L'EBREO
LO SPETTACOLO
Autore: Giovanni Clementi Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diRoberto Mazzone Roberto Mazzone LA LOCATION
BELLINI LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Daniela Cohen
Ornella Muti è bravissima
La cosa che mi ha sbalordita maggiormente, chissà perché, è stato questo esordio dal vivo di un’attrice ormai un po’ trascurata dal cinema e che sembrava potesse rischiare grosso tentando la strada del palcoscenico. Ma il fatto che Ornella Muti recitasse dal vivo da ormai un paio d’anni ha scacciato subito i timori degli spettatori con questo L’ebreo, un'orribile, grottesca commedia di Gianni Clementi, autore italiano che tocca le corde dell’ilarità e del disgusto istintivo raccontando una storia che inizia come commedia all’italiana e si trasforma in un thriller con finale tinto dalla follia. Visto il 29/03/2011 a Milano (MI) Teatro: Nuovo La recensione di Francesco Rapaccioni
Lady Macbeth di borgata
Alla fine degli anni Trenta le leggi razziali, in precedenza approvate, consentivano allo Stato la confisca dei beni immobili degli ebrei, molti dei quali intestarono (con una clausola di ripetizione a parte) le loro proprietà a dei prestanome, spesso collaboratori domestici o dipendenti. Questi ultimi, nei casi in cui i loro padroni non tornarono dai lager, si trovarono all'improvviso possidenti agiati. Come i protagonisti del dramma di Gianni Clementi. Siamo nel 1956 in un lussuoso appartamento rimasto immutato per anni nell'arredo (c'è persino una menorah). Immacolata e Marcello Consalvi fanno vita da ricchi ma senza averne la tranquillità e la naturalezza in ambienti che, è evidente, non appartengono loro (accurata la scena di Max Nocente, completata dai costumi di Teresa Acone ed illuminata efficacemente da Stefano Pirandello).
Fino a quando un giorno l'ebreo torna. Immacolata e Marcello lo vedono dall'occhio magico del portone, poi in strada da dietro le finestre. Ed entrano in una spirale nera e claustrofobica che li fa confondere la realtà con l'immaginazione. Il testo si fa incalzante, complici le musiche allusive dei De Scalzi ed i suoni inquietanti di Hubert Westkemper. Partendo da un testo serrato, scritto in un dialetto romano accurato, il regista Enrico Maria Lamanna riesce ad imprimere allo spettacolo la necessaria tensione intima da vero noir, il cui pathos è aumentato dai momenti di risata. È parso non necessario il frammento con l'ebreo nel campo di concentramento dietro i fili spinati con sottofondo la voce di Hitler, a creare una materializzazione che disorienta lo spettatore. Interessante il contrasto nella drammaturgia tra i caratteri dei protagonisti. Marcello (Duccio Camerini), nella nuova vita, si è sempre sentito fuori luogo, senza dignità e invece vorrebbe vivere sereno, con poco denaro ma con affetti sinceri; è rimasto un gagliardo e verace “ragazzo” di bottega. Ad Immacolata (Ornella Muti) la dignità mancava prima, nella miseria, ora invece è soddisfatta di un tenore di vita che si ostina pervicacemente a condurre a disprezzo di tutti (“io indietro non ci torno”); a tratti mostra un lato umano che cerca di soffocare, schiacciata dall'ambizione. Mimmo Mancini è lo stagnaro Tito, immigrato dalla natìa Puglia, soffocato dalle ristrettezze economiche e dalle necessità della famiglia, inevitabilmente attratto dalla bellezza di Immacolata e dal miraggio dei soldi. Teatro tutto esaurito, pubblico richiamato da Ornella Muti; molti applausi per tutti. Visto il 25.11.10 a ascoli piceno (ap) Teatro: ventidio basso La recensione di Riccardo Limongi
Meschinità? Aberrazione? Abiezione? C’è tutto questo, come ampiamente promesso, nella lettura de L’ebreo, eppure non è ancora sufficiente per trovarne la decifrazione. La vicenda descrive un momento storico in cui in Italia, e nel ghetto di Roma in particolare, molti ebrei, per evitare probabili espropri di beni, intestarono le loro proprietà a fidati prestanome. In questo caso, però, il “padrone” dopo tredici anni di deportazione torna a casa: di fronte all’inatteso e sconvolgente pensiero dei protagonisti di perdere d’un tratto una mai guadagnata ricchezza, le strade psicologiche si separano abbastanza nettamente, e si delineano due chiavi di lettura.
Anzitutto, il rapporto fra moglie e marito. Lei, una sorprendente Ornella Muti, è letteralmente terrorizzata all'idea di perdere l’immeritato benessere e di ritornare al rango di tutti coloro che si era ormai abituata a guardare dall'alto in basso ed a disprezzare, con un sentimento talmente eccessivo da far apparire chiaro che il disprezzo è anzitutto nei confronti di sé stessa e della sua essenza di "serva", ovvero ciò che dentro è sempre rimasta. In questo modo il linguaggio usato, un romanesco popolare ed a volte sguaiato, è perfetto anche per immergersi nell’ambiente. Lui, Emilio Bonucci, ha qualche slancio di umanità che potrebbe apparire salvifico, ed a tratti sembra anche provare ad intervenire a fatica nella storia per conferirle un taglio umano, ma alla fine non può andare al di là della sua ignavia, e si fa strumento di un’allegoria che sembra richiamare quella del Serpente, di Eva tentatrice e di un Adamo accidioso e sconfitto in partenza.
L’altro tema, classico per eccellenza, è quello del "convitato di pietra": l’Ebreo non appare mai, nemmeno nel momento in cui dovrebbe essere sacrificato, rendendo tutto il dramma ancora più rivolto all’interno dei personaggi che lo vivono, e con questa sua assenza incombe dentro le loro misere coscienze più ancora che se si fosse manifestato. Forse la definizione preferibile, perciò, sarebbe quella di miserabilità, e questa storia, come avverte anche Lamanna, è davvero quella che va scritta con la “s” minuscola, ovvero lo sfondo personale, intimo ed inconfessabile che così spesso sta al di sotto di quella Storia con la “S” maiuscola che invece si tramanda ai posteri.
Visto il 09/02/2010 a Napoli (NA) Teatro: Bellini SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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