SLAVA'S SNOWSHOW
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 5
LO SPETTACOLO
Autore: Slava Descrizione
Slava's Snowshow da 14 anni ammalia gli spettatori di tutto il mondo. Il capolavoro di Slava Polunin, considerato il miglior clown al mondo, risulta quasi una visione onirica che nulla condurrebbe ad un senso univoco se non la ridondanza del tema: la neve. Figlia del teatro intimista, l'opera porta al centro della sua visione il pubblico arrovellandone sentimenti ed emozioni per contrasto, fino a catturarne il corpo, dove lo spettatore diventa attore. Lo stesso Slava ha rivelato: "la neve è per me un'immagine bellissima, come un abito da sposa, come un foglio bianco quando un pittore comincia a disegnare. Ma mi riempie anche di paura e di orrore, di freddo e di morte". Le parole del Clown diventano vita per lo spettatore a teatro, esperienza. Slava's Snowshow ha debuttato a Mosca nel 1993: da quella datai in poi 4 milioni di spettatori ne hanno condiviso la visione fiabesca. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
CARLO GESUALDO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Maria Giulia Grondona
Ritornare bambini? Si può! Ritornare bambini? Si può. Basta raccogliere una grossa tenda a fare da vela, un letto di metallo rosso a rappresentare la nostra barca con tanto di salvagente posizionato in fondo, e una grossa scopa a tenere insieme il tutto. Viaggeremo, eccome se viaggeremo e nel mare della nostra fantasia incontreremo perfino uno squalo dalle grandi pinne capaci di repentine e fugaci incursioni nella nostra rotta. Certo, la fantasia. Ma la fantasia diventa anche realtà. E’ ciò che è successo a Slava, che, vestito da pagliaccio con la sua morbidosa tuta gialla porta in giro per il mondo il suo Slava’s Snow Show da anni, applaudito da pubblici di ogni generazione. Grandi atmosfere con le musiche delle più belle colonne sonore, manichini che prendono vita e sentimento, scopa che si tramutano in contrabbassi e violoncelli e una nevicata a tempo di fisarmonica. Tutto questo e molto altro nel divertente show di Slava coadiuvato sapientemente dai tanti aiutanti sul palco e (attenzione, attenzione!) anche in platea. Prepararsi alle sorprese più stravaganti e inaspettate e alle chiusure più colorate. Pioggia, coriandoli, palloni e palloncini ma… soprattutto…. occhio alle ragnatele! Visto il 28/03/2012 a Genova (GE) Teatro: Politeama Genovese La recensione di Loredana Borrelli
Slava's Snowshow tra sogno e realtà Migliaia di sguardi rivolti verso l’alto, se presti attenzione potrai cogliere un fugace luccichio, se ti fermi ad osservare potrai renderti conto che la signora canuta che era seduta davanti a te in realtà ha solo 10 anni e che finalmente quei volti affaticati dalla vita si sono rilassati in un grande e spontaneo sorriso.
“Oggi le cose più popolari sono crudeli, perché si è alla ricerca di emozioni forti. Non c' è spazio per la dolcezza e la clownerie è, in primo luogo, tenerezza. Io sono stato più testardo di altri, perché credo fermamente che la tenerezza sia necessaria". Visto il 04/03/2012 a Bologna (bo) Teatro: Teatro Duse La recensione di Manuel Cazzoli
Slava's Snowshow: un'opera d'arte Teatro intimista, teatro totale, teatro sperimentale. Così definiremmo, partendo dall’attributo più specialistico per giungere al più generalista e comprensibile, Slava’s SnowShow spettacolo andato in scena ieri sera per la prima volta al Gran Teatro Geox di Padova. Di contro potremmo definirlo anche semplicemente lo spettacolo di un clown, del migliore al mondo. Avete letto in poche righe la verità più profonda dell’opera che ieri sera ha ammaliato il pubblico padovano dopo aver coinvolto in 14 anni 4 milioni di persone: si perchè l’essenza dello spettacolo non è definibile altrimenti se non come un’armonia dei contrasti, quindi complementari. Mentre si ride si viene coinvolti nella passione onirica di un mondo più vicino all’arte pittorica kandiskyana che all’arte del circo. Mentre l’intelletto si crogiola nella perfezione di una regia che nulla mette in scena (o tra il pubblico) di superfluo e che riesce a far apparire il caos in una sensazione di necessaria armonia; all'improvviso il corpo viene preso da forte sobbalzo nell’accorgersi che gli stanno rubando un’indumento. La neve, leit motiv dello spettacolo, risulta l’unico appiglio per un pubblico che non si fa distrarre dal mondo del “qui e ora” in balia alle improvvise e imprevedibili vicende. Chi invece si è lasciato distrarre o farà in modo che tali azioni prendano su di lui il sopravvento, è riuscito, o riuscirà, ad abbandonare la brutta necessità del nostro mondo per abbracciarne un’altra, fatta di sogno. La neve per questi distratti intelletti sembra quasi sparire dallo spettacolo perchè quello che Slava Polunin stesso dichiara su di essa, ovvero: “la neve è per me un’immagine bellissima, come un abito da sposa, come un foglio bianco quando un pittore comincia a disegnare. Ma mi riempie anche di paura e di orrore, di freddo e di morte”, diventa la vertià dell’intera opera. Visto il 30/03/2010 a Padova (PD) Teatro: Gran Teatro Geox La recensione di Roberto Rinaldi
Un clown che sorride alla vita In un tripudio di bandiere tricolori sparse per tutta Firenze, anche Slava Polunin ha inteso partecipare ai festeggiamenti del 150 esimo dell’Unità d’Italia. L’ha fatto con la sua arte mimica e clownesca nel saper “unire” signore anziane agghindate e fresche di parrucchiere, bambini eccitati, coppie di fidanzatini, uomini compassati in giacca e cravatta. Giovani ragazze nel ruolo di maschere del teatro, con un fazzoletto legato intorno al collo, rigorosamente verde, bianco e rosso. Il bianco era presente in quantità industriali, tanti erano i coriandoli di carta che svolazzavano per tutta la platea gremita e festosa. Il verde si percepiva sulla scena con i buffi costumi di cinque strampalati personaggi dalle scarpe lunghe e dai cappelli a forma d’orecchio d’asino. Il rosso spiccava sul viso di Slava, con il suo nasone posticcio da clown, che tanto fa ridere grandi e piccini. Un sottofondo sonoro di sferragliare di treni, fischi di locomotive, ed ecco che appare sulla scena, lentamente a passi claudicanti, con mano una cordicella che più la tiri e più si allunga. Un cordone ombelicale lungo quanto una vita vissuta, mai spezzata: quella che risponde al nome di Slava, geniale artista d’origini russe, cittadino francese, icona mondiale. Inesorabilmente triste e malinconico, immerso nel suo mondo fatato delle favole che si tramutano in sogni, fantasie divenute reali e offerte a chi è seduto comodamente nella sua poltroncina rossa. Slava è la quinta essenza del minimalismo scenico e creativo che sa disegnare nello spazio senza gravità una gestualità coreografica, insieme ai suoi stralunati compagni di viaggio, densa d’interrogativi esistenziali, seminando sull’impiantito del palcoscenico, fiocchi di neve che paiono vera e desiderosa di sciogliersi sotto i riflettori. E’ il bianco candore della sua amata Russia, quella delle tundre innevate, ma se chiudi gli occhi, può immaginarti mondi ancor più remoti. Entra un letto rosso (le variazioni della tavolozza sono minime), una scopa a far da pennone, e un lenzuolo bianco a guisa di vela, per trasformarsi in una fragile zattera in rotta di collisione con un gigantesco transatlantico. E nel mare sguazza un clown con pinna da pescecane sulla schiena. E’ un teatro fatto di giochi innocenti, di semplici variazioni sul tema, con qualche spunto più tragico e quindi comico, come nella migliore tradizione della Commedia dell’Arte (cui Slava né è debitore), dove i clown si trasformano in angeli dalle ali nere, lugubre presagio per annunciare la “morte” che più simbolica di così non si può. Slava entra trafitto da frecce di gomma, ed è costretto a soccombere nell’inutile tentativo di resistere al suo tragico destino: quello di far ridere con le proprie disgrazie. Sulle note finali del Bolero di Ravel, la platea si ricopre di una gigantesca ragnatela appiccicosa, che cattura tutti per colpa di un ragno che appare dal fondo. E’ il pretesto per far interagire il pubblico che non aspetta altro. E qui accade un fuori programma esilarante quanto imprevisto che coinvolge chi scrive, suo malgrado. Un clown si cimenta in una spericolata arrampicata da un palco all’altro di proscenio e finisce dentro in uno di questi, dove una simpatica vecchietta dai capelli bianchi, è intenta a degustare un cartoccio di omelette alla marmellata. Scippato il gustoso dolce, brandisce i rotoli di latte e uova come tanti corpi contundenti, e uno di questi s’infila nella bocca, sempre di chi scrive, provando imbarazzo per essere stato dileggiato. Nel frattempo gli altri quattro compari di malefatte si scatenano in una sarabanda di dispetti, spruzzi d’acqua che partono da ombrelli che sembrano innaffiatoi, cappotti, borse e cappelli volano via come stracci. Il finale è un fascio di luce sparato sul pubblico: sta a indicare l’arrivo di una tempesta polare. E Paolo Conte canta: “Via, via, vieni via di qui, niente più ti lega a questi luoghi, neanche questi fiori azzurri…” Restano ancora venti minuti di fila per ottenere un autografo a Slava che accarezza i bambini, stringe le mani dei genitori, e chi scrive, si ritrova sul suo taccuino il nome di Derek Scott.com. Non è la firma di Slava, è l’indirizzo di un’agenzia artistica canadese. Ci si sente amabilmente presi in giro. Per una volta che uno trascende dal suo ruolo di osservatore neutrale, solo per aver chiesto uno scarabocchio sulla carta, si ritrova catturato nella rete del clown. Visto il 17/03/2011 a Firenze (FI) Teatro: Verdi La recensione di Marianna Venturini
Torna a Milano lo spettacolo di magia e poesia creato dal clown più famoso nel mondo: ''Slava's snowshow''.
Slava è un clown russo che ha iniziato a lavorare negli anni Settanta, a Leningrado, quando decise di dedicare la sua vita e il suo talento alla riscoperta e valorizzazione dell'arte della clownerie, mentre era studente di ingegneria.
Lo spettacolo è mirabolante: un insieme di colori sgargianti, musiche, bolle di sapone, morbide ragnatele di zucchero, palloni colorati e coriandoli di neve, coinvolgono tutto e tutti. Un movimento continuo, evoluzione di idee, innovazioni ed invenzioni per un’arte poetica e raffinata che si basa sul movimento, i giochi, la fantasia e si muove tra commedia e tragedia, assurdità e spontaneità, senza dimenticare mai l’interazione con il pubblico.
Il romanticismo si unisca all’allegria, la malinconia scompare a lascia spazio al sorriso.
Tutte le critiche positive che sono state scritte -e lo saranno in futuro- sono motivate.
L’ispirazione di Slava ha uno scopo ben preciso: traghettare il clown teatrale nel XXI secolo continuando ad incantare le famiglie di tutto il mondo. Lo stesso artista ha definito il suo come un “teatro rituale magico e festoso”
La fusione tra teatro visivo e clownerie è influenzata da artisti come Charlie Chaplin, Marcel Marceau ed Engibarov.
Bello, indimenticabile, gioioso. “Slava’s snowshow” merita di essere visto e rivisto per tornare bambini e riscoprire il sorriso vero, le risate genuine, lo stupore fanciullesco.
Milano, teatro Steheler 12 aprile 2008
La recensione di Francesco Rapaccioni
Assisi (PG), teatro Lyrick, “Slava's snowshow
LA POESIA E L' IMMAGINAZIONE DEI SOGNI
Slava è nato in una piccola città russa lontana da tutto ed ha trascorso l'infanzia in mezzo alla natura, un mondo incontaminato che ha sviluppato la sua capacità di inventare cose e storie. Grazie alla televisione e al cinema conosce i clowns e i mimi e comprende qual è la sua strada, seguendo la quale si trasferisce a Leningrado per frequentare una scuola di mimo. Grazie al suo innato talento, Slava scopre un nuovo ruolo per il clown al di fuori del mondo circense. Nel 1979 fonda una sua compagnia in cui fonde teatro visivo e clownerie e nel 1988 approda in Inghilterra, dove diviene famosissimo. Cinque anni dopo raccoglie le gags e gli sketches più famosi in un unico spettacolo chiamato prima “Yellow” e poi “Slava's snowshow”, con cui trionfa in Nord America e vince numerosi premi. Oggi tutto il mondo conosce e apprezza il suo stile unico e inconfondibile.
Dopo la breve turnè dell'anno scorso, la compagnia è tornata nel 2008 in Italia, incantando adulti e bambini con uno spettacolo emozionante, di rara bellezza, pieno di effetti mozzafiato (su tutti la tela del ragno e soprattutto la nevicata finale), gioioso e lirico al tempo stesso.
Il protagonista, Jef Johnson, è bravissimo oltre ogni dire, triste e malinconico, ma anche allegro e giocoso, appare vecchio ma anche giovane, commosso o dispettoso, con quel nasone rosso di gommapiuma e gli occhi segnati di bianco e nero: innocente, naif, il ragazzino puro e lo spirito immutabile che risiedono in ciascuno di noi a prescindere dall'età: basta avere la capacità di guardarsi dentro e la voglia di stupirsi ancora.
Tra i momenti più poetici di certo quello dell'attaccapanni, struggente apologo sulla solitudine e sulle partenze/separazioni.
Johnson è accompagnato da altri clowns con lunghi cappotti verdi, i berretti dalle smisurate orecchie e scarpe dalle punte lunghissime, elfi di un mondo di fiaba in cui è obbligatorio stupirsi e meravigliarsi. I clowns descrivono qualcosa di molto più profondo che gags divertenti e grandi scarpe: impongono all'anima di avanzare attraverso l'immaginazione e la fantasia.
A un certo punto una palla di neve rotola con estrema lentezza e tutto diventa bianco, un clown trascina dietro di sé una fila di casette innevate ed illuminate, il fumo sbuffa da un comignolo, preparando l'effetto finale della tempesta, pazzesco, inaspettato, sbalorditivo.
Confesso che sedere in prima fila mi ha avvantaggiato con un totale coinvolgimento (e mi ha costretto più volte a una diretta partecipazione allo spettacolo). E negli occhi rimane lo sguardo lucido e commosso di Jef Johnson seduto in disparte a guardare il pubblico che se ne va.
Dal divertimento per l'inattesa pioggia allo stupore dei grandi palloni nulla è scontato, tutto è poetico, con un senso dell'immaginazione fuori dal comune. Si esce rigenerati dallo spettacolo di Slava, pieni di energia e al tempo stesso commossi. Perchè si è intravisto un mondo rassicurante. E lo si è dovuto lasciare. Per tornare a una vita che così poetica e immaginifica non lo è. Se non nei sogni.
Visto ad Assisi (PG), teatro Lyrick, il 30 marzo 2008
Francesco Rapaccioni
La recensione di Silvia Marchetti
Slava Polunin e la sua compagnia incantano il pubblico di tutto il mondo da quasi trent’anni, portando in scena spettacoli per grandi e piccini e raccogliendo premi prestigiosi.
Slava’s Snowshow è la performance più celebre di questo straordinario artista russo, vuoi per la sua genialità, vuoi per l’adorabile ingenuità mostrata sul palco. Buffo e malinconico, questo clown vestito di un morbido tessuto giallo, conquista immediatamente la platea. Il suo sguardo triste e spaventato colpisce il cuore dello spettatore e, improvvisamente, pare voler chiedere il permesso di condurci tutti per mano nel suo mondo magico, fatto di gioco, colore, suoni, balletti. Sul palco la scena cambia ripetutamente: pochi e semplici elementi bastano a ricreare una stazione ferroviaria, un’abitazione, un paesaggio.
Slava gioca e si confronta coi compagni, molto simili tra loro (grazie a lunghi impermeabili e a cappelli esageratamente largh)i, sempre pronti a combinare guai e a scherzare con il pubblico. Non c’è mai tregua, né possibilità di abbassare la guardia. I clown dell’est colpiscono anche durante l’intervallo e, in sala, si scatena il finimondo. Tante risate, tanta spensierata leggerezza ma in Slava’s Snowshow c’è spazio anche, e soprattutto, per la riflessione e l’emozione. Non si può evitare di commuoversi di fronte a questo personaggio geniale, continuamente in bilico tra una realtà infantile e colorata e un mondo freddo, crudele e di grande solitudine. Non a caso la bufera di neve finale avvolge ogni cosa, potente e improvvisa come la sofferenza e la paura che ogni essere umano prova almeno una volta nella vita.
Simpatiche e adeguate le musiche scelte per accompagnare lo spettacolo: dal calore di un ritmo brasiliano, alla tensione prodotta dai Carmina Burana, fino all’italianità delle parole e della voce di Paolo Conte.
Di forte impatto gli effetti speciali, caratterizzati da luci accecanti e finta neve che scende dal soffitto e si posa su ogni angolo del teatro.
Spettacolo per tutti, consigliato soprattutto agli adulti che hanno scordato quanto sia importante giocare e divertirsi.
Per riscoprire il proprio lato infantile e la voglia di sorridere.
Modena, Teatro Storchi, 16 marzo 2008.
La recensione di Loredana Borrelli
“Rito magico e suggestivo”…potrebbe essere definito così lo “Slava’s snowshow”andato in scena per il secondo anno consecutivo al Teatro Duse di Bologna.
In bilico tra commedia e tragedia, tra felicità e tristezza, malinconia e allegria, Slava e la sua compagnia sono riusciti a realizzare con questo spettacolo quella che io credo dovrebbe essere la funzione sociale del teatro “emozionare il pubblico e renderlo parte di un’antica magia”.
Protagonista indiscussa la neve in ogni suo aspetto e forma, la neve che lo stesso Slava definisce “un abito da sposa, un foglio bianco” ma anche “qualcosa che riempie di paura e di orrore”.
Lo spettatore diventa parte attiva della messa in scena, tra clown equilibristi che irrompono in platea, nevicate improvvise e tempeste che ricoprono di bianco l’intero teatro,
tutto si svolge come in una fiaba, in cui ognuno è protagonista e spettatore allo stesso tempo.
L’iniziale imbarazzo, la diseducazione del pubblico ad un tipo di spettacolo che va al di
là della quarta parete lascia quasi immediatamente spazio alla pura felicità, alla curiosità e al desiderio di giocare che molti dimenticano in un lontano passato.
Evidente l’influenza dei grandi maestri del passato dalla pantomima di Marcel Marceau all’arte dei clown di Leonid Engibarov, assistiamo alla rivincita del gesto, dell’arte di fare teatro con le azioni che alle volte comunicano più delle parole perché lasciano allo spettatore la possibilità di immaginare e creare un proprio testo sottostante attingendo ai ricordi e ai sogni.
Il teatro di Slava è un incantesimo che pone attori e spettator i sullo stesso piano, non finisce con la chiusura del sipario ma…
L’immagine che mi è rimasta nel cuore è un clown che dal bordo del palcoscenico osserva il pubblico con gli occhi lucidi di commozione e gioia, proprio come lo stesso pubblico aveva fatto con lui fino a poco prima.
Bologna Teatro Duse 01-03-2007
Loredana Borrelli
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