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L'EBREO

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LO SPETTACOLO

Autore: Giovanni Clementi
Regia: Enrico Maria Lamanna
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Mythos Group Area Teatro Musica
Cast: Ornella Muti, con Pino Quartullo, Emilio Bonucci; ediz. 2010/2011: Ornella Muti, Duccio Camerini e Mimmo Mancini

Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

BELLINI
v. Conte di Ruvo 17 - Napoli (NA)
Tel: 081 5491266 - 081 5499688
Email: comunicazione@teatrobellini.it Sito Web: www.teatrobellini.it/


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LE RECENSIONI


La recensione di Daniela Cohen

Ornella Muti è bravissima

La cosa che mi ha sbalordita maggiormente, chissà perché, è stato questo esordio dal vivo di un’attrice ormai un po’ trascurata dal cinema e che sembrava potesse rischiare grosso tentando la strada del palcoscenico. Ma il fatto che Ornella Muti recitasse dal vivo da ormai un paio d’anni ha scacciato subito i timori degli spettatori con questo L’ebreo, un'orribile, grottesca commedia di Gianni Clementi, autore italiano che tocca le corde dell’ilarità e del disgusto istintivo raccontando una storia che inizia come commedia all’italiana e si trasforma in un thriller con finale tinto dalla follia.

La protagonista brilla di luce propria affiancata da una coppia di attori eccellenti: Duccio Camerini nei panni di Marcello Consalvi, il marito grassoccio, pelatino, bonaccione e onesto che sfigura di fronte all’amico idraulico Tino, impersonato da un ottimo Mimmo Mancini che è stato da ragazzo pure amante di Immacolata, questa moglie arpia che riuscirà, terrorizzata all’idea di perdere il benessere acquisito negli ultimi anni, a convincere il marito a compiere un delitto  e l’amico a dar loro una mano.

Ma tutto ha inizio tra gli anni 40-50 con lo stanco racconto di una coppia apparentemente benestante, che raccoglie denaro da affitti di vari appartamenti e dalle vendite di diversi negozi ma lei, Immacolata è sempre scontenta. Brontola, parla in dialetto romanesco usa parolacce, sembra una donna dei quartieri bassi e difatti da lì proviene e così è stato fino a quando, già sposata col commesso di un negozio di Roma in cui pure lei prestava servizio, il padrone propone a Marcello Consalvi, di cui si fida per l’onestà e cristallina lealtà, a diventare padrone di tutto ciò che lui possiede poiché le recentissime leggi razziale imposte dal fascismo rischiavano di fargli sequestrare tutto: è un ebreo e intende fuggire, lasciando i suoi beni in buone mani.

La guerra finisce e nulla accade, così i Consalvi restano a vivere come persone agiate e Immacolata si abitua a vestir bene, andare dal parucchiere, anche se sente di essere poco apprezzata dai vicini, di cui spettegola in continuazione. Ornella Muti è semplicemente grandiosa nel ruolo davvero difficile di proletaria divenuta piccola borghese, piena di accidia e cattiveria, indifferente ai sentimenti altrui e convinta di avere tutti i diritti di essere e avere ciò che ritiene ormai suo di diritto. Sarà così un vero colpo di scena l’arrivo imprevisto, dopo 13 anni di assenza, del proprietario della casa che appare fuori dalla loro porta. I Consalvi non aprono e incominciano a vivere l’incubo della decisione: restituire tutto o tentare altre vie?

La frustrazione diventa rabbiosa e nulla servirà a far ravvedere la donna, nè i flebili tentativi del marito che in fondo vorrebbe comportarsi nel modo giusto, provando pena per gli orrori subiti dal vecchio padrone, mentre Immacolata pronuncia spaventose accuse e frasi francamente antisemite senza neppure accorgersene, come hanno fatto per decenni gli ignoranti che odiavano gli ebrei solo perché non possedevano le loro cose... Solo che qui, fra battute create magistralmente in modo da far scoppiare la risata per motivi del tutto squilibrati rispetto alla suspence della commedia, la storia assume l’aspetto grottesco di una tragedia a venire.

Da non perdere se possibile non fosse che per vedere quanto brava sia Ornella Muti e i suoi due compagni di palcoscenico. complimenti a lei per non aver scelto una storiella leggera e poco impegnata: al contrario, ha osato interpretare in modo totale un ruolo davvero ripugnante di donna, di quelle che manipolano gli uomini con falsità, sesso e denaro... Cose solo d’altri tempi? Ottima anche la regia di Enrico Maria Lamanna che, grazie a momenti di buio totale, cambia le scene in modo sorprendente e in pochi attimi, forzando il ritmo della storia che, specie nel secondo tempo, lascia senza fiato.

Visto il 29/03/2011 a Milano (MI) Teatro: Nuovo

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Voto: Voto del Redattore: Daniela Cohen


La recensione di Francesco Rapaccioni

Lady Macbeth di borgata

Alla fine degli anni Trenta le leggi razziali, in precedenza approvate, consentivano allo Stato la confisca dei beni immobili degli ebrei, molti dei quali intestarono (con una clausola di ripetizione a parte) le loro proprietà a dei prestanome, spesso collaboratori domestici o dipendenti. Questi ultimi, nei casi in cui i loro padroni non tornarono dai lager, si trovarono all'improvviso possidenti agiati. Come i protagonisti del dramma di Gianni Clementi. Siamo nel 1956 in un lussuoso appartamento rimasto immutato per anni nell'arredo (c'è persino una menorah). Immacolata e Marcello Consalvi fanno vita da ricchi ma senza averne la tranquillità e la naturalezza in ambienti che, è evidente, non appartengono loro (accurata la scena di Max Nocente, completata dai costumi di Teresa Acone ed illuminata efficacemente da Stefano Pirandello).

Immacolata è implacabile con gli affittuari che non pagano, Marcello prova a farle capire che anche i morosi hanno bisogno di avere un poco di respiro ma lei non cede, memore degli anni di miseria. Per Marcello la dignità è un valore anche nell'indigenza, per Immacolata nella miseria non c'è dignità. La donna è implacabile coi sottoposti, conta i soldi come fossero l'unica ragione della vita, segna tutto con precisione maniacale. Una vita assestata ma non felice, incompresi dai loro stessi amici di un tempo (da lei trattati come dei pezzenti) e mai entrati tra le famiglie ricche del ghetto, anzi guardati con sospetto dagli uni e dagli altri, tutti invidiosi, secondo Immacolata. Che invece ama esibire sfacciatamente il lusso, come per il matrimonio della figlia (che manco la regina di Inghilterra) e con quei regali ancora esposti per casa.

Fino a quando un giorno l'ebreo torna. Immacolata e Marcello lo vedono dall'occhio magico del portone, poi in strada da dietro le finestre. Ed entrano in una spirale nera e claustrofobica che li fa confondere la realtà con l'immaginazione. Il testo si fa incalzante, complici le musiche allusive dei De Scalzi ed i suoni inquietanti di Hubert Westkemper.
Immacolata diviene furiosa, una specie di lady Macbeth di borgata. Fa credere al marito che l'ebreo abbia abusato di lei (quando invece era omosessuale), in questo modo convincendolo della necessità di ucciderlo. Poi estorce a Tito, un amico di Marcello, la complicità a sbarazzarsi del corpo dell'ebreo dentro un tappeto, dopo che loro avranno provveduto ad ucciderlo; Tito accetta per soldi, il lavoro di idraulico è faticoso e rende poco.
Però i due, accecati dalla cattiva coscienza e divorati dai fantasmi interiori, finiscono per uccidere un loro caro amico, non riconoscendolo. Evidentemente l'ebreo era nei loro pensieri tormentati, appunto un caso di cattiva coscienza che si materializza.

Partendo da un testo serrato, scritto in un dialetto romano accurato, il regista Enrico Maria Lamanna riesce ad imprimere allo spettacolo la necessaria tensione intima da vero noir, il cui pathos è aumentato dai momenti di risata. È parso non necessario il frammento con l'ebreo nel campo di concentramento dietro i fili spinati con sottofondo la voce di Hitler, a creare una materializzazione che disorienta lo spettatore.

Interessante il contrasto nella drammaturgia tra i caratteri dei protagonisti. Marcello (Duccio Camerini), nella nuova vita, si è sempre sentito fuori luogo, senza dignità e invece vorrebbe vivere sereno, con poco denaro ma con affetti sinceri; è rimasto un gagliardo e verace “ragazzo” di bottega. Ad Immacolata (Ornella Muti) la dignità mancava prima, nella miseria, ora invece è soddisfatta di un tenore di vita che si ostina pervicacemente a condurre a disprezzo di tutti (“io indietro non ci torno”); a tratti mostra un lato umano che cerca di soffocare, schiacciata dall'ambizione. Mimmo Mancini è lo stagnaro Tito, immigrato dalla natìa Puglia, soffocato dalle ristrettezze economiche e dalle necessità della famiglia, inevitabilmente attratto dalla bellezza di Immacolata e dal miraggio dei soldi.

Teatro tutto esaurito, pubblico richiamato da Ornella Muti; molti applausi per tutti.

Visto il 25.11.10 a ascoli piceno (ap) Teatro: ventidio basso

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Riccardo Limongi

Meschinità? Aberrazione? Abiezione? C’è tutto questo, come ampiamente promesso, nella lettura de L’ebreo, eppure non è ancora sufficiente per trovarne la decifrazione. La vicenda descrive un momento storico in cui in Italia, e nel ghetto di Roma in particolare, molti ebrei, per evitare probabili espropri di beni, intestarono le loro proprietà a fidati prestanome. In questo caso, però, il “padrone” dopo tredici anni di deportazione torna a casa: di fronte all’inatteso e sconvolgente pensiero dei protagonisti di perdere d’un tratto una mai guadagnata ricchezza, le strade psicologiche si separano abbastanza nettamente, e si delineano due chiavi di lettura. Anzitutto, il rapporto fra moglie e marito. Lei, una sorprendente Ornella Muti, è letteralmente terrorizzata all'idea di perdere l’immeritato benessere e di ritornare al rango di tutti coloro che si era ormai abituata a guardare dall'alto in basso ed a disprezzare, con un sentimento talmente eccessivo da far apparire chiaro che il disprezzo è anzitutto nei confronti di sé stessa e della sua essenza di "serva", ovvero ciò che dentro è sempre rimasta. In questo modo il linguaggio usato, un romanesco popolare ed a volte sguaiato, è perfetto anche per immergersi nell’ambiente. Lui, Emilio Bonucci, ha qualche slancio di umanità che potrebbe apparire salvifico, ed a tratti sembra anche provare ad intervenire a fatica nella storia per conferirle un taglio umano, ma alla fine non può andare al di là della sua ignavia, e si fa strumento di un’allegoria che sembra richiamare quella del Serpente, di Eva tentatrice e di un Adamo accidioso e sconfitto in partenza. L’altro tema, classico per eccellenza, è quello del "convitato di pietra": l’Ebreo non appare mai, nemmeno nel momento in cui dovrebbe essere sacrificato, rendendo tutto il dramma ancora più rivolto all’interno dei personaggi che lo vivono, e con questa sua assenza incombe dentro le loro misere coscienze più ancora che se si fosse manifestato. Forse la definizione preferibile, perciò, sarebbe quella di miserabilità, e questa storia, come avverte anche Lamanna, è davvero quella che va scritta con la “s” minuscola, ovvero lo sfondo personale, intimo ed inconfessabile che così spesso sta al di sotto di quella Storia con la “S” maiuscola che invece si tramanda ai posteri.

Visto il 09/02/2010 a Napoli (NA) Teatro: Bellini

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Voto: Voto del Redattore: Riccardo Limongi

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