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LE RECENSIONI
La recensione di Tommaso Dotta
SEMPLICITA' ED EFFICACIA: ECCO I NUOVI GEMELLI DI GOLDONI
La semplicità: è questa la chiave della regia di Antonio Calende nel portare sulla scena una nuova versione de I due gemelli veneziani di Goldoni. Semplici sono le ambientazioni, illuminate a giorno. Semplici i costumi, mai eccessivamente vistosi. E semplice, ma davvero efficace, è l’interpretazione di Massimo Dapporto, a cui non servono né geniali artifici di regia, né funambolici cambi d’abito per poter caratterizzare con efficacia Zanetto e Tonino, i due gemelli dalle personalità così diverse: l’attore si affida solo alla sua mimica espressiva per rendere entrambi i personaggi sempre perfettamente riconoscibili.
Dichiaratamente ispirata ai Menecmi di Plauto (“fonte universale donde tutti gli altri cavaron le loro” scrisse lo stesso Goldoni), I due gemelli veneziani è una commedia degli equivoci fondata sul classico tema del doppio e sulle celebri maschere del teatro italiano (Colombina, Arlecchino, Pantalone e Brighella). Il tema è forse “rancido”, come dichiara l’autore stesso nella prefazione all’opera, ma la sua mano resta fresca ed inconfondibile, tanto nella trattazione dei personaggi (Verona appare come una città colma di uomini opportunisti e donne che mirano ad accasarsi prima possibile, in opposizione alle “sincere colline bergamasche”) quanto in quel finale tragico, così anticonvenzionale per una commedia del tempo. Eppure anche la morte di un personaggio, a cui non si può che affezionarsi durante le due ore di spettacolo, non porta tristezza: tutto il contrario. E' una morte comica. Una simile trovata non potè che accendere le ire della critica contemporanea a Goldini, eppure (ed anche grazie alla classe di Dapporto) il momento è indubbiamente tra i più innovativi e memorabili.
E’ inutile qui elencare la bravura di ogni singolo attore della compagnia, poiché, pur impegnandosi, non se ne trova uno che sfiguri. La commedia è lunga, ma scorre rapida fino al lieto (per quasi tutti) fine.
Applausi e consensi tra il pubblico, e i due volti di Massimo Dapporto (Zanetto, più zotico e “pratico”, e Tonino, virile galantuomo) restano impressi, accompagnando lo spettatore fuori dal teatro, per lo meno fino a casa, se non anche i giorni successivi.
Savona, Teatro Comunale Chiabrera, 07/02/2008
Voto:
La recensione di Angelo Antonio Messina
La commedia appartiene al "primo" Goldoni e ricalca quindi in modo evidente le strutture tipiche della Commedia dell'Arte, con i suoi intrecci gustosamente complicati, gli irresistibili lazzi comici, la pluralità del linguaggio, le felici assurdità della trama. Vi agiscono, inoltre, maschere divenute storiche nel nostro panorama teatrale, quali Arlecchino, Colombina, Balanzone, Rosaura, Florindo, Capitan Spaventa adombrato nel personaggio di Lelio.
Voto:
La recensione di Wanda Castelnuovo
Che il “genio comico” abbia rapito Carlo Goldoni (Venezia 1707 - Parigi 1793) appare chiaro fin dalle prime opere come “I due gemelli veneziani” (scritta nel 1747 a Pisa, dove dal 45 al 48 esercita la professione di avvocato, e portata al successo da uno straordinario attore, Pantalone Cesare D’Arbes, che essendo per sua natura dicotomico nel comportamento, tra il raffinato e il sempliciotto, ha suggerito a Goldoni l’idea di utilizzare un solo attore per le due parti) in cui sono ricalcate le strutture tipiche della Commedia dell’Arte con divertenti assurdità della trama intrecciata in modo gustoso e condita da lazzi comici e con la presenza di maschere tradizionali. Ispirata ai ‘Maenechmi’ di Plauto e con tanti emuli in ogni secolo - “rancido argomento”come ricorda Goldoni stesso nella prefazione - la commedia segna il passaggio alla ‘riforma’ con un’analisi più approfondita dei personaggi che diventano sempre più realistici con novità sostanziali come il giocare su somiglianza e diversità dei gemelli. Proveniente dal mondo rurale della Val Brembana, Zanetto - gemello sciocco, vile e codardo - ricorda la rozzezza di Zanni di cui richiama anche il nome. Cittadino e uomo di mondo, Tonino gemello intelligente, arguto, coraggioso, brillante e fedele ai valori della tradizione mercantile veneziana tanto da rappresentare l’ideale del ‘cortesan’ esemplifica quella borghesia così ben ritratta dal commediografo. I due che non si conoscono essendo vissuti l’uno nella Bergamasca e l’altro a Venezia si ritrovano per questioni di cuore a Verona e toccherà a Pancrazio astuto, impostore e disonesto pretendente mettere in atto un progetto criminoso che innesca il finale della commedia. Il regista Antonio Calenda - Direttore del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia dal maggio 1995 - ha deciso di affidare a un attore versatile, maturo, serio, intenso e di spessore come Massimo Dapporto (Milano 1945), figlio del grande Carlo, il compito di interpretare i due gemelli, identici come aspetto fisico, ma agli antipodi come carattere e ci riesce benissimo con una recitazione altamente raffinata. Pur essendo favorevole a interpretazioni fedeli allo spirito del testo, tuttavia un ritmo più serrato avrebbe esaltato maggiormente le qualità del primo attore e della commedia. Il vero filo conduttore è l’Amore nelle più diverse sfumature gioiose e melanconiche che assumono tinte tragicomiche con l’avvelenamento di Zanetto, espediente nuovo in una commedia, ma reso accettabile per l’aura di comicità che non reca nello spettatore “tristezza alcuna” come sostiene lo stesso Goldoni. Intorno ruotano personaggi e ‘maschere pensanti’ che rispettano fedelmente il testo e il momento in fieri della poetica goldoniana. Raffinati i costumi e splendida e rasserenante la scenografia dominata dalla carrozza, simbolo dei viaggi dei gemelli e perchè no del percorso esistenziale.
Milano, Teatro Manzoni, 9 gennaio 2008
Voto:
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