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THE HISTORY BOYS
The History Boys

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LO SPETTACOLO

Autore: Alan Bennett
Regia: Ferdinando Bruni-Elio De Capitani
Compagnia/Produzione: Teatridithalia
Cast: con Elio De Capitani [Hector], Ida Marinelli [Mrs Lintott], Gabriele Calindri [Il preside], Marco Cacciola [Irwin], Giuseppe Amato [Scripps], Marco Bonadei [Rudge], Angelo Di Genio [Dakin], Loris Fabiani [Lockwood], Andrea Germani [Timms], Andrea Macchi [Crowther], Alessandro Rugnone [Akthar], Vincenzo Zampa [Posner] luci di Nando Frigerio

Descrizione
La commedia di Alan Bennett nella versione di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani ha debuttato nel 2010 all'Elfo Puccini di Milano ed è stata subito salutata dai critici come “uno degli spettacoli più importanti ed emozionanti” firmati dai due registi, diventando un caso per la risposta entusiasta degli spettatori più giovani. Una commedia che mette in scena un gruppo di adolescenti all’ultimo anno di college, impegnati con gli esami di ammissione all’università. Un testo sui giovani e per i giovani, che vi possono ritrovare i sogni e le speranze, la rabbia e i progetti per il futuro della loro generazione. Un testo drammaturgico brillante, acuto ed ironico per interrogarsi sull’intrinseco valore della cultura e sul suo rapporto col cinismo della società contemporanea, sul complesso rapporto tra autenticità e verosimiglianza, veridicità e ambiziosa ricerca di affermazione sociale, professionale ed emozionale da parte dell’individuo.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

CAVALLERIZZA
via Allegri 8/a - Reggio Emilia (RE)
Tel: 0522 458811


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 12/03/2012 al: 15/03/2012)

LE RECENSIONI


La recensione di Jimmy Milanese

The History Boys: ragazzi in attesa di successo.

E' considerato come un Dio, in Inghilterra e nello Yorkshire, dove è nato. A diciotto-diciannove anni Alan Bennett era solo al suo ultimo anno di una scuola di Stato e aspirava una Top School: Oxford, per la precisione. Alla fine, fu Oxford e proprio da questa esperienza nasce “The History Boys”. Per fare quel salto di qualità, che nella società anglosassone imprime una svolta epocale alla tua vita, è passato per quei professori che non ti preparano alla conoscenza, ma curano la tua immagine, al fine di impressionare e convincere i temibili esaminatori di Oxford. In quel modo, Bennett ha imparato l'arte del bastian contrario, quello che pur di non apparire allineato esprime in modo convincente opinioni che magari non condivide, quello che a forza di citazioni sembra più colto di ciò che è realmente, oppure trae conclusioni arbitrarie ma estremamente efficaci dal punto di vista comunicativo.

In un certo senso, Bennett regala alla storia del teatro questa esilarante commedia per placare un senso di colpa. E lo fa a partire dal protagonista, il professor Hector, che la superlativa interpretazione di Elio de Capitani conferisce uno spessore assoluto alla figura del docente capace di affascinare i suoi allievi, interessarli alla bellezza delle parole e della letteratura, svincolarli da quei modelli della conoscenza che impongono  la memoria sul ragionamento. Dall'altra, c'è il programma ministeriale, che prende le sembianze del preside, Gabriele Calindri (personaggio con più di uno scheletro nell'armadio) e Irwin,  il professore supplente, quindi precario, come precaria è la memoria, efficacemente interpretata nei momenti di smarrimento del bravo Marco Cacciola. Tra Hector e Irwin s'instaura un rapporto enigmatico, per certi versi, perché sono insegnanti che rappresentano i poli estremi dell'educazione scolastica, pur condividendo entrambi, il primo in modo palese e spudorato, il secondo in modo latente e spaventato, la loro inclinazione omosessuale.

Gli allievi, nove ragazzi tra i 18 e 20 anni, solo apparentemente meno sofisticati dei loro professori, si trovano di fronte a una scelta definitiva per quanto riguarderà la loro vita: essere o apparire. Tra questi due poli opposti di un continuum narrativo sempre più drammatico, si consuma la tragedia finale. E' una tragedia che ha a che fare con la vittoria della norma, della regola, dell'ipocrisia sociale sulla purezza di un istinto infantile. Un finale svuotato, anzi, scenograficamente vuoto, ma con tutte le potenzialità per riempire di significato la vita di quei nove ragazzi, affascinati dalla poesia ma tentati dalla vita.

Visto il 25/03/2013 a Merano (BZ) Teatro: Puccini

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Voto: Voto del Redattore: Jimmy Milanese


La recensione di Angelo Callipo

La classe di storia

C’è sicuramente dell’autobiografia nella sfida di Bennet alle imperfezioni della storia, o per meglio dire alle imperfezioni del suo insegnamento nei college inglesi, proposta in The History Boys e raccolta, mantenendo il titolo originale, da Elio De Capitani e Ferdinando Bruni in un allestimento felicemente iniziato nel 2010 e ancora oggi sui palcoscenici d’Italia. C’è dell’autobiografia, perché l’autore de La cerimonia del massaggio, forse il suo titolo più reperibile nelle nostre librerie, prima di dedicarsi pienamente alla letteratura e al teatro ha attraversato, per l’appunto, quel difficile baratro che è l’insegnamento della storia ad adolescenti in crisi di identità, incerti nella costruzione di un proprio profilo culturale, incapaci di far fronte ad una vitalità che ondeggia tra eccessi emozionali e bizzarrie ormonali. Dunque, Bennet sa di cosa parla? Probabilmente sì, ma forse è questo il limite stesso della pièce. I clichè più stantii, infatti, sono sempre in agguato quando si tenta di calare domande universali (in cosa consiste la verità storica? Di quali strumenti servirsi per trasmetterla?) nei limiti oggettivi di un microcosmo (un college di Sheffield del 1985), ma i più pericolosi, certo, sono sempre quelli di chi questo microcosmo l’ha vissuto per davvero fino a farlo diventare centro di una speculazione a tratti imbarazzante. Dunque, gli stereotipi ci sono tutti: il preside preoccupato unicamente del successo performativo della propria scuola; l’insegnante ribelle alle regole e custode di una cultura scevra da fini utilitaristici (Hector); Mrs Lintott, tutta contenuti e solide basi, frutto di un lavoro certosino e faticoso, ma poco premiante; il professore giovane, ambizioso e cinico (Irwin) che conosce i meccanismi del successo e sa come afferrarli pur parlando di Tudor, Stalin o prima guerra mondiale; una classe, infine, vivace ma affiatata, che salta sulle sedie e calpesta i libri, ma si lamenta perché il professor Irwin, appena arrivato, lancia i quaderni e rischia di sciuparli, composta, secondo un clichè crescente, dal secchione (Posner) che conosce a memoria tutte le definizioni e che, come non bastasse, è anche ebreo ed omosessuale, in pratica un nerd da telefilm, al grassone (Timms) che fa dell’autoironia la sua arma migliore, poi c’è quello in crisi spirituale ma senza grandi afflizioni personali (Scripps) e infine lo sciupafemmine (Dakin) di cui sono tutti innamorati, Posner, Hector, Fiona, segretaria e amante del preside, e che a sua volta è attirato, più intellettualmente che sessualmente, dal professor Irwin, giovane intellettuale che non ha ancora fatto i conti con la sua omosessualità. La regia di De Capitani/Bruni, attenta a far muovere i suoi dodici attori in uno spazio sapientemente scandito da due fronti opposti, la scrivania del preside alla destra di chi guarda e gli armadietti dei ragazzi alla sinistra, mentre al centro il vorticoso movimento delle sedie e della cattedra crea le più diverse costruzioni, indulge a questi cliché con continui ammiccamenti e una recitazione che non nasconde nulla, ma esplicita gesti e battute chiaramente indirizzati al favore del pubblico. La scena in cui Dakin, sorpreso perché Scribbs non si masturba, spiega a gran voce e mima con gesti incontrovertibili di non volersi trovare nei paraggi nel momento in cui il membro virile del suo amico esploderà in polluzioni a cascata, è solo l’ esempio di un’enfasi che non si placa mai in tutte le tre ore di spettacolo. Lo stesso valga per le continue imitazioni del vizietto di Hector: il vecchio professore accompagna a turno gli studenti che gli piacciono di più a casa e sulla sua moto si lascia andare a palpeggiamenti. Vizietto che sarà la causa del suo pensionamento anticipato, dal momento che il Preside lo utilizzerà come ricatto per sbarazzarsi di un insegnante i cui metodi non portano ai risultati attesi, facendo al contempo spazio all’ambizioso Irwin, che invece promette facili traguardi per l’accesso a Oxford e Cambridge. Il verso che i gli studenti in scena fanno ad Hector e ai suoi disinvolti approcci sessuali è quasi il leit motiv di tutto lo spettacolo, proponendosi con una ripetitività talvolta ai limiti della noia. Lo spettacolo, tuttavia, sostenuto da un palmares di tutto rispetto (Premio Ubu 2011 come miglior spettacolo, Premio Ubu nuovi attori under 30, Premio Ubu miglior attrice non protagonista, Ida Marinelli, nell’edizione di quell’anno, premio Le Maschere del Teatro Italiano nel 2012 come migliore regia) si presenta perfettamente collaudato, la classe degli otto studenti si muove con fluidità e all’affiatamento dei personaggi corrisponde quello degli attori in scena, Elio De Capitani dà vita ad un Hector dall’istinto clownesco anche se fin troppo funambolico, Marco Cacciola è un Irwin a volte più stanco che cinico, il preside di Gabriele Calindri si arrampica su un registro recitativo quasi sempre urlato e accademico, la povera Mrs Lintott, schiacciata da un divorzio mai risolto, è interpretata da Debora Zuin che riesce a mantenere un tono fatalista, a metà tra il lamento e la continua recriminazione, costantemente in linea con il proprio personaggio. Risate e divertimento per gli spettatori in un Teatro Goldoni di Venezia pieno in ogni ordine di posti e con generosi applausi a fine rappresentazione.
 

Visto il 10/03/2013 a Venezia (VE) Teatro: Carlo Goldoni

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Voto: Voto del Redattore: Angelo Callipo


La recensione di Alessandra Burattin

Una commedia di soli uomini

The History Boys per la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani vede in scena ben undici uomini, all'interno di una scenografia dall'ambientazione scolastica. Qui, un gruppo di adolescenti prossimi agli esami di ammissione all'università, si interrogano sul loro futuro che però fa riemergere moltissime crepe nel loro presente. Una commedia fatta di scontri, lezioni e citazioni letterarie in grado di coinvolgere il pubblico. 

Visto il 12/04/2012 a Padova (PD) Teatro: Verdi

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Voto: Voto del Redattore: Alessandra Burattin


La recensione di Elisabetta Vavassori

Una "storia" importante

Otto giovani alle prese con gli esami, le lezioni di storia e la loro crescita: si tratta di formazione in piena regola. The History Boys è una commedia dai mille interrogativi, che ieri sera ha tenuto il folto pubblico del Teatro Comunale di Carpi inchiodato alle sedie per più di tre ore. È stata scritta nel 2004 da Alan Bennett, mentre la versione italiana ha avuto origine due anni fa per opera di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. Nonostante i nomi dei protagonisti siano rimasti invariati, si può sicuramente dire che il contenuto humour inglese sia stato stemperato dall’accattivante vis comica italiana, per cui le battute, pronunciate con i giusti tempi e mimica, suscitano spesso ilarità (senza però indurre alla risata grossolana). D’altronde, quando si affronta il tema della vita, un pizzico d’ironia non guasta mai.

Il protagonista è il professor Hector - interpretato dall’eccezionale Elio De Capitani – personaggio anticonvenzionale e anticonformista, che forgia le menti aperte dei suoi ragazzi con il pensiero libero, spingendoli all’amore per il sapere, quello privo di nozionismo. Insieme a lui l’insegnante di storia Mrs. Lintott, più ligia ai dettami della didattica, a cui si affianca un professore della sua stessa materia, il giovane Irwin, che invece ama spostare l’attenzione sul punto di vista originale con cui si possono guardare i fatti storici, a rischio e pericolo della verità. Ostile a tutti e tre è il Preside (senza nome, in quanto “genere universale”), che segue soltanto il sogno utilitaristico del prestigio della scuola, e poco sopporta le “originalità”. Infine ci sono loro, gli studenti, anime pure (ancora), intelletti vergini che, attenti e curiosi, assorbono le lezioni di vita e di pensiero con ragione critica e spirito dissacrante. Altri temi si aggiungono a questi e vengono osservati da più angolazioni, come quello dell’omosessualità, dei vizi e delle virtù umane. Tanti argomenti, quindi, incasellati in discorsi che richiedono l’attenzione continua dello spettatore, per questo oltre che agli attori il plauso va anche a chi ha composto la regia, rendendo agevole un testo ricco di citazioni, non sempre facili da afferrare.

Questo piccolo cosmo popola una scena allestita come fosse una classe, con tavoli, lavagne, armadietti e numerose sedie che, spostate di continuo da una parte all’altra del palco, formano ogni volta ambienti che caratterizzano la situazione e predispongono lo spazio recitativo degli attori. Una menzione particolare va fatta per i bravissimi “studenti” che passano dalla declamazione di poesie, alle caricature di scene di film, all’intonare canzoni – con tanto di musica dal vivo e mosse in stile musical – con apparente semplicità d’interpretazione.

E dopo tante risa e riflessioni si giunge al tragico epilogo: la sedia vuota di Hector testimonia la sua assenza. Tutti si riuniscono nel momento del commovente addio all’uomo, ma soprattutto al suo modo d’insegnare, troppo creativo e quindi destinato a perire in una società sempre più affarista e lontana dalle profondità della poesia.

 

Visto il 16/05/2012 a Carpi (MO) Teatro: Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Elisabetta Vavassori


La recensione di Alessandro Paesano

Una regia enfatica

The History Boys di Alan Bennett è una commedia del 2004, fortunatissima (ne è stato tratto anche un omonimo  film, con lo stesso cast e lo stesso regista teatrali) in patria e in Italia il cui allestimento di Ferdinando Bruni e Elio De Capitani ha ricevuto il premio Ubu 2011 come  Miglior Spettacolo, mentre il testo della commedia, appena pubblicato per i tipi di Adelphi, tradotto da Mariagrazia Gini col discutibile titolo di Gli studenti di storia, ha visto già due edizioni in soli tre mesi.
De Capitani e Bruni si sono avvalsi della traduzione più attenta di Salvatore Cabras e Meggie Rose che hanno reso con un lessico meno generico certi termini colloquiali usati dai ragazzi.
Gli attori dopo oltre un anno di repliche sono affiatati e convincenti, e lo spettacolo, nonostante le tre ore di durata, non ha mai dei cali e si fa guardare con interesse.

Ambientato in un college dello Yorkshire negli anni '80 The History Boys  racconta di un gruppo di studenti che, dopo essersi diplomati a pieni voti, frequentano un corso di preparazione all'esame di ammissione  a Cambridge  e Oxford nel quale il loro professore di letteratura Hector insegna cultura generale - la cultura alta e quella pop(olare) secondo i dettami di Housman ogni conoscenza è preziosa che abbia o no la minima utilità per l'uomo,   seguendo un modello didattico che negli anni '80 verrà poi sostituito dai target culturali e dai curricola. 

All'insegnamento di Hector si contrappone quello del nuovo insegnante di storia, Irwin, un supplente poco più grande degli studenti, il quale vede l'esame di ammissione più come una questione di strategia che di cultura e infatti finirà per fare il giornalista televisivo, nonché portavoce del Governo, come Bennet mostra in due scene ad apertura di entrambi gli atti, la seconda e più corposa delle quali espunta dall'edizione italiana.

The Histroy Boys si muove tra diverse concezioni della didattica (con vere e proprie discussioni in scena sul senso della memoria storica e su come si dovrebbe fare storia) e continue citazioni letterarie (Auden,  Brooke, Eliott, Lakin passando per Shakespeare, Smith e Whitman) compresa la poesia uranista (cioè omoerotica dedicata a giovani ragazzi), la filosofia (Nietzsche, Wittgenstein) e la musica (suonata in scena alla tastiera) anche pop, in un continuo confronto ludico tra improvvisazioni teatrali  in francese (ambientate in improbabili case d'appuntamento) e scene di film recitate dove, come nella migliore tradizione elisabettiana, i ragazzi interpretano anche i ruoli femminili.

Tra le righe di questo contesto accademico emergono i caratteri degli studenti e i diversi modi in cui esplorano anche la sfera sessual-affettiva:  da quella ficacentrica  di Dakin(come la definisce Lintott la professoressa di storia che ha preceduto Irwin), che ha un flirt con la giovane segretaria del preside, a quella platonica e omoerotica di Pressner (innamorato, non corrisposto, di Dakin) e quella momentaneamente in astinenza del cattolico Scripps, senza trascurare le differenze di classe sociale, di etnia o di religione.

Bennet riesce a dare credibilità a un intreccio nel quale mostra come la poesia contribuisca a vivere con maggiore profondità qualunque situazione la vita ci ponga dinanzi e  come come l'omoerotismo sia una opzione accessibile sia per chi si scopre omosessuale come Pressner (al quale viene detto che si tratta di una fase di passaggio mentre lui non sa se vuole che questa fase gli passi)  sia per Dakin che vuole sedurre il porf. Irwin attratto più dall'intelletto che dal genere sessuale del professore.

Un omoerotismo vissuto con delle grosse restrizioni  da Hector, che rischia di essere cacciato dal college perchè palpa i suoi studenti mentre li riaccompagna a casa in moto, a Irwin, che è un gay non dichiarato mentre di Posner, nel finale della commedia che indaga sul futuro degli studenti, ci viene detto che è single ma ha tanti amici su internet, anche se nemmeno dal versante femminile le cose vanno meglio (la professoressa di storia è divorziata, Fiona riceve le avance del preside).

Un testo al maschile nel quale però il sessismo e il maschilismo sono questioni portate all'attenzione degli studenti dall'insegnamento della professoressa di storia, l'unica che sembra scandalizzarsi genuinamente per i palpeggiamenti di Hector, mentre il preside,  considerandolo un professore scomodo per il suo modo di insegnare, usa questo illecito come pretesto per mandarlo in pensione.

Bennet riesce a coordinare contenuti di natura assai diversa attraverso un uso sapiente dell'allusione, della battuta, a volte talmente sottile da risultare quasi criptica.
De Capitani e Bruni non sanno resistere alla tentazione di esplicitare qualche allusione dando al testo un'impronta enfatica che vira verso la comicità tout-court che si pone come interfaccia tra testo e pubblico, forse temendo che l'impianto citazionale di autori sconosciuti al pubblico medio italiano risulti indecifrabile e di scarso appeal.

I personaggi sono dunque presentati con dei cliché più immediatamente riconoscibili: il preside da pedante amministratore che fa fatica a tenere il passo con le citazioni degli alunni della scuola diventa uno stupido burocrate sessuomane (compreso l'accenno, con tanto di cigolio della poltrona a ricordare quello del letto, a un rapporto  consumato con la moglie, eccitato dall'idea di potersi sbarazzare finalmente di Hector, non presente nel testo originale) mentre  Hector,a differenza che in Bennet, è reso con sottile ma costante effeminatezza, in contraddizione con lo spirito del suo insegnamento che cerca la genuinità al di là di ogni affettatezza (come quando confessa a Irwin che vuole rendere immuni i ragazzi dall'omologazione culturale...).

Anche Posner è nevrotico e un po' checca secondo un trito cliché maschilista che  induce il pubblico, per usare una frase fatta, a ridere di lui e non con lui, per esempio quando si lamenta che l'amore non corrisposto per Dakin lo fa soffrire. Uno sport nazionale quello di ridere della checca che gioca però un brutto scherzo al pubblico romano. Quando Posner recita i primi versi del Tamburino Hode di Thomas Hardy Hanno gettato il tamburino Hodge il pubblico ride suggestionato dal personaggio sopra le righe che ha visto fino a quel momento ma la risata rimane in gola a tutti quando, nel verso successivo, la poesia dice perchè riposasse, senza una bara, così come era stato trovato.

L'elemento più estraneo al testo originale è lo spirito giovanilistico col quale De Capitani e Bruni portano in scena gli otto studenti di Bennet convinti che esser giovani significhi correre, saltare oltre le sedie, urlare e battere il palmo della mano, gettare i libri per terra scompaginandoli (mentre in Bennett Dakin si lamenta col prof. Irwin che, lanciando loro i quaderni dei temi, glieli sciupa), dove il preciso e raffinato sottotesto (quanti avranno capito il tra le righe della poesia del tamburino
tramite la quale Hector e Pressner si confrontano una inconfessata
solitudine esistenziale?) è soffocato da una pantomima di ripetuti ammiccamenti fisici, come il fin troppo esplicito gesto di palpeggiamento di Hector, del quale i ragazzi fanno il verso ad uso e consumo degli spettatori, laddove Bennet accenna con discrezione.

Una regia enfatica che si attesta in un orizzonte maschilista ben al di là del cliché dell'omosessuale effeminato. Quando Dakin e Scripps commentano le palpate che loro e gli altri ragazzi hanno
subito da Hector, si chiedono come debbano
sentirsi le donne che subiscono palpate analoghe da parte di uomini su base quotidiana e se loro ne rimarranno segnati, augurandosi ironicamente di sì, così da diventare dei novelli Proust,  nella versione di De Capitani e Bruni questa preoccupazione per le donne non c'è, trasformando la loro preoccupazione in un sentire maschile dal quale le donne sono bandite. Ancora, la professoressa Lintott dà della troia al preside del liceo (ben diversamente dall'originale) aggettivo talmente in contrasto con il suo personaggio antisessista che per giustificarne l'uso i due registi si sentono in dovere di aggiungere la battuta so che questo termine è sessista ma non c'è aggettivo migliore che descrive il preside. 

Questo intervento sul testo per quanto discreto e mai troppo esagerato finisce coll'offuscare il coté colto, discreto, ammiccante degli history boys a favore di una comicità più sanguigna ma anche di più facile consumo.

Però gli attori sono bravi, la scenografia, con un pizzico di esotico metateatro (alcuni spettatori sono fatti accomodare ai lati di proscenio  sul palco, entrando così a far parte della scenografia) brillante, e se il pubblico si diverte e applaude chi siamo noi per lamentarci?

 

Visto il 04/05/2012 a Roma (RM) Teatro: India

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Paesano


La recensione di Elena Dalmasso

Poesia e cinismo: una storia di oggi.

Magistrale. Semplicemente: degno di un grande maestro e riguardante la cultura. Cos’è la conoscenza, come si acquisisce, cosa significa essere colti, di cosa e su cosa si costruisce un patrimonio culturale, può la cultura essere generale? E soprattutto, qual è il valore di un vero maestro? Ci sono canoni per definirlo, criteri di valutazione? “The history boys”, di Alan Bennett, messo in scena da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani al teatro Elfo Puccini, racconta il percorso di otto ragazzi inglesi nel periodo pre-esame di ammissione al college. Otto personalità, otto storie diverse, otto punti di vista. Le loro vite – scolastiche e non – sono guidate ora da Hector (il bravissimo, avevamo dubbi?, Elio De Capitani), eclettico e anticonformista insegnante, poeta irriverente che gioca con la cultura e vive di citazioni, ora da Irwin (interpretato da Marco Cacciola), giovane insegnante apparentemente votato al valore dello stupire a tutti i costi, al “contro per forza”, ma in realtà fragile e insicuro. Il tutto sullo sfondo dello studio della storia e della poesia, grandi velieri di pensiero e di spirito critico dell’umanità. Cosa sono i fatti? Come si giudicano? Cosa serve per rendere un fatto storia o poesia? Come possiamo determinare il valore di un evento: dalle intenzioni? Dalle conseguenze? E ancora: qual è il valore della verità nella lettura a posteriori?
“The history boys” è uno spettacolo corale, fatto di serrati botta e risposta, di cambi di scena eleganti, di riflessioni taglienti e ironiche. L’educazione viene sviscerata e analizzata senza retorica: i pro e i contro del nozionismo, del giornalismo, dell’apparenza, di verità e veridicità. L’educazione culturale più prettamente intesa così come quella sentimentale e sessuale: al discorso più ampio si sovrappongono trame più sottili, fatte di identità sessuali, di ricerca del sé e dell’altro, di confusione, prese in periodi – l’adolescenza per i ragazzi, la maturità per gli insegnanti – molto diversi. E quindi, anche qui, si parla del conflitto tra la passione idealistica e il calcolo di opportunità, tra una vita vissuta in modo leggero e disinteressato e una vita fondata sul cinismo. Ci si interroga sui confini tra esse, sulle sfumature, sui cambiamenti, sulle scelte.
Tra i ragazzi - per ruolo (non per interpretazione: sono bravi tutti) – spiccano Posner (Vincenzo Zampa), ebreo alle prese con una personale rilettura dell’olocausto e con la propria omosessualità agli esordi, Dakin (Angelo Di Genio), arrogante e presuntuoso donnaiolo, che stuzzica Irwin per soddisfare il proprio ego, Scripps (Giuseppe Amato), credente e riflessivo, quasi voce esterna, commentatore e Timms (Andrea Germani) ragazzo in carne, zimbello del gruppo, autoironico e divertente. Bravi anche il preside (Gabriele Calindri), macchietta di arrivismo e ottusità e Mrs Lintott (Ida Martinelli), rigorosa ma ironica insegnante di storia, unico riferimento femminile nella vita dei ragazzi.
“The history boys” è uno spettacolo preciso, intelligente, ben costruito e molto divertente. Non sempre facile cogliere tutti i riferimenti letterari presenti nel testo, ma il discorso sulla cultura trascende le citazioni e gli spunti e diventa universale, graffiante e impietoso. Strepitosamente attuale. Uno spettacolo da non perdere.

Visto il 22/12/2010 a Milano (MI) Teatro: Elfo Puccini - sala Fassbinder

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Voto: Voto del Redattore: Elena Dalmasso

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