RE LEAR
LO SPETTACOLO
Autore: William Shakespeare Descrizione
Capolavoro della cultura occidentale, Re Lear è una metafora sulla condizione umana che ingloba in sé temi molto concreti quali la vecchiaia e la pazzia, innanzitutto, ma anche l'ambizione individuale e la bramosia del potere, l'ingratitudine e la lussuria, mettendo in scena la tragedia della vita intesa come una "ferita mortale". Padre di tre figlie, il vecchio Lear decide di dividere tra di loro il proprio regno secondo il bene che queste dimostreranno di volergli e, credendo alle parole più che indagando i sentimenti, premia le avide e ipocrite Gonerilla e Regana, mentre ripudia l'orgogliosa e modesta Cordelia, la quale va in sposa senza dote al sovrano di Francia e sarà infine la vittima sacrificale della malvagità umana. Spogliato della corona, però, Lear inizia il suo viaggio, in compagnia del fedele buffone di corte (il più celebre "Fool" scespiriano), verso la tempesta della pazzia. Constatata a sue spese l'ingratitudine delle figlie maggiori, il vecchio re vaga per lande e foreste, avvolto in un tragico manto di dolore; mentre intorno a lui si scatena la lotta per il potere e si dirama la tragica storia parallela dell'amico Conte di Gloucester, sempre più in balia delle bieche macchinazioni di Edmund, suo ambizioso figlio bastardo. «In un mondo come il nostro - annota il regista Antonio Calenda - in cui sempre più spesso dimentichi della realtà vera, dei valori più profondi, sembriamo inclini a giustificare qualsiasi cosa (la guerra, la violenza, la disonestà) attraverso una ridda di parole vuote, Re Lear si rivela un testo fortemente allusivo alla contemporaneità, capace di testimoniare con sorprendente intensità l'aporia che tuttora viviamo tra significante e significato, tra parola e sentimento, tra ciò che dichiariamo per convenienza e quanto invece si agita nell'oscurità del nostro animo. Nella figura poetica di Lear si intuisce il protagonista di una vicenda di dolenti contraddizioni, di virtù punite, di saggezza che sgorga dalla follia e dalla sofferenza, di cecità fisiche e morali che rendono impossibile addirittura ai padri leggere nel cuore dei figli. Un uomo dunque posto al centro di un universo di solitudine e illusione, in cui ogni certezza è precaria e in cui, con straordinaria precisione, si riflettono le angosce del tempo di Shakespeare e del nostro». «Il Lear di Roberto Herlitzka, lontano dalla tradizione della patetica decrepitezza, è una pagina d'arte, dolce e perversa, sublime e straziata» scrive il critico di "Famiglia cristiana". E la prova del «magnifico» protagonista («superbo nel modo in cui mescola ironia e autoironia al dolore vero» annota "L'Unità") sta al centro del successo di pubblico e di critica di uno spettacolo sempre «attento all'interpretazione e al nucleo tragico della vicenda» ("La Repubblica"), che riporta in primo piano sui palcoscenici italiani un testo la cui grandezza è stata paragonata ora alla Nona sinfonia di Beethoven, ora al Parsifal di Wagner e ora al Giudizio universale di Michelangelo. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
CARLO GESUALDO Repliche passate (dal 08/02/2005 al: 09/02/2005) LE RECENSIONILa recensione di Francesco Rapaccioni
Macerata, teatro Lauro Rossi, Re Lear
UN RE LEAR PIRANDELLIANO
Silenzio. Per minuti lunghissimi e lenti. Immobilità. Come nella storia passata. Nero. Tutto. Dominante la scenografia (Bruno Buonincontri), caratterizzante i costumi (Sabrina Chiocchio), prevalente nella scarsa luminosità delle affascinanti e perfette luci (Nino Napoletano). Nero. Condizione unica dei personaggi, capaci solo di sentire odio, invidia, desiderio smodato di potere, capaci solo di concepire bugie, oscure trame, vendette, in una lotta per la supremazia che sconfigge tutti. Al centro una palude di fango color sabbia, che sembra tutto inghiottire. La prima vittima è Cordelia, che viene diseredata e data in sposa al re di Francia senza dote perché si è rifiutata di mostrare a parole di amare il padre per avere una parte delle sue terre. Ma l’amore ha forse bisogno di parole per esprimersi? O sono invece i fatti a dimostrarlo? Subito Cordelia appare agli spettatori sincera, invece al padre impietosa, non compiacente e troppo orgogliosa: l’allontanamento dalla famiglia/palude di fango sembra condannarla, in realtà la salva. Di condanna si tratta, considerato che la scenografia ad un’aula di tribunale sembra ispirarsi. Proiettori a vista. A destra e sinistra due scranni, nere piattaforme delimitate su un lato da una nera balaustrata con un breve spazio per accedervi, come in tribunale. Qui si trovano le due parti contendenti, Cordelia e le sorelle. Al centro il re, su uno scarno trono, dove fino a poco prima era seduto il matto (fin dall’ingresso degli spettatori in platea, che avviene a sipario aperto), chiaro fin da subito quanto Lear e il matto siano vicini, interscambiabili. Proprio il matto ha il dono di percepire gli errori altrui e di rivelarli con lucide e ciniche battute.
Lear, prima caparbio, ostinato, dal pessimo carattere, altro non è che un fragile vecchietto, mite, gentile, indifeso, capace di piangere lacrime amare di pentimento e di rimorso quando il suo “vecchio cuore si è rotto”, sempre regale nel contegno, anche quando è seduto su un esile sgabello o quando il suo trono diventa il tronco di un albero enorme ed abbattuto, anch’esso metafora della vetusta età del protagonista.
Il regista Antonio Calenda ha fatto ampi tagli alla partitura shakespeariana (efficacemente tradotta da Agostino Lombardo) e soprattutto ha trasformato Lear in un personaggio dagli accenti pirandelliani, che ricorda nella follia Enrico IV. Una scelta che non ho condiviso fino in fondo ma che mi ha convinto per l’impressionante interpretazione di Roberto Herlitzka, che riesce a sorprendere in continuazione giocando su più registri. Herlitzka è ironico, divertente, commovente, comunque e sempre grandissimo, un’interpretazione, la sua, che indubbiamente costituirà un punto di riferimento per allestimenti futuri. Intorno a lui un ampio numero di attori, non sempre adeguati: convincenti Luca Lazzareschi (Edgar), Daniela Giovanetti (Cordelia), Rossana Mortara (Gonerilla). Buona prova anche per il beniamino televisivo Alessandro Preziosi (Edmund), da cui forse ci si attende tanto, penalizzandolo con l’eccesso di popolarità televisiva. Invece Preziosi ha la perseveranza di portare avanti lunghe e impegnative turnè teatrali, l’umiltà di scegliere ruoli non da protagonista bensì personaggi affini alle sue sensibilità interpretative, la forza costante di non perdere la concentrazione nonostante l’insopportabile fastidio dei flash delle macchine fotografiche delle numerose fans (un segno di inciviltà e di mancanza di rispetto che l’attore ha rimarcato con il suo atteggiamento durante gli applausi finali, tenendo il viso abbassato). Da sottolineare il suo modo di recitare anche con le mani e le dita, il loro perenne movimento, insieme ad un linguaggio del corpo che ottimamente rende la vera natura di Edmund, il suo essere un infido serpente. Nel secondo atto è bello a vedersi e particolarmente efficace il combattimento tra lui e l’odiato fratellastro Edgar, con delle rosse spade di legno, che ricorda i combattimenti in alcuni film orientali, in cui lo scontro è non solo fisico ma anche mentale e caratteriale, due universi che si oppongono.
FRANCESCO RAPACCIONI
Visto a Macerata, teatro Lauro Rossi, il 29 novembre 2004.
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