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LA BADANTE
La badante

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LO SPETTACOLO

Autore: Cesare Lievi
Regia: Cesare Lievi
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: CTB
Cast: Ludovica Modugno Emanuele Carucci Viterbi, Leonardo De Colle, Paola Di Meglio, Giuseppina Turra

Descrizione
La Badante, nuovo testo di Cesare Lievi, è idealmente la terza parte di una trilogia che con Fotografia di una stanza della stagione 2004/ 2005 ed Il mio amico Baggio della scorsa, compie ad una riflessione poetica sui cambiamenti indotti alla nostra società dalla presenza dei nuovi immigrati, stranieri per lingua e cultura che entrano nella nostra vita facendo esplodere contraddizioni sociali e intaccando abitudinini quotidiane
Date repliche a cura di
Patrizia Dolfin
Scheda spettacolo a cura di
Patrizia Dolfin

LA LOCATION

BELLINI
v. Conte di Ruvo 17 - Napoli (NA)
Tel: 081 5491266 - 081 5499688
Email: comunicazione@teatrobellini.it Sito Web: www.teatrobellini.it/


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LE RECENSIONI


La recensione di Riccardo Limongi

Tre sipari dividono tre scene cronologicamente alterne, in cui sotto una luce di scena fin troppo chiara ed in un salotto altoborghese affacciato sul lago (ma cosa ci fa un prato dentro casa?) si impongono le ombre interiori di cui ogni personaggio fa mostra. È quasi un instant-book, questa scrittura di Cesare Levi, perché per lo spettatore è perfino obbligatorio riconoscersi con ciò che con frequenza sempre più alta accade intorno a noi in questo tempo, nelle ore quotidiane: ad un'anziana madre con un principio di Alzheimer, i figli accostano una badante ucraina che subito scatena il suo senso di persecuzione che spesso sconfina nella cattiveria e sempre nel rifiuto della nuova presenza, ed attraverso questa possiamo leggere soprattutto il rifiuto di se stessa e del suo stato di ingabbiata. Il punto intorno al quale gira la vicenda è il dilemma legato alla “sparizione” di una eredità attesa dai figli e diventata un miraggio dopo la morte, lasciando aperti numerosi interrogativi sugli ultimi accadimenti e sul ruolo della badante nella vicenda. Le domande da porsi a questo punto, però, scarseggiano, e dell’instant-book viene fuori anche una certa genericità e mancanza di profondità, poiché non viene sostenuta l’indagine nel concetto più sottolineato, quello del rapporto fra una borghesia italiana invecchiata (e dimentica del suo passato di emigrazione), rinchiusa nei suoi ricordi rassicuranti quanto a volte angoscianti, rispetto ad una presenza degli “stranieri” di oggi che a volte ci fanno rivedere aspetti della vita ormai difficilmente riscontrabili sui nostri volti come anche una minore perfidia, oppure al contrario una grande astuzia figlia a volte della necessità. Il peso del mantenimento della tensione sta tutto sulle spalle (forti) di una Ludovica Modugno molto attenta anche ai particolari, che riesce a presentare un personaggio credibile sia nell’aspetto negativo del primo approccio malevolo alla nuova situazione, sia in quello attivo del rilancio della sua personalità, quando con un vero e proprio riscatto nei confronti e contro il suo passato di figlia e di madre, affida concettualmente e materialmente ciò che resta della sua vita proprio a quella badante in cui vede una rinnovata voglia di vivere ed i principi di cui forse, nella sua vita conservatrice, non si è mai sentita attorniata.

Visto il 10/03/2010 a Napoli (NA) Teatro: Bellini

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Voto: Voto del Redattore: Riccardo Limongi


La recensione di Paola Perrotta

La Badante è l'ultimo racconto di una trilogia sul tema dell'immigrazione, scritto da Cesare Lievi, vincitore del Premio UBU 2008 come miglior autore di Novità italiana. Disposto in tre atti, della durata di un'ora e 20 minuti, questo testo è una riflessione sui cambiamenti che gli immigrati hanno introdotto sulla nostra società. Siamo a Salò, nella ricca casa di una famiglia borghese. Due figli, ormai adulti, affidano la madre vedova alle cure di una badante ucraina. L'anziana signora, interpretata da un bravissima Ludovica Modugno, in un primo tempo rifiuta la presenza di un'estranea; fino a che tra le due, con un graduale avanzamento della storia, nasce un legame forte al punto da provocare, con un colpo di scena finale, il trasferimento dell'intero patrimonio alla badante. L'autore utilizza il rovesciamento della prospettiva sia sul piano dell'intreccio narrativo che della caratterizzazione psicologica dei personaggi. Con questa tecnica, generando sorpresa nel pubblico, riesce a provocare un cambiamento di prospettiva anche per quanto riguarda i luoghi comuni sugli immigrati nella nostra società. Infatti, le principali caratteristiche del personaggio dell'anziana sono l'invadenza, la volontà di comando sui figli e corrispondono allo stereotipo di “suocera” della nostra cultura; marcate anche da una malattia che le genera vuoti di memoria. Lo stesso personaggio, a partire dal secondo tempo, rivela un lato affettuoso e umano, che conduce a un progressivo senso di pietas nel pubblico, fino a culminare nel rovesciamento completo della prospettiva nel terzo atto. Il secondo atto ha come protagonista il dialogo tra i figli e la nuora, dopo essere venuti a conoscenza della decisione della anziana morta, che rappresentano la prospettiva della nostra società occidentale, presuntuosa e ipocritamente convinta di essere nel giusto. L'ultimo atto racconta, in flashback, il lento svolgersi della vita quotidiana tra l'anziana e la giovane donna dell'Est Europa e si svolge nel medesimo soggiorno degli atti precedenti. Qui finalmente si sciolgono i nodi narrativi, avviene il rovesciamento della caratterizzazione della protagonista e si arriva alla verità, fino ad adesso non concessa allo spettatore. Diventata saggia donna di terza età e quasi una filosofa dell'esistenza, rievoca il suo passato e analizza lucidamente il presente. “Uno è perso quando davanti a sé non ha più nulla” ripete spesso. “Dici no a una cosa con tutte le forze, e poi, senza accorgertene, poco alla volta, questa cosa diventa si”. I suoi figli “sono morti, non sono mai stati vivi”, impegnati a recitare anche loro una commedia degli inganni. “Uno è venuto al mondo come un guanto, adattando se stesso alla vita e non viceversa, l'altro è venuto al mondo come un cespuglio spinoso”... Riflessioni che mettono a nudo i problemi del nostro tempo, come la perdita della capacità di ascolto, la mancanza di tempo da dedicare agli altri, mali ai quali sopperiscono persone provenienti da altri paesi. E' commovente il ritratto delle giornate, dei momenti trascorsi con la badante a rievocare il passato, a ricordare il dolore, a piangere e a ridere, per una piccola dimenticanza, segno della malattia.
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Voto: Voto del Redattore: Paola Perrotta


La recensione di Wanda Castelnuovo

Finalmente un testo italiano che parla delle problematiche dei nostri giorni. Con “La Badante” Cesare Lievi, autore e regista, conclude una trilogia dedicata ai cambiamenti in essere nella società: primo fra tutti l’immigrazione. L’immigrato - diverso per cultura, lingua e mentalità - non è però l’unico tema, non è infatti la sola ‘diversità’ nella nostra società dell’effimero e della ricerca del successo soprattutto economico. Nella ‘pièce’ tema centrale è la solitudine dei vecchi - visti come spesso accade quasi con fastidio - con i quali si ha un rapporto obbligato e quindi arido, sovente risolto delegando l’assistenza a terzi, alle badanti appunto. Temi importanti che Lievi tratta con sottile ironia, senza alcun tono predicatorio, ma proprio per questo in modo incisivo. Personaggio centrale, attorno al quale ruota tutto il testo, è la madre, magnificamente interpretata da Ludovica Modugno che realizza un ritratto di madre e di anziana che resterà a lungo nella mente (e nel cuore) degli spettatori. La vicenda è semplice e lineare: un’anziana signora vive sola e i figli le hanno ‘imposto’ una badante, ovviamente immigrata (chi fa più questo mestiere in Italia?), ucraina in questo caso. La ‘signora’ inizialmente la rifiuta e cerca in tutti i modi di farla licenziare (non accetta la ‘straniera’, ma soprattutto il concetto di essere affidata a estranei) per poi con un abile e lucido stratagemma farla entrare in possesso di tutti i suoi averi. L’autore con una tecnica da ‘giallo’ - attraverso la progressiva messa a fuoco della personalità della Signora - ci fa scoprire la dinamica degli eventi e come prenda corpo la sua ultima ribellione/beffa verso una realtà di relazioni familiari inaridite. L’opera intensa e compatta si articola in tre brevi atti che scandiscono i primi due il ‘prima’ e il ‘dopo’ la morte della protagonista e il terzo il ‘come’ e il ‘perché’ della decisione maturata non in seguito a plagio, ma a un lucido ragionamento che fa prevedere alla Madre anche tutti i comportamenti che deriveranno dalla sua decisione. Personaggio reale, la Signora si contrappone ai due figli, ‘simboli’ di due modi di essere della nostra società, diversi, ma entrambi sterili e aridi. Sullo sfondo la badante e la nuora - ‘la tedesca’ come la definisce con fastidio - entrambe rifiutate in quanto straniere salvo a utilizzare la prima per la propria vendetta. Accanto alla già ricordata eccezionale Ludovica Modugno si muove un gruppo di attori ben affiatato e omogeneo grazie anche all’ottima regia dai ritmi perfetti di Lievi. Belle le scene di Josef Frommwieser funzionali nel rendere le diverse atmosfere dei tre atti. Milano, Teatro Carcano, 22 aprile 2009
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Voto: Voto del Redattore: Wanda Castelnuovo


La recensione di Petra Motta

Chi sono queste figure silenziose e discrete, che, pur venendo da lontano, abitano nelle case dell’Italia opulenta, arricchita e tronfia, che si prendono cura degli anziani al posto dei figli, delle case al posto dei proprietari, dei bambini al posto dei genitori? Sono chiamate badanti, perché loro è il compito di accudire coloro che si preferirebbe dimenticare per sempre. È proprio intorno a una di queste badanti dell’Est Europa che ruota l’ultima piéce sceneggiata e diretta da Cesare Lievi, messa in scena con una lucidità e una precisione quasi scientifiche. In tre scene che compongono un unico atto della durata di un’ora e un quarto, tutte ambientate nella stessa sala esagonale di una ricca villa affacciata sul Lago di Garda presso Salò, Lievi scandisce la vicenda di una ricca signora, della sua badante, dei suoi due figli e della nuora, attraverso tre dialoghi ben congegnati e dal ritmo serrato, capaci di tenere desta l’attenzione del pubblico. Nella prima scena gli spettatori possono assistere a uno scambio di battute a tratti quasi feroci tra la Signora e il Primo Figlio, interessato più alla contabilità dell’anziana madre che alla sua felicità. In un uggioso pomeriggio novembrino la donna accusa Ludmilla, la badante scelta dal figlio per aiutarla nella sua solitudine, di essere una ladra, una spia, una donna di malaffare, interessata solo al denaro; il figlio smentisce con veemenza le accuse materne e con tutta la logica di cui è dotato cerca di dimostrarle l’infondatezza delle sue supposizioni, dei suoi pregiudizi. L’irragionevolezza e le stranezze dell’anziana signora sembrano confermare la buona fede del figlio e della badante. Nella seconda scena il tempo è passato, è estate, le cicale friniscono e la grande casa sul lago è in dismissione dopo la morte della sua proprietaria e la scoperta amara, da parte dei figli e della nuora, che il consistente patrimonio della Signora è sparito, volatilizzato, probabilmente estorto con l’inganno dalla badante approfittando della debolezza fisica e mentale dell’anziana donna. Gli animi del pubblico, nella prima scena partecipi del disagio del figlio e della badante a causa dell’asprezza della padrona, si ritrovano tutti concentrati nel disprezzo verso la straniera, nel sospetto del diverso, nella certezza della propensione alla criminalità di chi non è italiano. La terza scena smentisce tutto facendo ritorno al passato, presentando un dialogo tra la Signora e Ludmilla, finalmente in sintonia, l’una semplice, onesta, premurosa e affezionata, l’altra sempre caparbia e tenace, ma definitivamente serena e appagata della presenza del suo angelo custode straniero. La Signora ha cambiato opinione su Ludmilla e riesce a vedere in lei non più una rivale, una nemica, ma la realizzazione di ciò che forse sarebbe voluta essere se non fosse stata la figlia di un gerarca fascista, moglie di un uomo ricco e premuroso morto ancora giovane, madre di due figli troppo presi dalla propria vita per preoccuparsi di quella della madre. Ludmilla ha tutto ciò che la Signora non ha mai avuto e non potrà mai più avere: due figli giovani, affezionati alla madre, che forse le regaleranno dei nipoti con i quali ricambieranno i suoi sacrifici in un paese straniero; un marito malato, ma vivo, che la aspetta in patria; il desiderio di lavorare per le persone care, di sacrificarsi per i propri affetti. Alla Signora invece non è rimasto nulla, solo un immenso patrimonio che i suoi “due cadaveri” di figli non meritano di ricevere. Qui la terribile decisione di consegnare, brano a brano, tutte le sue ricchezze alla badante straniera, perché sia lei a godere e beneficiare della ricchezza ormai superflua nella sua famiglia. Sono due mondi contrapposti quello della Signora e di Ludmilla: l’Italia ricca e vecchia, che, imputridita nella sua corruzione e nella mancanza di valori, nella fine di ogni sogno e speranza per il futuro, osserva la morte verso cui tutto sembra precipitare inesorabile, e i paesi che si affacciano con nuova forza e determinazione alle porte del mondo occidentale, paesi in cui i valori della famiglia e del sostegno reciproco, della condivisione e della società sembrano ancora albergare a dispetto della povertà. Lievi affida questa atroce critica dell’Italia e della sua società morente a una compagine di attori incisivi e affiatati, sui quali spicca la straordinaria Signora di Ludovica Modugno, invecchiata di vent’anni grazie al trucco, al vestito, ma soprattutto alle posture studiate delle gambe, della schiena inarcata, del passo vacillante e malcerto. La sua voce sa cambiare e modulare la più vasta varietà di intonazioni, dall’isterico all’affettuoso, dal sarcastico al risoluto, donando, insieme alle bellissime scene di Josef Frommwieser e alle luci di Gigi Saccomandi, un realismo quasi cinematografico alla piéce. Bergamo, Teatro Donizetti, 24 febbraio 2009
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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta


La recensione di Renzo Francabandera

Veloce, ben interpretato, di quotidiana contemporaneità, "La badante", che debutta in anteprima nazionale questi giorni al Teatro S. Chiara di Brescia è un interessante cerbero teatrale che allunga le sue teste su diversi tavoli di discussione. Come già il titolo anticipa, il lavoro sviluppa il tema del lavoro a domicilio nel nostro paese, eminentemente di matrice extracomunitaria. Ma in realtà questo, e la pungente, ironica e famigliare (nel senso del lessico) indagine che ne deriva, sono presupposto assai scaltro per imporre ad un pubblico che pare avvertirne la portata, una più generale riflessione sulla crapula della nostra società agiata, attraverso la rappresentazione di un confronto generazionale madre-figli in una famiglia alto borghese. Ultimo tempo di un'ideale trilogia, di cui erano primi due elementi "Fotografia di una stanza" della stagione 2004/ 2005 ed "Il mio amico Baggio" della stagione scorsa, "La Badante", testo e regia di Cesare Lievi, ci racconta dei cambiamenti indotti dalla presenza degli immigrati, che spesso aprono squarci e generano contraddizioni profonde, intaccando abitudini quotidiane in quel domestico di cui diventano pian piano protagonisti, con un livello di intimità che, non di rado, supera quello degli algidi rapporti interpersonali delle famiglie disgregate dei giorni nostri. La vicenda si svolge in tre atti. Nel primo una madre astiosa e in là con gli anni, una potente ed applauditissima Ludovica Modugno, assilla con le sue ansie senili un figlio dal piglio ragionieristico e sbadatamente distante, intento a fare veniali conticini sugli fitti di alcuni appartamenti di proprietà della genitrice. Il parafulmine delle piccole ripicche, delle smemoratezze, delle angosce di donna sola è la nuova badante est-europea che i figli le hanno affiancato, giovane, servizievole, ma che lei non riesce a sopportare, forse perché questa nuova figura domestica sottolinea involontariamente i suoi cedimenti, ai quali l'anziana stessa non intende rassegnarsi. Nel secondo atto accade l'irreparabile: la madre è morta, e i due suoi figli, si incontrano nell'appartamento di famiglia a Salò e si trovano, ciascuno in preda ad isterie di diversa forma ma identica consistenza, a far fronte all'inaspettata sparizione del tesoro di famiglia, che avrebbero dovuto ereditare, avvenimento incredibile quanto di raffinata macchinazione. Chi avrà potuto tanto? Come? I sospetti ricadono sull'estranea, sulla figura che si pensa di colpo diabolica: la badante. Quando si apre il sipario sul terzo atto cogliamo la portata sottilmente geniale della regia, con un flashback nel quale si arriva all'esito di quello che, dal punto di vista narrativo, è diventato un vero e proprio thriller, ma che in realtà squarcia un velo sulle colpe vere di una società poco attenta, protesa verso se stessa in un loop più tragico e prevedibile di quelli che genera l'arteriosclerosi, ingorda di piacersi e di piaceri. Molle e abbacinata dalla fortuna costruita dai padri, che avevano vissuto la guerra e animato la ricostruzione, un'intera generazione, quella dei figli della signora, fra i quaranta e i cinquant'anni, viene presa di petto e sbugiardata in un monologo appassionato, affidato alla potenza della straordinaria Ludovica Modugno, che ne rimarca le consapevoli assenze, le volute mancanze di spirito, di progetto, di interessi: morti senza sapere di esserlo, anonimi transiti nel buio sottoscala della vita, capaci al più di colorarsi di un rosso d'ira o di un verde di rabbia. La denuncia è ampia, profonda, ma ben impostata, attorcigliata ad una trama dall'intreccio brillante, ben studiato per reggerne il peso senza risultare mai pesante, e al contempo non cedere al banale. Sulle scene di semplice eleganza, studiate da Josef Frommwieser, la Modugno, affiancata dagli efficaci Emanuele Carucci Viterbi e Leonardo De Colle nel ruolo dei figli, da una torbidamente melliflua Paola Di Meglio, moglie di uno dei due, e da Giuseppina Turra, misurata badante, rappresenta con i crismi del giallo una storia contemporanea, striata, oltre le finestre e le porte, da quelle che potremmo definire "le luci di dentro", studiate dal genio di Gigi Saccomandi. Le ire isteriche dei figli o le sclerosi senili ma passionarie dell'anziana madre assumono, per tutta la durata della rappresentazione, forma teatrale poetica e forte. Non c'è vuoto, se non quello abilmente voluto del secondo atto, di una famiglia cui è venuta a mancare la spina dorsale e che ondeggia in torbidi eccessi, come infante privato del gioco. La psiche collettiva sotto assedio. Alla fine, l'anziana, delle cui debolezze il pubblico ride nel primo atto, diventa la coscienza critica di un risvolto umano che tutti pensiamo senza dire, perché coinvolge oramai i più; sentire, annusare il puzzo di morte che esala dalle non-vite di molti fantasmi che popolano le nostre esistenze, distanti dalla società e rivolti a solitari ed emarginati pensieri egoistici e l'indagine sul loro inconfessabile privato: questo c'è dentro "La badante", preziosa ed elegante costruzione scenica, amabilmente cattiva, che vendica e rivendica un nuovo pensiero appassionato di società e la volontà di tornare a viverla in forma autentica. Teatro Santa Chiara -Brescia - fino al 6 aprile e dal 29 aprile all'11 maggio 2008
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Voto: Voto del Redattore: Renzo Francabandera

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