RACCONTI DI GIUGNO
LO SPETTACOLO
Autore: Pippo Delbono Descrizione
Incontro con se stesso di Pippo Del Bono: "La curiosità per gli altri. Il senso nascosto delle relazioni. Il filo rosso degli invaghimenti negli spettacoli. La coscienza di una bellezza senza confini nelle storie. L’ardore non solo etico nelle scene della vita e nelle scene del teatro. Il lato dei desideri non espressi ma mostrati. L’estasi delle cose che ti perdono e che gli altri non ti perdonano. Le coincidenze (tante) di giugno, il mese in cui sono nato. Quel qualcosa di se stessi mai detto forse perché mai chiesto". Date repliche a cura di
Scheda spettacolo a cura diMauro Guidi Mauro Guidi LA LOCATION
AUDITORIUM SAN DOMENICO LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo maxStagione precedente o non previste repliche al momento LE RECENSIONILa recensione di Petra Motta
Racconti da bar Il pubblico rumoreggia, batte le mani, invoca l’inizio di “Racconti di giugno”, spettacolo di e con Pippo Delbono in programma al Teatro Donizetti di Bergamo. Il protagonista entra in scena con un quarto d’ora di ritardo, scusandosi più per posa che con reale convinzione, e il monologo inizia certamente non sotto i migliori auspici. Seduto a un tavolino da bar, Delbono alterna momenti di cabaret intimista - nei quali racconta con una vena di ironia le esperienze che lo hanno portato ad essere un uomo di spettacolo - a frammenti dei suoi spettacoli più famosi: Il tempo degli assassini, Enrico V, La rabbia, Barboni, Gente di plastica. Nei brevi monologhi-confessione gli spettatori sorridono delle sue disgrazie, raccontate con divertito distacco e sottile ironia: la famiglia bigotta, l’amore per un amico, la caduta nel baratro della droga, la scoperta del teatro come salvezza, la malattia, gli incontri con i compagni di palcoscenico, la redenzione. Meno convincenti risultano invece le autocitazioni, strappate al contesto generale, snaturate, ridotte alla grottesca parodia degli spettacoli originali. La continua sostituzione del microfono-gelato della narrazione con l’auricolare radio delle citazioni crea un effetto straniante nel pubblico, che viene costantemente sbalzato dentro e fuori dal monologo, senza afferrarne completamente le intenzioni. Delbono passa dalla narrazione cadenzata e sussurrata all’urlo forzato e fastidioso con cui sembra voler interpretare tutte le citazioni scelte per questa performance in solitario (l’Enrico V di Shakespeare, recitato con voce gracchiante e rabbiosa degna di un indemoniato, lascia dubbiosi). Passa dall’immobilità assoluta del racconto alla gestualità esageratamente amplificata delle citazioni, fino alla sgangherata danza tratta da “Questo buio feroce”, assolutamente incomprensibile nel nuovo contesto. Pur lodando i nobili intenti del teatro delboniano - l’accoglienza del diverso, le lotte per l’uguaglianza e la parità di diritti, la sincera onestà con cui confessa di essere omosessuale e sieropositivo - il risultato è uno spettacolo discontinuo, frammentario, zigzagante, che può essere apprezzato senza riserve solo dai suoi ammiratori, fini conoscitori delle sue rappresentazioni precedenti, pronti a perdonare al proprio beniamino qualsiasi caduta di stile.Visto il 18/02/2010 a Bergamo (BG) Teatro: Donizetti La recensione di Francesco Rapaccioni
Macerata, teatro Lauro Rossi, “Racconti di giugno” di Pippo Delbono
UNA FAVOLA VERA
Pippo Delbono ci ha abituato a spettacoli che associano grazia e rabbia con rigore gestuale ed espressivo, in cui esplora le tematiche della diversità e dell'emarginazione (Il tempo degli assassini, Barboni), del potere costituito (Urlo), delle morti sul lavoro (il recentissimo La menzogna), oppure usa le parole di Pasolini per un omaggio personalissimo (La rabbia). Su di lui e sul suo modo di fare teatro molto si è scritto. Ora si aggiunge un nuovo capitolo, con la pubblicazione di “Racconti di giugno” per i tipi di Garzanti (ottobre 2008) nella collana “Le forme”, della quale vorrei citare almeno Giovanni Raboni “Ultimi versi”, Claudio Magris “Lei dunque capirà”, Mario Capanna “Il Sessantotto al futuro” e Paolo Lagazzi “La casa del poeta”.
Racconti di giugno è un monologo teatrale che ha debuttato il 25 giugno 2005 al teatro Belli di Roma all'interno della rassegna “Garofano verde” su invito di Rodolfo Di Giammarco, una specie di commissione d'opera. Giugno è il mese in cui il protagonista è nato e si sono svolti molti eventi cruciali della sua vita. Il sottotitolo, “Incontro con se stesso”, rivela subito trattarsi di una confessione. Una confessione senza reticenze. Con lingua precisa e leggera, con tono mai sopra le righe. Una favola vera che è, a tutti gli effetti, una sorta di emancipazione. Per mezzo del teatro.
Pippo Delbono racconta, seduto su una sedia davanti a un microfono. Compie un viaggio fra cronaca e memoria. Inizia spesso il suo periodare con “Io mi ricordo”, come se quei ricordi affiorassero alla mente uno dopo l'altro, senza un progetto, evocati dall'indistinto magma del passato.
È una linea quella che Pippo disegna e percorre, dal suo essere bambino in una famiglia cattolica alle prime esperienze in parrocchia e negli scout, dalla soffocante provincia ligure alle prime esperienze all'estero. La strada della droga è un cammino intrapreso per amore. Eppoi il lavoro e la malattia, gli amici e i colleghi. La rabbia e la solitudine. Su tutto la paura di essere le stessi e la necessità di avere una maschera. “La nostra storia era sempre stata segnata da un non coraggio di dirsi la verità, da un non coraggio di dirsi: “Ti voglio bene. Ti amo. Ho bisogno di te.” Da un certo punto in poi il nostro amore era stato celato da una maschera, da un non coraggio di essere sé stessi, da una paura di essere sé stessi. Forse questo corrispondeva a una generazione, a una cultura, a una morale che ti spingeva ad apparire altro da quello che in verità eri. Non è molto diverso da quello che succede oggi in realtà, soprattutto nel nostro paese”.
I rapporti interpersonali sono vissuti sempre con la priorità dell'elemento “umano”, che sia la regina d'Olanda, Pina Bausch o Arafat, un'insegnante del liceo oppure una coppia milanese incontrata per strada. Fondamentali le persone più vicine, un ragazzo scomparso, Pepe Robledo, Bobò, Gianluca, Nelson, gli straordinari (parola intesa proprio nell'accezione semantica di “fori dall'ordinario”) protagonisti dei suoi spettacoli.
Il fine è quello di cercare l'origine del fare teatro, che Pippo nel suo caso attribuisce alla vita ed alle delusioni e costrizioni che il vivere impone. Con coraggio si guarda dentro, con lucidità comprende ciò che scopre e con poca reticenza, salvo un velo di pudore, si racconta ad alta voce, confrontando il suo essere se stesso con ciò che lo circonda, nel presente e nel passato. Una confessione personale e professionale di grande spessore emotivo ed intellettuale. Si pensa, tanto. Si sorride e ci si commuove. Anche quando Bobò sale sul palco a ricevere gli applausi.
C'è un doppio piano nel monologo, o meglio due livelli di comunicazione: dal parlare in modo piano, quasi sussurrando, davanti al microfono, seduto sulla sedia, rievocando ricordi e fatti, alla declamazione in piedi di frammenti di teatro, suoi o di altri autori. Un doppio codice che nel libro è affidato alla parola scritta ed alle tante fotografie che, oltre le parole, raccontano una vita privata e una vita professionale. Qui miracolosamente afferenti l'una nell'altra.
Non mancano gli agganci al momento, Macerata in questo caso, i divieti di accesso al centro storico e il titolo della rassegna “Altri percorsi” su cui Pippo scherza, a ragione: “Perchè “altri” percorsi? Altri rispetto a che cosa? Perchè qui vengono spettatori con le sciarpe e le kefiyyah mentre nei “percorsi normali” ci sono signore in visone e uomini in giacca e cravatta?”.
Tra le musiche ho riconosciuto Tom Waits, Janis Joplin e la colonna sonora di Rabbia. I rumori sono quelli dell'acqua, versata, shakerata, lasciata cadere a terra. Acqua, vita. Parole, presenza. Uomo.
Efficace è la sintesi nel risvolto di copertina del bel volumetto azzurro Garzanti: “Un giorno è stato chiesto a Pippo Delbono di parlare dell'amore. Sono nati così questi Racconti di giugno, dove Pippo ripercorre la sua esperienza, i suoi incontri e le sue lotte, tra la vita e la scena. Lo fa con pudore e con rabbia. Commuove e diverte, in una ricerca della libertà furiosa e felice, dove ci sono il corpo e Dio, il teatro e la morte, l'amicizia e la rivolta, la disciplina e la grazia, il dolore più atroce e la risata irrefrenabile”.
Visto a Macerata, teatro Lauro Rossi, il 25 novembre 2008
FRANCESCO RAPACCIONI
La recensione di Alessandro Paesano
Da solo sul palco, una sedia e un tavolino, due bottiglie e un bicchiere, più un microfono con asta. Si presenta così Pippo Delbono nel suo monologo ironico, a tratti quasi comico, ma più spesso riflessivo, intimo, sofferto Racconti di Giugno, nel quale l’attore-personaggio intreccia ricordi della sua vita a momenti di spettacoli da lui interpretati (oltre che scritti e diretti) in passato.
Roma Teatro Belli 3 e 4 giugno 2008
Un allestimento scenico che può ingannare e far pensare a cornici narrative da cabaret televisivo per via del microfono e di alcune battute di caratura minore, anche se mai volgari o gratuite. Le coordinate attorno le quali si dipana il suo discorso sono quelle classiche: una madre cattolica (Pippo si raccomanda di non andare in giro a dire tre parole che apprenderemo durante lo spettacolo perché sua madre non deve sentirle…), un paese della Liguria, l’amore per un amico, lo chiama così, dedito alle droghe, l’oratorio dove faceva il chierichetto… E, come trait-d'union, Giugno, il mese in cui è nato, in cui ha trovato e perso un grande amore, in cui è morto il padre, mese di cambiamenti, di svolta, di riflessioni e di rinascita. Poi, dopo la morte del suo amico, l'incontro con il teatro (non un qualunque, ma l'Odin...) come terapia, non solo psicologica ma anche fisica, e la scoperta tarda della sieropositività. Questo racconto tragico ma mai pietistico, al contrario, composto e privo di rabbia verso il prossimo, è inframmezzato da alcune parti monologanti dei suoi (altri) spettacoli. E a mano a mano che la fisicità dell’attore emerge in tutta la sua dirompenza, ci si accorge di quanto la scenografia abbia fuorviato. Il teatro di Delbono è un teatro incentrato sull’attore, non solamente un teatro di parola, ma di messa in scena anche della parola, propria e altrui (Pasolini, Sarah Kane, ma anche Prevert e Shakespeare) che passa attraverso la messa a nudo di se stessi, che non è un atto di narcisistico intellettualismo perché Delbono non racconta ma recita, non dice ma mostra, non spiega ma interpreta. Non parla ma vive. Il teatro allora diventa un mezzo etico e squisitamente politico, di ricerca. Ricerca a posteriori del senso di una vita, dove le cose sembrano capitare per caso, ma anche di una ricerca a priori, etica, nella riflessione e nell’onestà intellettuale con cui indaga le sovrastrutture culturali, proprie e altrui, e che lo inducono, quando incontra il sordo e muto Bobò, internato in un manicomio, a rapirlo e riportarlo alla vita, facendone compagno di scena (e alla fine dello spettacolo sale anche lui sul palco a prendersi gli applausi). Larvatamente venato di un’impercettibile ma inconfondibile misoginia che ricorre nella compiaciuta irriverenza con la quale Pippo descrive i personaggi femminili che incontra nella sua vita, quella misoginia che tanto l’attore quanto l’autore probabilmente considerano canale privilegiato per comunicare col pubblico omosessuale che in sala è ben più presente del solito, perché lo spettacolo è ospitato in una rassegna di teatro omosessuale, Racconti di Giugno offre un florilegio intelligente degli spettacoli di Delbono e anche della sua vita (o almeno di quella di Delbono personaggio e attore). Ci chiediamo solamente perché il monologo debba essere mortificato da un’etichetta come quella di Teatro Omosessuale che gli sta stretta. Delbono è un attore la cui omosessualità, sieropositività e buddismo (le tre parole interdette al pubblico per tema della madre…) fanno sì parte della sua persona ma non per questo limitano il suo teatro a queste categorie di pubblico (chissà quanti buddisti in platea…). Anzi la forza del suo teatro sta proprio nell’universalità dei temi e dei sentimenti che affronta partendo dal suo particulare che sa prescindere dispiegando le ali del Teatro. Ma poi pensiamo che ogni occasione sia buona se offre del vero teatro ed è certamente il caso di questo spettacolo e del suo autore-attore molto apprezzato in patria e all’estero, dove il suo lavoro, siamo certi, non soffre di etichetta alcuna. SOCIAL & C.SEGNALIAMO
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