IL SOGNO DI IPAZIA
LO SPETTACOLO
Autore: Massimo Vincenzi Descrizione
Se ragione e fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente negli ultimi duemila anni, l’episodio più emblematico della contrapposizione fra queste due ideologie accadde nel marzo del 415, con l'assassinio di Ipazia. Gli avvenimenti ad Alessandria precipitarono a partire dal 412, quando divenne patriarca il fondamentalista Cirillo (proclamato Santo e Dottore della Chiesa nel 1882). In soli tre anni, servendosi di un braccio armato costituito da monaci combattenti, sparse il terrore nella città. Il razionalismo di Ipazia, che non si sposò mai a un uomo perché diceva di essere già «sposata alla verità», costituiva un controaltare troppo evidente al fanatismo di Cirillo. Uno dei due doveva soccombere e non poteva che essere Ipazia. Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diAlessandro Grieco Alessandro Grieco LA LOCATION
BELLI LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Monica Menna
Ipazia: "I have a dream" Un monologo introspettivo, profondo e commovente è “Il sogno di Ipazia” in scena al Teatro Belli dove è già stato proposto altre quattro volte ottenendo sempre un grande successo. Protagonista assoluta è Francesca Bianco (che collabora da oltre venti anni con la Compagnia del Teatro Belli) nel ruolo di Ipazia, filosofa e matematica di Alessandria, rappresentante della filosofia neo-platonica pagana. Si racconta il suo ultimo giorno di vita (dal risveglio al mattino all’uscita da casa per recarsi alla scuola sino all’aggressione e alla morte). Si narra in particolare dell’evento disperato della studiosa di salvare la biblioteca di Alessandria distrutta da un incendio.
La scenografia è scarna ed essenziale. Ci sono leggii sul palco e libri in terra. Alla voce di Ipazia si alterna quella dei suoi nemici; i cristiani Teodosio e Cirillo, che pronunciano frasi tratte dagli Editti. Si accusa il paganesimo. Si condannano tutti i pagani. Ipazia è stata una martire proprio del paganesimo e della libertà di pensiero. Credeva nell’uguaglianza di tutti gli esseri viventi che vivono sotto lo stesso cielo stellato. Sognava di vedere un mondo in cui vige la convivenza tra gli uomini. Una convivenza pacifica al di là delle differenze di credo. Un messaggio profondamente attuale... lo stesso, tanti secoli dopo, dell' "I have a dream" di Martin Luther King e poi di Barack Obama... Uno spettacolo che coinvolge emotivamente gli spettatori e sa destare e mantenere alta l’attenzione.
Visto il 23/02/2011 a Roma (RM) Teatro: Belli La recensione di Luisa Monnet
Ipazia: luci e ombre di una storia poco conosciuta Basandosi sugli scritti lasciati da pensatori e storici dell’epoca quali Socrate Scolastico e Damascio, e sui Decreti teodosiani del 391/392 d.C., l’autore Massimo Vincenzi ricostruisce la vita di Ipazia, filosofa e matematica di Alessandria, simbolo forte e coraggioso di un’epoca tormentata di odio e di persecuzioni. Messa in scena da Carlo Emilio Lerici e interpretata da Francesca Bianco, la pièce, già presentata durante la IV edizione dell’Opere Festival a Bracciano, racconta l’ultimo giorno di vita della donna, uccisa brutalmente da un manipolo di monaci esaltati. Al centro della scena dunque lei, non solo nella persona, ma nei segni che la circondano e ne marcano il cammino: diversi leggii posizionati a formare un cerchio di sicurezza dal mondo esterno, su ogni leggio un libro, altri volumi intorno a lei quasi a proteggerla; dietro di lei un enorme schermo su cui passano le costellazioni, la luna, il sole, ma anche nubi, ombre minacciose e bagliori rosso sangue. Lerici costruisce una regia rigorosa, circolare, il cui punto di forza è costituito dalla sola attrice presente; il tempo drammaturgico si spacca in due, diviso tra i pensieri, i ricordi, le speranze e le paure della pensatrice, e la voce martellante, stridente dei suoi nemici, i cristiani Teodosio e Cirillo, che pronunciano le formule perentorie degli Editti e delle accuse contro il paganesimo. È una messa nello spazio semplice, ma significativa, quella che impegna Francesca Bianco, cui vengono chiesti pochi ma precisi gesti – il rito quasi sacro della spoliazione dei leggii dai loro libri - via via che il tempo passa e la catastrofe si approssima. Altrettanto mirata è la scelta del commento sonoro pressoché continuo, e quando non sono le voci minacciose dei due cristiani a richiamare la protagonista dal suo mondo puro di pensiero e di nostalgia, sono le musiche di Francesco Verdinelli a ritmare di speranza o di terrore la luce chiara e le ombre cupe di un passato felice e di un destino ormai segnato. Niente da dire dunque sul rigore e sull’intensità tanto della regia quanto dell’interpretazione, anche se Francesca Bianco, generosa e attenta al suo personaggio, forse condizionata dall’uso del microfono, tende peraltro a privilegiare un registro alto e stridente, perdendo un poco in convinzione, senza cogliere forse tutte le sfaccettature possibili di un universo così affascinante e vero come fu quello di Ipazia. La linea drammaturgica, coadiuvata dalla ricerca di documenti e di fonti, appare interessante nel rovesciamento del ruolo storico del Cristianesimo, che passa da vittima a carnefice anche bestiale, ma proprio per l’attualità dell’argomento proposto, e per la sua complessità, pecca di eccessiva linearità nel proporre due semplici facce della medaglia – la ferocia e l’accanimento delle autorità cristiane nella persecuzione dei pagani, di contro alla ragione, alla mansuetudine e all’atteggiamento inerme di questi ultimi. Difficilmente la storia si fa leggere e comprendere così bene, soprattutto quando risale a decine di secoli addietro: Ipazia rimane sicuramente il simbolo di una cultura e di uno spirito liberi e positivi, ma anche per questo non è bene confonderla con i rancori e le lotte teologiche, per cui quello che fu e resta un episodio gravissimo di intolleranza religiosa delle prime comunità cristiane potrebbe diventare un semplice spunto per diatribe e critiche poco utili e poco pertinenti a un contesto artistico.Visto il 16/04/2010 a Roma (RM) Teatro: Belli La recensione di Riccardo Limongi
Un sogno soffocato dalle tenebre Partiamo subito dalle note negative, così magari si apprezzano ancor più quelle positive, che sono tante: se è vero che c’è stata un’azione di resistenza, per non favorire la diffusione della conoscenza della storia di Ipazia come di questa performance di Francesca Bianco per la regia di Carlo Emilio Lerici su testo di Massimo Vincenzi, ebbene è uno di quei casi in cui questo diventa automaticamente un merito, perché significa che colpisce dei nervi scoperti evidentemente universali, ed il censore di turno non fa altro che dichiarare la sua assimilabilità a qualunque altro Potere che teme di essere visto nudo. Perché questo è il concetto, la denuncia di ogni fondamentalismo, e va ben al di là dell’occasione fornita incidentalmente dal vescovo di Alessandria Cirillo, regnante Teodosio nell’impero d’Oriente, nell’anno 415 d.C., dopo la promulgazione di una legge speciale contro i culti pagani. Il cattolicesimo, dopo tanti anni passati a nascondersi nelle catacombe, diventò religione ufficiale dell’Impero, e l’improvvisa posizione di supremazia mise in luce un aspetto purtroppo molto terreno e violento, quale quello evocato da Ipazia stessa: “Loro non sanno quanto sia pericoloso un Dio partorito dal rancore”. Ma forse non immaginava che sarebbe stato pericoloso fino al punto di farla trucidare per non essersi piegata. E quel Dio sicuramente non era quello vero, lei l’avevo capito bene, come non è un Dio vero nessuno di quelli che vengono invocati da qualsivoglia integralismo religioso, ovunque abiti nel mondo e qualunque etichetta abbia, perché “ogni vero Dio non è quello che ha paura delle parole e che odia i libri”, dice Ipazia, e lo dice dall’alto del suo essere donna, filosofa, astronoma, matematica, scienziata, inventrice del planisfero e dell’astrolabio, insegnante e quant’altro. Diciamolo, questa civiltà che ha saputo rivedere le sue opinioni e creare modelli di uomini e di eroi validi per le generazioni a venire, ancora non ha consegnato il giusto posto a Ipazia fra i martiri che hanno pagato con la vita la loro coerenza in un mondo in cui sottomettere il proprio pensiero significa una sconfitta intollerabile. Basti dire che nessun testo italiano ha aiutato Massimo Vincenzi, a dimostrazione di uno scarso approfondimento riservato alla filosofa, colmato soltanto grazie a testi inglesi ed a lavori spagnoli. Anzi, proprio gli spagnoli hanno provveduto di recente a girare un film, Agorà di Alejandro Amenàbar (vincitore di 6 premi al XXIV Premio Goya), che in patria ha ottenuto successo e milioni di spettatori, e che dopo (appunto…) un bel po’ di tempo in cui nessuno ne ha acquistato i diritti, qui da noi come in Francia (tecnicamente non si chiama censura, certo, ma le parole hanno tante strade per arrivare al loro significato), fra un mese finalmente arriva anche in Italia, distribuito da Mikado. Al martirio di Ipazia e delle Idee, allora, aggiungiamo anche questo: dopo quasi milleseicento anni, l’elenco non era ancora finito. Anzi, aggiungiamo anche il suo essere donna, si, perché forse un qualunque Cirillo Vescovo onnipotente, in qualunque tempo vivesse, troverebbe sempre impossibile far convivere la cultura con il Potere, la politica con la P maiuscola con quella con la p minuscola, ed in questo caso, anche se non soprattutto il riconoscimento del suo rango maschile e la minaccia di un inconcepibile contraltare femminile. La cornice ideale di un Teatro Instabile che fa ascoltare il suono delle parole come attraverso i percorsi delle sue pietre, il rosso-fuoco che avvampa attorno a Francesca Bianco, che si oppone ad esso con il suo vestito candido come una realtà che appartiene solo ai sogni, la luce della notte che trapunta di stelle la scena intorno alla luna, i libri sparsi come membra disfatte da ricomporre nel tentativo di mettere in salvo qualcosa della Biblioteca, l’espressione mai ieratica della Bianco, ma anzi sofferta e colpita dentro da un’ingiustizia che la costringe a diventare un eroe per il suo semplice restare se stessa (“Io non posso stare qui seduta ad aspettare di vedere morire il pensiero“), formano una scena avvolgente intorno a quello che si rivela un classico teatro della parola e delle emozioni.Visto il 21/03/2010 a Napoli (NA) Teatro: T I N - Teatro Instabile Napoli La recensione di Elisabetta Colla
IL SOGNO DI IPAZIA Sono tante le donne geniali che hanno attraversato la storia lasciando segni tangibili della loro intelligenza e cultura ma, soprattutto nel passato, molte di loro non sono state prese nella giusta considerazione ed anzi, in tanti casi, hanno subito vessazioni e persecuzioni. Fra le più note filosofe e matematiche dell’antichità, Ipazia è certamente una delle più importanti: inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, esponente di spicco della scuola neoplatonica, Ipazia era figlia di Teone, rettore dell’Università di Alessandria, che le trasmise l’amore per la scienza e per i classici greci, di cui furono entrambi abili commentatori. Ma Ipazia pagò con la vita la sua libertà intellettuale e la sua integrità morale: il fatto che fosse una donna non contribuì certo ad aiutarla, benché per un lungo periodo sia stata un personaggio in vista della scena culturale alessandrina, convocata in assemblee pubbliche per ascoltare i suoi preziosi consigli. Proprio su questa straordinaria figura di donna si incentra il serrato monologo “Il sogno di Ipazia”, scritto da Massimo Vincenti e rappresentato al Teatro Lo Spazio, che racconta l’ultimo giorno di vita della studiosa mentre, già braccata dai suoi detrattori (il fondamentalista Cirillo, dopo l’Editto di Teodosio, iniziò a perseguitare ogni cultore e seguace di scienze considerate “pagane”) descrive il suo sogno di un mondo in cui la convivenza di tutti gli esseri viventi “sotto le stelle del cielo” e la tolleranza potessero trionfare sull’oscurantismo ed il pregiudizio. “Quando ho scoperto la storia di questa donna eccezionale - racconta il regista Carlo Emilio Lerici - mi sono entusiasmato ed ho iniziato a documentarmi su di lei, fino a rendermi conto di quanto fosse moderno ed attuale il suo pensiero, tutto improntato a favore della pacifica convivenza e contro l’intolleranza religiosa. Siamo stati in dubbio se scegliere, per lo spettacolo, la strada dell’inchiesta giornalistica o quella della poesia: abbiamo scelto quest’ultima per celebrarne la memoria.” Una voce fuori campo (di Stefano Molinari) alterna la lettura di frammenti dai 4 editti teodosiani, strumento normativo che ratificò il cattolicesimo come religione di Stato, e di brani dei discorsi di Cirillo, all’accorata testimonianza di Spazia, nel suo disperato tentativo di salvare i libri della Biblioteca Alessandrina e la sua propria vita. “Le dichiarazioni di Cirillo, di cui ci sono rimasti diversi frammenti - continua il regista - sono state utilizzate come spunto per l’ideologia nazista ed Ipazia è stata una delle vittime dell’ondata di fanatismo da lui scatenata. Lei rifiutò sempre di convertirsi, le offrirono anche soldi per questo, ma la sua integrità morale la portò invece verso una morte atroce. Oggi sono poche le persone disposte a pagare con la vita il prezzo delle proprie idee e per questo la personalità di Ipazia è ancora più apprezzabile. Il suo omicidio ha rappresentato una delle tante, spaventose ingiustizie perpetrate nella storia, inoltre la sua figura non è mai stata ufficialmente riabilitata.” Di lei ci restano solo le testimonianze degli allievi, primo fra tutti Sinesio di Cirene, il prediletto di Ipazia, dato che le sue opere sono tutte andate perdute ed il caso della sua scomparsa venne rapidamente archiviato “per assenza di testimoni”, né si parlò di morte ma si mise in giro la voce di una sua fuga. In scena, nei panni di Ipazia, la brava Francesca Bianco in tunica e sandali, forse leggermente sopra le righe nel dar voce ad un personaggio che, nell’immaginario collettivo, tende a presentarsi maggiormente ieratico e razionale più che emotivo. Intense ed aderenti all’incalzare del testo le musiche di Francesco Verdinelli.Visto il 19/11/2009 a Roma (Rm) Teatro: Lo Spazio SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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