TRE STUDI PER UNA CROCIFISSIONE
VOTO DEGLI UTENTIMedia voti: 4
LO SPETTACOLO
Autore: Danio Manfredini Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diLa Redazione La Redazione LA LOCATION
CANTIERE FLORIDA LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Luigi Orfeo
Tre studi per una crocifissione
Danio Manfredini
Secoli addietro, la Chiesa condannava gli attori perché l’incarnarsi in altri corpi è prerogativa solo del diavolo, ebbene, se Manfredini fosse vissuto in quell’ epoca, sarebbe stato scomunicato, condannato e messo al rogo subito.
Tralascio trama e presentazioni per poter rendere omaggio ad uno degli Attori piu bravi del panorama odierno italiano: Danio Manfredini.
Quest'uomo abita altri corpi, non recita personaggi, è un medium che incarna anime perdute nel purgatorio della civiltà, i ”messi in croce dalla società”.
Cambia protagonista davanti al pubblico, mostrando la creta con cui plasma le sue creature, il suo corpo.
Tutto è coerente: la postura, la voce, i gesti, il ritmo stesso del pensiero , non si vede più l’attore,ma si materializza davanti agli occhi il fantasma di un vecchio matto malato di solitudine, di un travestito, di un extracomunitario. Non si vede più il regista,si è davanti ad un fatto non ad un’idea. Non si sente più la musica ma si carpisce la presenza di un’entità che dialoga con questi derelitti, che li culla, li trafigge, li consola.
All’uscita si avverte, seppur in parte, di aver conosciuto il fondo dell’emarginazione e della solitudine,di aver riso verde.
Un ultima nota, la replica a cui ho assistito presentava una delizia attoriale in più:
Manfredini era raffreddato, lo si intuiva, ma non potevi fare a meno di credere che il naso gocciolasse ai tre protagonisti, piuttosto che all’attore.
Teatro India
Lungotevere dei Papareschi, Roma
27- 31 marzo 21.30
1 aprile 19.30
La recensione di Edgardo Bellini
L’universo drammaturgico di Danio Manfredini è un delicato limbo popolato da esistenze deboli, figure piegate dalla violenza dell’ambiente, simboli estetici di un’umanità tanto più laterale quanto più incapace di perseguire la legittimazione della comunità. Una suggestione esatta proviene dal titolo di questo lavoro, che chiama in causa espressamente il trittico di Francis Bacon «Three studies for a Crucifixion» (1962); come nell’opera del pittore inglese, i personaggi di Manfredini subiscono la pressione torturatrice delle norme sociali, ne assorbono tragicamente l’urto assieme al carico di potenza coercitiva. Se in Bacon la tensione del mondo si traduce in deformazione mostruosa della figura, per Manfredini la spinta sull’individuo provoca l’annichilimento, dapprima manifestandosi come causa di spietata esclusione dal gruppo, e successivamente inducendo ad un lento e progressivo annullamento del sé.
I tre personaggi di questo lavoro presentano in maniera lineare, quasi didascalica, le proprie vicende, mostrandosi nella loro più intima vulnerabilità, come per ricercare – senza pathos e quasi involontariamente – spiccioli di benevolenza nell’interlocutore astratto cui si rivolgono. Ma il testo scritto non è il vettore primario del discorso drammaturgico: essenziale è piuttosto il linguaggio corporeo dell’attore – il gesto mimico, il gesto vocale – di cui l’autore stesso si fa interprete di mirabile potenza comunicativa, e rispetto al quale la parola testuale svolge funzione di pura conferma. La tre storie rappresentate sono tre possibili determinazioni narrative di un’unica condizione umana, quella della marginalità e dell’esclusione, e dell’unico odioso paradigma che ne è ragione; circostanza acutamente suggerita dal duplice cambio di costume che l’attore realizza in piena scena, come per marcare la continuità, o perfino la coincidenza identitaria dei tre soggetti. Destinati ad una stessa parabola esistenziale, questi personaggi nascono sulla scena per rendere lo spettatore partecipe della loro quieta rinuncia e si spengono poeticamente nell’agonia della luce.
Superba è l’esecuzione dello stesso Manfredini, che governa la misura esatta per sostenere l’architettura del testo scenico: molteplicità di registro e identità di suono, varietà espressiva e unità stilistica, che conferiscono all’intero lavoro la misura equilibrata del trittico. Un’annotazione a parte va rivolta infine al progetto estetico di Manfredini, che scava nel vuoto malinconico dei propri personaggi senza affrettare o banalizzare il testo scenico, senza ricercare soluzioni “abbreviate” o concedere effetti rassicuranti all’urgenza dello spettatore. In un momento in cui il linguaggio teatrale rischia d’impoverirsi sotto la pressione di altri codici, più rapidi e più superficiali, questa tenuta “etica” sembra meritevole di un riconoscimento esplicito. Il pubblico riceve tutta la densità poetica di questo lavoro, liberando infine un applauso d’inusuale intensità.
Teatro Nuovo - Napoli, 20 febbraio 2007
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