta solo alla chitarra, il protagonista si interroga sul presente e sul futuro, denuncia, informa, parla di razzismo, di amore, di ecologia, di paura, di sogni e di incubi, di consumismo e comunismo, della politica di oggi e dei personaggi che dominano il panorama, di fratellanza, accoglienza e ospitalità. Si passa dalla brama di avere come e più degli altri alla serenità nel non possedere nulla; dal peso di essere compresso nell'ingranaggio alle bende sugli occhi costituite dai molteplici condizionamenti esterni; dall'ignoranza (“che è molto meglio della vostra idea di conoscenza”) alla consapevolezza delle proprie capacità (“mi sono fatto tutto da me, mi sono fatto tutto di merda”). Soprattutto la volontà/necessità di fare il bilancio della propria vita, “quando il cielo si fa un poco più grigio, quando si accampa un senso di amarezza e ti senti solo. E allora pensi al lavoro, alla salute, all'impegno sociale, morale, civile, all'amore, alla sfera degli affetti e dei sentimenti”. “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono: (...) i governi sono opportunisti, arroganti, ladri, in passato assassini, ma gli italiani hanno reso l'Italia un bel paese, (...) con la speranza che in un futuro non lontano al centro della vita ci sia ancora l'uomo”.
La scena è un quadrato nero, pagine di quotidiani a terra a mo' di tappeto e sulle pareti a chiudere le uniche aperture, poi aperte sul nero. Due pianoforti, due donne. Una sedia che si solleva fino al cielo, l'uomo senza niente è più leggero. Un topo enorme, la memoria de “Il Grigio”. E alla fine cinque quadri con nuvole sull'azzurro, come Magritte.
Marcorè sembra in questi ultimi anni non sbagliare un colpo nelle scelte professionali, tra teatro, cinema e televisione. Teatro gremito all'inverosimile, pubblico plaudente all'inverosimile, due bis alla chitarra, uno il notissimo che fa “la libertà non è star sopra un albero, la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione”.
Visto a Fabriano (AN), teatro Gentile, il 21 febbraio 2008
FRANCESCO RAPACCIONI
La recensione di Laura Da Prato
Da spettatore profano, quale è un non intenditore della musica di Gaber, ho assistito ad una pièce di grande impatto, nonostante l'allestimento volutamente minimalista, che ha trattato, sia in prosa che col canto, i più svariati temi dell'agire umano: l'amore, l'amicizia, l'egoismo, il lavoro, le paure terrene, l'identità.
Neri Marcorè si è fatto portavoce e corpo portante dei testi di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, talvolta riattualizzati: una metafora per tutte, l'uomo che perde i pezzi, prima un'occhio, e quindi è costretto a portare una benda attraverso cui si abitua ad una visione "distorta" del mondo, poi una gamba, una mano, parti del corpo, perde l'identità; e non solo, arriva addirittura a perdere la casa( elemento essenziale per la sua vita) e la madre, smarrita chissà dove. Ha perso i valori. E' un uomo senza niente, che diviene invidioso ( e la vicenda in questo caso va riletta al contrario) perfino di un altro uomo che ha solo un misero pelo, ma appena lo ottiene, vuole sempre di più, non riesce ad accontentarsi. Non si accontenta del lavoro e nemmeno dell'amore.
Un incubo rivela il suo lato "malvagio" se così lo vogliamo chiamare: costretto su una zattera per salvarsi dal fagocitamento del mare, ha a sua disposizione un bastone, con il quale può salvare o uccidere un altro uomo che sta raggiungendo a nuoto la zattera, il libero arbitrio lo fa oscillare tra altruismo e egoismo.
Il signor G diventa quindi ( nella seconda parte dello spettacolo) cinico, cattivo, come si definisce "una merda", odia tutto e tutti, non contempla atti di carità e benevolenza, ma solo di malvagità.
Neri Marcorè si rivela un vero mattatore, attore, interprete, maschera, marionetta, riesce a far immaginare ogni situazione che presenta al suo pubblico senza l'intervento di scenografie, oggetti o persone.
Accompagnato da due pianiste/attrici è il re della scena per oltre un'ora e mezza di vero spettacolo.
Uno spettacolo che fa sorridere e riflettere, accompagnato dalle canzoni intelligenti di un'artista che vedeva molto più in là del suo naso.
Viareggio (LU), teatro Politeama 04/12/07
La recensione di Elio Marracci
Martedì 4 dicembre alle ore 21,15 al Cinema Teatro Politeama di Viareggio, ha avuto luogo uno degli spettacoli più attesi della stagione teatrale 2007/2008, “Un certo Signor G”.
Quest’opera, un insieme di canzoni e monologhi tratti dagli scritti di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, è stata interpretata da Neri Marcorè, uno degli attori più eclettici del panorama italiano celebre, oltre che per aver recitato una seguitissima fiction nei panni di Papa Luciani, per le sue presenze televisive ai programmi “Parla con me” di Serena Dandini e “Per un pugno di libri” e per le numerose apparizioni cinematografiche.
Diretta da Giorgio Gallione per il Teatro dell’Archivolto di Genova, “Un certo signor G” è l’occasione, a più di 35 anni di distanza, per rileggere, rivisitare, reinterpretare l’opera di Giorgio Gaber.
Per permettere allo spettatore di accostarsi ad un personaggio, ad uno stile, a contenuti e a linguaggi, sempre attualissimi a trent’anni di distanza, di un artista geniale ed innovatore, sempre autonomo e fedele a se stesso.
È un’esplorazione nel beffardo, paradossale, buffonesco mondo di una maschera di uomo comune che si interroga, in modo comicamente impotente, sul senso della propria vita, sempre sfiorata dal pericolo dell’imbecillità e del qualunquismo.
Gli autori si sono ispirati, riproponendole e rimontandole, alle prime esperienze teatrali dell’attore milanese, quelle de “Il Signor G” appunto, ma anche quelle di “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola” , messe in scena tra il 1970 e il 1974, rifacendosi anche stilisticamente alle forme del ‘teatro canzone’, invenzione prettamente gaberiana continuamente perfezionata nel corso di vari spettacoli, geniale intreccio di monologhi e melologhi, musica e canzoni.
Neri Marcorè interpreta il signor G più di trent’anni dopo queste esperienze.
Solo sul palcoscenico con una chitarra, accompagnato da Vicky Schaetzinger e Gloria Clemente al pianoforte, a riscoprire un’opera, quella di Gaber e Luporini, da considerare un’invenzione senza tempo, un classico moderno che tra ironia, malinconia, istanze civili e comico paradosso si interroga sui destini dell’uomo moderno, in bilico tra utopia, impotenza, razzismo, amore, consumismo, paura e sogno.
Un individuo che rischia di perdere i pezzi e che soffre, ci dice Gaber, dei mali più comuni e alla moda: nevrosi acuta, condizionamento totale, visione delle cose vicina allo zero: una persona normale insomma.
Degne di nota infine, anche le scene minimali e i costumi di Guido Fiorato e le luci di Aldo Mantovani.
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