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TRE STUDI PER UNA CROCIFISSIONE
Tre studi per una crocifissione

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LO SPETTACOLO

Autore: Danio Manfredini
Regia: Danio Manfredini
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione/La Corte Ospitale
Cast: Danio Manfredini

Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

CANTIERE FLORIDA
via Pisanna 111r - Firenze (FI)
Tel: 055 7135357
Fax: 055 7131781
Email: cantiere.florida@elsinor.net Sito Web: www.elsinor.net/presentazione/firenze.html


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LE RECENSIONI


La recensione di Elena Dalmasso

Il disperato tentativo di comunicare

“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo del 1992: ha quasi vent’anni. Pochi autori sono in grado di realizzare opere che rimangono attuali a lungo, oltre il tempo e il luogo in cui vanno in scena. Danio Manfredini è uno di questi. Profondamente appassionato – nel senso etimologico del termine – di pittura e affascinato in modo viscerale (visceralità che arriva chiaramente al pubblico) dai mondi comunemente considerati al limite - come quello delle realtà psichiatriche, nelle quali ha lavorato per lunghissimo tempo - Manfredini porta avanti dagli anni ’70 una ricerca teatrale personale ed esrtemamente curata e precisa che lo ha portato, nel 1999, a vincere il premio Ubu.
“Tre studi per una crocifissione” racconta di tre mondi al limite. Quello di un paziente psichiatrico, quello di una transessuale e quello di un immigrato.
Il primo studio si apre su uno spazio riempito da sedie vuote, troni fisici per fantasmi della memoria. L’uomo racconta se stesso e ai suoi interlocutori immaginari il suo mondo, la sua vita: l’amore per la Divina Commedia – e l’inferno dove non si trova pace – e quello per il latino; i suoi studi, la sue capacità, aneddoti che riempiono il vuoto del tempo. Fa riflessioni sulla vita e sulla sorte dell’essere umano, non senza un sottile e delicato umorismo (“Se siamo tristi abbiamo i nostri motivi: siamo motivati”). Uno spezzone di vita solitaria, fatta di film e ricordi. Un crocifisso sullo sfondo. Sempre uguale a se stesso, l’uomo riflette con i suoi fantasmi su cosa sia la normalità: lui ha la canottiera e le mutande. Chi ha la canottiera e le mutande non è forse normale?
Il secondo personaggio, liberamente tratto da Fassbinder, è una transessuale. È diventata donna per amore, voleva solo un po’ di affetto. Si era invaghita di un uomo: “Anche tu mi piaceresti, se fossi donna”. Così è andata a Casablanca ed è tornata donna. E lui ha riso di lei. Ha iniziato a bere. La cogliamo ubriaca, subito prima della sua ultima scelta, quella di suicidarsi. Racconta la sua storia, si rivolge ad una madre assente, morta, usando una filosofia fatta di immagini forti derivanti dalla sua esperienza. Voleva fare l’orafo. Poi voleva fare il macellaio, ma ormai - con le tette - non era più possibile. Eppure, ci dice, il macello è la vita stessa. Ha deciso di togliersi la vita con una considerazione che lascia basiti: il suicida ama la vita, è solo scontento delle condizioni che gliela hanno resa insostenibile.
Il terzo studio coglie invece un extracomunitario, un immigrato che, sotto la pioggia, tenta un dialogo improbabile e impossibile con qualcuno che non lo sta ascoltando, che lo vuole allontanare. Un ballo disperato, sulle note di una struggente musica. Una vitalità che non può liberarsi, che è costretta a rimanere lì, sempre lì, come il matto del primo momento, come la transessuale del secondo. Sono lì. Cercano di condividere, di trovare compagnia, di parlare. Cercano di non far cadere le loro parole nel vuoto. Cercano conforto, amore. Sono feriti, anche umiliati a volte.
“Tre studi per una crocifissione” è uno spettacolo forse non originale, ma che ha la delicatezza di mostrare l’umanità nella sua dimensione più intima, anche a costo di andare a cogliere il disagio, ciò che di solito ci fa voltare la testa da un’altra parte. E lo fa senza giudizio, senza pretese. È uno spettacolo da vedere, anche solo per la bravura  e la straordinaria presenza scenica di colui che anima questi personaggi.

Visto il 03/05/2011 a Milano (MI) Teatro: Franco Parenti

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Voto: Voto del Redattore: Elena Dalmasso


La recensione di Luigi Orfeo

Tre studi per una crocifissione Danio Manfredini Secoli addietro, la Chiesa condannava gli attori perché l’incarnarsi in altri corpi è prerogativa solo del diavolo, ebbene, se Manfredini fosse vissuto in quell’ epoca, sarebbe stato scomunicato, condannato e messo al rogo subito. Tralascio trama e presentazioni per poter rendere omaggio ad uno degli Attori piu bravi del panorama odierno italiano: Danio Manfredini. Quest'uomo abita altri corpi, non recita personaggi, è un medium che incarna anime perdute nel purgatorio della civiltà, i ”messi in croce dalla società”. Cambia protagonista davanti al pubblico, mostrando la creta con cui plasma le sue creature, il suo corpo. Tutto è coerente: la postura, la voce, i gesti, il ritmo stesso del pensiero , non si vede più l’attore,ma si materializza davanti agli occhi il fantasma di un vecchio matto malato di solitudine, di un travestito, di un extracomunitario. Non si vede più il regista,si è davanti ad un fatto non ad un’idea. Non si sente più la musica ma si carpisce la presenza di un’entità che dialoga con questi derelitti, che li culla, li trafigge, li consola. All’uscita si avverte, seppur in parte, di aver conosciuto il fondo dell’emarginazione e della solitudine,di aver riso verde. Un ultima nota, la replica a cui ho assistito presentava una delizia attoriale in più: Manfredini era raffreddato, lo si intuiva, ma non potevi fare a meno di credere che il naso gocciolasse ai tre protagonisti, piuttosto che all’attore. Teatro India Lungotevere dei Papareschi, Roma 27- 31 marzo 21.30 1 aprile 19.30
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Voto: Voto del Redattore: Luigi Orfeo


La recensione di Edgardo Bellini

L’universo drammaturgico di Danio Manfredini è un delicato limbo popolato da esistenze deboli, figure piegate dalla violenza dell’ambiente, simboli estetici di un’umanità tanto più laterale quanto più incapace di perseguire la legittimazione della comunità. Una suggestione esatta proviene dal titolo di questo lavoro, che chiama in causa espressamente il trittico di Francis Bacon «Three studies for a Crucifixion» (1962); come nell’opera del pittore inglese, i personaggi di Manfredini subiscono la pressione torturatrice delle norme sociali, ne assorbono tragicamente l’urto assieme al carico di potenza coercitiva. Se in Bacon la tensione del mondo si traduce in deformazione mostruosa della figura, per Manfredini la spinta sull’individuo provoca l’annichilimento, dapprima manifestandosi come causa di spietata esclusione dal gruppo, e successivamente inducendo ad un lento e progressivo annullamento del sé. I tre personaggi di questo lavoro presentano in maniera lineare, quasi didascalica, le proprie vicende, mostrandosi nella loro più intima vulnerabilità, come per ricercare – senza pathos e quasi involontariamente – spiccioli di benevolenza nell’interlocutore astratto cui si rivolgono. Ma il testo scritto non è il vettore primario del discorso drammaturgico: essenziale è piuttosto il linguaggio corporeo dell’attore – il gesto mimico, il gesto vocale – di cui l’autore stesso si fa interprete di mirabile potenza comunicativa, e rispetto al quale la parola testuale svolge funzione di pura conferma. La tre storie rappresentate sono tre possibili determinazioni narrative di un’unica condizione umana, quella della marginalità e dell’esclusione, e dell’unico odioso paradigma che ne è ragione; circostanza acutamente suggerita dal duplice cambio di costume che l’attore realizza in piena scena, come per marcare la continuità, o perfino la coincidenza identitaria dei tre soggetti. Destinati ad una stessa parabola esistenziale, questi personaggi nascono sulla scena per rendere lo spettatore partecipe della loro quieta rinuncia e si spengono poeticamente nell’agonia della luce. Superba è l’esecuzione dello stesso Manfredini, che governa la misura esatta per sostenere l’architettura del testo scenico: molteplicità di registro e identità di suono, varietà espressiva e unità stilistica, che conferiscono all’intero lavoro la misura equilibrata del trittico. Un’annotazione a parte va rivolta infine al progetto estetico di Manfredini, che scava nel vuoto malinconico dei propri personaggi senza affrettare o banalizzare il testo scenico, senza ricercare soluzioni “abbreviate” o concedere effetti rassicuranti all’urgenza dello spettatore. In un momento in cui il linguaggio teatrale rischia d’impoverirsi sotto la pressione di altri codici, più rapidi e più superficiali, questa tenuta “etica” sembra meritevole di un riconoscimento esplicito. Il pubblico riceve tutta la densità poetica di questo lavoro, liberando infine un applauso d’inusuale intensità. Teatro Nuovo - Napoli, 20 febbraio 2007
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Voto: Voto del Redattore: Edgardo Bellini

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