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UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO
Un tram che si chiama desiderio

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Orrore e raccapriccio. Pubblico che fugge e che protesta a scena aperta contro gli attori. Fine primo tempo: fuggi-fuggi generale. Mai più.

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LO SPETTACOLO

Autore: Tennessee Williams
Regia: Antonio Latella
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione/Teatro Stabile di Catania
Cast: Laura Marinoni, Vinicio Marchioni, Elisabetta Valgoi, Giuseppe Lanino, Annibale Pavone, Rosario Tedesco

Descrizione
Ambientato nella New Orleans degli anni 40, "Un Tram che si chiama desiderio" ha per protagonisti Stanley e Stella, una coppia il cui equilibrio viene messo a rischio dalla sorella di lei. Stanley, un rude polacco dai modi burberi, è un uomo di grande forza che è travolto da una passione carnale per la moglie Stella. Infatti a turbare questo equilibrio giunge la sorella di Stella, Blanche, una donna dai molti lati oscuri che pian piano andrà svelando, fino a che, alla fine della vicenda, giunge alla pazzia e viene ricoverata in manicomio, mentre la coppia, la cui pace familiare sembra allietata dalla nascita di un bambino, sembra arrivare ad un punto di rottura per l’incapacità di Stella di accettare il destino della sorella, il cui crollo è dovuto in larga parte alle forti pressioni esercitate su di lei da Stanley. Ma la sorpresa di questo allestimento è proprio la rivisitazione che Latella propone di questo testo ‘classico’ della drammaturgia contemporanea.
Date repliche a cura di
Roberta Diglio
Scheda spettacolo a cura di
Roberta Diglio

LA LOCATION

ASIOLI
Corso Cavour 9 - Correggio (RE)
Tel: 0522 637813
Fax: 0522 632681
Email: teatroasioli@comune.correggio.re.it Sito Web: www.teatroasioli.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 21/02/2012 al: 22/02/2012)

LE RECENSIONI


La recensione di Valentina Scocca

TENNESSE WILLIAMS SECONDO LATELLA

“Io non voglio il realismo”dice  Blanche.

Questa affermazione è il filo conduttore, il punto di partenza del lavoro di Latella, la sua potente dichiarazione d’intenti, di una poetica e di una cifra stilistica che viene portata alle estreme conseguenze, conducendoci in una realtà sospesa, in una dimensione dai contorni sfocati, non definiti, dove il tempo si dilata e si restringe, è frammentato, frantumato, a pezzi, come l’anima dei protagonisti.
Latella affronta una sfida ardua, si confronta con un classico della drammaturgia americana contemporanea, uno dei capolavori di Tennessee Williams: “Un tram che si chiama desiderio”, datato 1946, noto al grande pubblico per la straordinaria versione cinematografica di Elia Kazan , che firmò anche il primo allestimento teatrale, con una intensa Vivien Leigh e un Marlon Brando in stato di grazia.
Latella depura volutamente il suo lavoro da qualsiasi classicismo stilistico: dall’allestimento della scena, all’utilizzo delle luci, fino al trattamento e alla rielaborazione del materiale drammaturgico.
La scena è ingombra di mobili vari, che evocano i vari ambienti della casa Kowalsky, una singolare armonia lega l’arredamento minimale alla tecnologia illuminotecnica che sovrasta il palco: proiettori e alto parlanti disseminati ovunque, un occhio di bue troneggia su un tavolo circolare posto in proscenio – che verrà poi manovrato dagli attori sugli altri attori - e alcune sedie, un frigo nel quale è posizionata una lampada stroboscopica, un letto sormontato da una testata barocca provvisto di neon è collocato sul lato destro della scena e sulla sinistra un lavabo e in fondo, una vasca da bagno cela una macchina per le bolle, in proscenio una sedia da ufficio e accanto un paralume rosso. Tutti gli elementi scenografici sono in legno di betulla, dotati di ruote: sono scheletri, strutture esili, oggetti sventrati, svuotati al cui interno sono incastrarti, come protesi meccaniche, riflettori e amplificatori.
Questa è la scena che Latella ha composto per condurre lo spettatore nella mente turbata e dilaniata di Blanche, la protagonista del dramma di Williams.

L’ambientazione è nel favoloso e mitico Sud di Williams, siamo in una torrida New Orleans dalla collocazione temporale poco chiara, luogo in cui l’uomo contemporaneo celebra la sua decadenza e la sua fine, i temi che il dramma affronta sono, ancora una volta quelli del sesso e della violenza.
Al centro della partitura teatrale ritroviamo una figura di donna spezzata, alcolizzata, ninfomane sino alla demenza – una creatura profondamente segnata da un trauma che l’ha fatta progressivamente scivolare nel baratro.
Williams, come Latella, decide di non immergere i suoi personaggi in un concreto tessuto di circostanze e vicende storiche. I personaggi di Williams sono giovani inquieti e malati, le sue donne perdute che tentano di ritrovare se stesse attraverso un disperato ritorno ad uno stato materno, sono le figure-simbolo di una tragedia che non è solo dell’America di oggi.
L’ossessione di Tennessee Williams per la figura femminile, per  le sue debolezze e le sue molteplici sfaccettature psicologiche persiste anche nella lettura di Latella.

In scena sei attori, interpreti che danno vita e corpo al dramma di Blanche: Rosario Tedesco, il medico che alla fine condurrà Blanche in casa di cura, ripercorre la storia della donna, citando le didascalie dell'autore – è una sorta di psicodramma, a cui prendono parte la stessa Blanche DuBois, nervosa e intensa, il rude e sanguigno Stanley Kowalski, spregiudicato marito d’origini polacche di Stella, l’emancipata sorella di Banche - che nonostante il suo spirito ribelle e indipendente è totalmente succube del marito e  Mitch, l’amico di Stanley, l’impacciato spasimante di Blanche.
Gli altri personaggi vengono interpretati dallo stesso dottore e da Annibale Pavone, che dalla locandina apprendiamo trattasi dell'infermiere: assistiamo a una mise en espace, ci viene raccontata la storia di quel rapporto morboso e distruttivo consumato all'interno delle quattro mura di casa Kowalski.
Gli attori interpretano con pathos, intensità ed estrema fisicità il dramma, riuscendo a restituire le molteplici sfumature psicologiche dei personaggi, i conflitti interiori e le dinamiche interpersonali.

Il progetto di Latella è ambizioso, non scontato e alquanto complesso, la centralità dello spettacolo non è più il testo, ad esso infatti Latella antepone in maniera preponderante la sua visione registica : non a caso il protagonista della vicenda, in un certo senso, diventa il dottore, ovvero l’alter ego del regista, interpretato da uno dei suoi attori cult Rosario Tedesco, che di fatto porta avanti le fila della storia, e che alla fine si farà letteralmente carico del dolore che affligge l’animo e il corpo di Balnche.
Il dottore dà il via allo spettacolo, presentandosi alla sala ancora illuminata e recitando le didascalie e le battute iniziale, come un telecronista che descrive puntualmente i personaggi – dandogli anche voce, i contesti e le vicissitudini.
È un testimone, talvolta incalzante e a tratti invadente, per poi farsi silenziosamente partecipe e discreto, ma di fatto è lui che in un certo senso muove i personaggi, come un burattinaio, come un regista e li manipola, in particolare la sua azione si vede su Blanche, interpretata da una Laura Marinoni, qui in uno stato di grazia, straordinariamente vera, credibile, che ci regala una Blanche intensa, vibrante, viva, una diva anni 30, fragile e pericolosa.

Il testo di Tennesse Williams è un testo vivo, disperato, che scava, che cerca di sviscerare l’anima vera, non patinata, di un’America che nel secondo dopoguerra si affannava a trovare una propri identità culturale, dovendo fare i conti con le proprie innumerevoli discrepanze e le contraddizioni intrinseche: il sesso e la violenza, la disperazione e lo squallore delle vite raccontate da Williams sono l’altra faccia dell’America. Latella tralascia un po’ questa chiave di lettura, abbracciando una visione più POP: vediamo uno Stanley, interpretato da Vinicio Marchioni, che indossa una serie di t-shirt con l’immagine di Marlon Brando – divertente quest’auto-citazione, a tratti volutamente trash – e che parla un’improbabile quanto a tratti fastidioso polacco – che più che polacco sembra slavo; oppure una Stella, interpretata da Elisabetta Valgoi che dal pancione estrae coriandoli e un Mitch, interpretato da un intenso Giuseppe Lanino, che mostra una fisicità prestante, lontana dall’immagine dell’impacciato e timido obeso, che una volta scoperta la verità su Balanche, invece di aggredirla ed essere poi cacciato da lei, figge via da solo, dopo un goffo e mal riuscito tentativo di autoerotismo.
Latella si prende molte libertà, non stravolgendo totalmente il testo, ma lo rielabora attraverso la sua personale sensibilità e visione: "Un tram che si chiama Desiderio" diventa altro da sé, diventa Tennesse Williams secondo Latella. E alla fine non è quello che fanno i grandi registi, prendono un testo e lo fanno loro, in un certo senso Latella è rimasto fedele a Blanche, che non voleva realismo.

Visto il 03/03/2013 a Casalecchio Di Reno (BO) Teatro: Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Valentina Scocca


La recensione di Simone Manfredini

UN VIAGGIO NEI MEANDRI OSCURI DELL'ANIMA

Scheletri di mobili ammassati alla rinfusa sul palcoscenico, una vasca, un frigorifero vuoto, rumori a tratti assordanti, una lampada stroboscopica e tante luci puntate in modo a volte impietoso negli occhi degli spettatori così da ottenere quell’effetto straniante con cui Antonio Latella vuole farci rivivere dall’interno il dramma di Blanche, la tragedia tutta psicologica di una donna fragile che non ha saputo sostenere drammi ed inconvenienti della vita, cercando la salvezza dall’altrui indifferenza attraverso una metodica distorsione della realtà. È un cammino a ritroso quello che ci viene proposto, grazie anche all’ausilio del dottore che nel dramma originario compare solo al termine di tutto e che qui, invece, è onnipresente corifeo, guida, demiurgo e, in ultima istanza, unico coadiutore di Blanche. Il racconto appare così filtrato dalla psiche della protagonista e il regista, attraverso l’espediente teatrale dei rumori assordanti di fondo utilizzati in alcuni momenti topici o dei fari puntati sui protagonisti e sul pubblico, evidenzia tensioni, blocchi, rifiuti e ci ricorda quanto ciò che avviene in scena non sia altro che un’operazione di tipo psicanalitico con evidenti tratti onirici come nel momento del parto di Stella, l’unico forse che non ci è parso del tutto felice, in cui la gestante estrae dal ventre manciate di coriandoli.

A dir poco straordinaria la Blanche di Laura Marinoni, spossata fin da principio dai suoi stessi pensieri, ossessionata dall’ormai tramontato benessere economico, al tempo stesso sedotta e respinta dalla mascolinità primitiva di Stanley che a volte pare infastidirla altre intrigarla, prigioniera di un passato segnato da amori infelici, morti e malattie, alla perenne ricerca di un calore umano fatto anche di formalismi e gentilezze. Il gesto è parco, la posa generalmente statica, lo sguardo spesso fisso; la recitazione è drammatica, interiorizzata, a tratti compressa e tesa, nella frenesia espressiva tipica di chi, colto dall’isteria, soccombe di fronte al flusso inarrestabile dei propri pensieri e sentimenti e che, messo davanti alle proprie menzogne, non è più in grado di sostenersi. Di grande livello anche l’interpretazione della figura di Stella operata da una bravissima Elisabetta Valgoi che ben rende la rassegnazione di una donna infelice nel profondo, la quale mente a se stessa e al mondo mostrandosi a tutti appagata di un matrimonio in realtà fallimentare, legata a doppio filo alla sorella, senza però mostrare la forza di combattere in sua difesa nel momento cruciale. Tra le figure maschili Stanley è un ottimo Vinicio Marchioni che mostra i muscoli, cambia tre volte maglietta con l’immagine di Marlon Brando, seduce con modi brutali, è grezzo ed egoista e finisce col risultare l’unico personaggio totalmente negativo. A lui si contrappone il Mitch di Giuseppe Lanino sensibile e impacciato che, schiacciato dalla poliedricità di Blanche, non riesce a rapportarsi con lei, la rifugge e si rifugia nell’autoerotismo. Filo conduttore della vicenda, come detto, è il dottore, magistralmente interpretato da Rosario Tedesco e coadiuvato dall’infermiere (Annibale Pavone) che manovra i riflettori: egli funge da voce fuori in campo, da coscienza, da maestro dell’arte maieutica e cerca, attraverso la lettura delle didascalie, di favorire e stimolare, spesso non obbedito, gli altri in questa operazione di indagine interiore. Uno spettacolo davvero imperdibile!

Visto il 30/01/2013 a Cremona (CR) Teatro: A. Ponchielli

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Voto: Voto del Redattore: Simone Manfredini


La recensione di Francesco Rapaccioni

CORTO CIRCUITO

Non un racconto di fatti ma un percorso nella memoria per sanare un corto circuito mentale. E magari portare a un risveglio. Le luci in platea sono accese. I mobili sono non-mobili ma appigli per fari, proiettori, casse acustiche, microfoni, diffusori audio. Il tempo non è definito ma appare mescolato, anzi frantumato. Ferito. Sanguinante. Come l'anima dei protagonisti.

A narrare la vicenda un dottore, lo psichiatra che ha in cura Blanche, internata in manicomio. Egli descrive il luogo e il tempo della vicenda al punto che pare di starci, di vedere e sentire: odori, rumori, luci, suoni, musiche, riflessi che si riverberano nell'anima di Blanche. Presenta i personaggi e, quando essi entrano in scena, ne riferisce i dialoghi mentre loro restano muti e assenti, colti in una dimensione altra che è la mente di Blanche, il suo baule di ricordi, le circostanze che l'hanno minata, disgregata, polverizzata. Ferita. Come feriti sono anche tutti gli altri, eccetto il dottore, estraneo al contesto, col suo abito grigio e la sedia di pelle girevole. “Non c'è un solo personaggio che non sia ferito, rotto, spezzato. A tutti manca un qualcosa, è come se nella loro incompiutezza ci fosse il senso del vivere”.

La vicenda prende il via ma non assistiamo a un plot lineare: è la massa tumultuosa dei ricordi di Blanche che stiamo dipanando per ripercorrere le vicende che l'hanno portata alla follia. Realtà e immaginazione si confondono e si stemperano l'una nell'altra: non è fondamentale distinguere quello che è successo oppure no, quanto piuttosto quello che si ricorda e che costituisce quel passato su cui si basa il presente. Blanche è sul punto di disgregarsi, le parole del dottore la lasciano indifferente, come se non le udisse. È molto scossa, le mani malferme, la voce che trema, a momenti al limite dell'isteria. Quello che il narratore riferisce non accade in scena, come se fosse un tentativo a vantaggio del pubblico di “ambientare” il comportamento del personaggio. Blanche è devastata dal suo passato, le morti dei cari l'hanno lacerata al punto che i funerali li ricorda come momenti di pace se non addirittura di festa.

Blanche indossa pantaloni neri morbidi e maglia bianca aderente senza reggiseno, sobria eleganza che sottende raffinata eroticità. Stanley indossa una striminzita maglietta con la faccia di Marlon Brando sui muscoli pompati a forza di flessioni e sollevamenti, cambia tre magliette di diversi colori ma con la medesima immagine. Stanley è animalesco, classifica le donne sessualmente, il sesso è un chiodo fisso piantato nel cervello. Stanley: violento, selvaggio, quasi scimmiesco, con un che di primitivo. Stanley che parla con un accento velatamente straniero, seppure nato e cresciuto in America: evidentemente ha assorbito la cadenza polacca dei familiari. Però è più orgoglioso di essere americano lui degli americani veri, al punto che la tutina per il figlio ha sul petto una vistosa bandiera americana. Stanley si sente americano al punto che, sicuro di sé e dei propri comportamenti in modo incrollabile, balbetta nel proclamarsi “americano”, svelando le crepe nel muro granitico delle certezze che urla e che impone con forza brutale agli altri prima che a sé stesso. (Persino le stelle dell'abito di Stella assomigliano a quelle della bandiera americana invece che a quelle in cielo.) Stanley si passa la lingua sulle labbra con chiaro intento, caccia fuori un pezzo di lingua ogni volta che pronuncia la elle finale della parola “Laurel”, città da cui provengono moglie e cognata. Tutto è sessuale in lui, anche il solo appoggiarsi all'asta del microfono, sempre con il pube proteso in avanti a svelare i genitali sotto i pantaloni di maglina.
Il mondo di Stanley e Stella è un mondo di brama sessuale, di istinti non filtrati dalla ragione, di muscoli, di carni nude, bianche, tremule, esibite senza pudori me neppure con compiacimento. Un mondo di rumori assordanti. Un mondo di sopraffazione dove il debole soccombe al forte, rectius dove il debole diventa succube del forte.

Blanche è confusa, inebetita, raggelata esteriormente, squilibrata interiormente in questo “reality show” dove pare capitata per sbaglio e da cui non riesce a uscire, uno show ossessivo e ossessionante, martellante di luci e suoni senza tregua, che copre le voci di fuori e di dentro.
Il letto ricorda quello di Medea, letto-ring di assi e neon: luce, ferro, legno. Luogo di scontro. Eppure per Blanche “ci sono cose che accadono al buio tra un uomo e una donna che fanno sembrare il resto privo di importanza”. Ma qui non c'è mai buio e neppure privacy: mancano le porte e le tende lasciano passare parole e rumori, oltre che ombre eloquenti.

Blanche è decontestualizzata  rispetto agli altri. I suoi ricordi non hanno agganci materiali, praticamente non ci sono oggetti di scena, neppure quelli di cui si parla. I confronti, sia a due che a tre, si svolgono sempre intorno a un tavolo rotondo: tutto il resto ha spigoli, angoli, lati separati da punte acuminate e respingenti. Quel tavolo rotondo, luogo di incontri e scontri, luogo di ricordi e di emozioni, anche devastanti. Quel tavolo rotondo appoggio di un proiettore come un faro nelle tempeste, che gira e illumina, indica e svela, anche implacabilmente: senza vergogna, senza ipocrisia. Ogni parola produce una ferita nell'altro, ogni duetto diventa un duello.

Mitch è timido, compresso, schiacciato dalla presenza della madre malata a casa e assorbito fuori dalla personalità di Stanley. Indossa una maglietta con la faccia di Obama: siamo in Louisiana, tra neri e piantagioni. I capelli sono scomposti, la barba trasandata. L'altra faccia di questo Sud è Stella, maglietta con faccia di Marilyn Monroe e slip aderentissimi che simulano il tessuto jeans.
Le voci si confondono coi suoni registrati, si fondono con la musica in un tutt'uno amplificato, echeggiante, claustrofobico. Si percepisce la volontà di considerarsi in un mondo ordinario che invece è ferinico: domina un senso di incubo incombente, dove addirittura la follia appare un approdo consolante a un viaggio insopportabile. Il plot passa in secondo piano a vantaggio di uno scivolamento mentale. Lo sguardo di Stanley è folle, allucinato. Blanche ripercorre il momento che l'ha definitivamente travolta, stravolta. Il panico la assale. La barriera è caduta, Blanche affronta il suo passato per quello che è stato davvero e non per quello che lei vuole credere in funzione consolatoria e salvifica. La causa del suo male è dentro, senza un Dio a cui affidarsi neppure per chiedere pietà. Per Blanche esistere è stato farsi vedere, ammirare, lasciarsi amare, anche se poi l'amore è diventato solo fisico, sesso con sconosciuti: ma comunque ha incarnato il senso del suo esistere. E del suo inevitabile distruggersi. Del suo perdersi senza ritorno.

Blanche sta in piedi, si muove poco e poco gesticola. Deve sedersi sulla poltrona del dottore per riuscire a trovare nella sua memoria la seduzione del ragazzino, accettandola come innocente e inevitabile. La luce fissa sugli occhi la confonde. Intanto si ascoltano le note del Rosenkavalier. Sconvolgente e struggente: quei valzer consolanti sugli amori passati della Marescialla di Strauss, accettati con nobile e sereno distacco, quell'amore passato che ha lasciato nel presente un disincanto autunnale. L'opposto di quel che ha vissuto e sta vivendo Blanche, occupata da uno sfinimento assoluto, nevrastenico. Blanche è impazzita per quello stesso passato di amori lontani che invece addolcisce i ricordi della Marescialla.

Nel secondo atto Mitch prova ad aderire ai desiderata di Blanche, a quello che lei dice e/o crede di volere; veste gli stessi colori di prima ma si è “borghesizzato” nel tentativo di avvicinarsi a Blanche: i capelli impomatati e lisciati con la scriminatura, la barba curata, il vestito con la piega, le scarpe che a prima vista sembrano le stesse Nike di prima ma no, sono mocassini coi lacci che poi si toglierà con rabbia (gesto che ha visto a fare a Stanley più volte) restando a piedi nudi (Stanley invece coi calzini). La gentilezza di Mitch la porta a ricordare il primo bruciante amore per un giovane omosessuale, la presa di coscienza, il suicidio di lui con la pistola: un senso di abbandono insopportabile. Quello sparo che ha spento le luci e riportato il mondo in perenne penombra, uniforme e grigia, “l'amore è luce accecante in un mondo prima in penombra”. Anziché rassicurata, Blanche appare sempre più minata: non basta Mitch, la presenza di Stanley è soverchiante, destabilizzante. Il richiamo fisico insopprimibile. Ripetuti sbalzi di umore, scatti nella voce e nei gesti, sguardo perso. La luce ora è implacabile, dura, svela la realtà senza infingimenti. Invece Blanche vuole magia, non realismo. Blanche fragile e completamente sola. Soprattutto ora, a casa di Stanley e Stella. Di fronte a quel rapporto matrimoniale basato sulla violenza fisica e verbale, Blanche insiste nel cerca una pura, innocente compagnia. Grida “al fuoco” mentre la musica rock diventa assordante e assorbe ogni parola nel momento che forse costituisce l'acmè di uno spettacolo bellissimo e fortissimo. “La crudeltà intenzionale è imperdonabile”: nel suo ricordo lo stupro non c'è, residuando il tentativo di Stanley di possedere il corpo inanimato di Blanche eppoi il guizzo passionale di lei che si mette sopra e Stanley che, sopraffatto per la prima volta, si lascia dominare. Condannando Mitch a una masturbazione senza coito. Le grida scimmiesche di Stanley si confondono con il pianto del neonato di Stella che lancia coriandoli dal pancione nella vasca da bagno di teli di nylon tenuti su con le pinze.

Nel finale Blanche è in pigiama e mutande, cullata fra le braccia del dottore seduto sulla poltrona girevole, quel dottore gentile a cui Blanche volentieri si consegna: “mi sono sempre fidata della gentilezza degli sconosciuti”. Blanche pare addormentata: vogliamo credere che si risveglierà risanata. Ancora la musica di Rosenkavalier. Ma ora il passato di Blanche appare maggiormente placato. Il corto circuito mentale non produce più tensioni e strappi, la memoria ha esercitato la sua funzione terapeutica. Blanche è vicina alla Marescialla, finalmente: il passato alle spalle, il futuro davanti. Seppure autunnale. Viale del tramonto.

Latella non lascia indifferenti: che lo si apprezzi oppure no, è innegabile il suo genio registico. Qui declinato anche nella scena fissa di Annelisa Zaccheria, nei costumi di Fabio Sonnino, nelle luci di Robert John Resteghini, nel suono di Franco Visioni, nelle musiche, nella traduzione di Masolino D'Amico (per citare un fatto: lascia la differenza tra “virgo” e “vergine”, segno zodiacale e condizione fisica/sociale, un rilievo ben forte in americano ma non nell'italiano che usa “vergine” in entrambi i casi). Genio registico declinato grazie a superbe prove attoriali. Giganteggia Laura Marinoni come Blanche, ma non sono da meno Vinicio Marchioni (Stanley), Elisabetta Valgoi (Stella), Giuseppe Lanino (Mitch), Rosario Tedesco (dottore) e Annibale Pavone (vari ruoli sui tacchi e maglia bianca pagliettata con teschio in stile Damien Hirst).

Pubblico numeroso all'inizio e assottigliato dopo l'intervallo, applausi entusiastici alla finale.

Visto il 04.02.13 a macerata (mc) Teatro: lauro rossi

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Jimmy Milanese

Un Tram che sbaglia fermata!

Arduo era il compito di Antonio Latella, emergente regista campano che piano piano si sta imponendo sulla scena teatrale italiana, spesso eccessivamente legata ai suoi maggiori interpreti e non ancora influenzata dalla logica della rottamazione. Di mezzo c'era un film ingombrante e di successo, che aveva fossilizzato l'immagine di Stanley e Blanche nei volti indimenticabili di Marlon Brando e Vivien Leigh. Uno scarto da quella che per molti è stata una delle commedie cinematografiche di maggior successo del dopoguerra era tanto necessario quanto arduo da portare in porto. Nella rilettura teatrale di “Un tram che si chiama desiderio”, dramma scritto dal noto commediografo americano Tennessee Williams, Latella sembra in vario modo lontano da quel passato; dalla mente geniale che aveva inventato personaggi indimenticabili, ispirato dalle poesie simboliste di Hart Crane e dalla devastazione provocata dalla malattia dell'amata sorella.
Nel gennaio del 1946 Williams tornò a New Orleans e iniziò la stesura di un'opera che per certi versi avrebbe modificato il modo d'intendere la drammaturgia teatrale e cinematografica. Williams poteva contare su qualcosa che è possibile definire in modo blando come doppia personalità artistica. Infatti, egli riusciva a descrivere in egual misura tanto personaggi maschili quanto personaggi femminili. Nei suoi frequenti incontri con la gente, lui era solito fagocitare i loro pensieri, le loro emozioni, e soprattutto le loro intime disgrazie .
Rivisitare, reinterpretare, smontare tale capolavoro, sarebbe stato comunque difficile, ma quel che pare - a chi scrive - è che Latella abbia mancato di molto il bersaglio. Se distanza e reinterpretazione doveva essere, se la fiducia che Crane iniettò in Williams doveva essere decostruita, allora non si sarebbe mai dovuto fare apparire in scena Stanley Kovalski (Vinicio Marchioni) con una collezione di magliette raffiguranti Marlon Brando.        Li siamo tornati nel film e il confronto è stato impietoso e autodistruttivo, se è vero che ha generato risatine sarcastiche tra il pubblico. Se il dramma  doveva essere quello di Blanche (Laura Marinoni), allora lo si doveva descrivere attraverso una trasformazione del personaggio che conducesse lo spettatore verso la definizione di quel dramma intrapsichico. Invece, la pur bravissima Marinoni fatica non poco a restituire il quadro di una donna che vive nell'autoflagellazione e nell'utopia dell'inganno, fino al punto di rimanere vittima lei stessa delle sue menzogne. Non convince neppure il ribaltamento del piano narrativo (la mente di Blanche come spazio scenico!), utilizzato più come grimaldello per presentare lo spettacolo alla critica di quanto se ne senta la presenza sul palco. Se Mitch (Giuseppe Lanino) doveva essere il personaggio puro della commedia, quello che viene deriso, preso in giro, al limite, sbeffeggiato, allora non si capisce perché a tratti ci si è spinti fino a ridicolizzarlo, renderlo macchietta di se stesso. Il suo gesto autoerotico in luogo del rifiuto verso Blanche non sembra compensare il vuoto generato dalla reinterpretazione lacunosa del rapporto tra i due.

Se si voleva in qualche modo ricostruire il realismo scenografico e rifiutare quello testuale, così come lo stesso Williams suggerisce attraverso la celebre frase di Blanche che, colta di fronte all'assurdità delle sue affermazioni, afferma:”Non voglio realismi”, allora non si comprendono i motivi degli innumerevoli momenti di esasperazioni personali e panico hard-rock qua e la distribuiti nel corso delle quasi tre ore di spettacolo. Insomma, il procedimento attraverso il quale Latella ha restituito il simbolismo di Williams, distribuendo fisicamente sullo spazio scenico ciò che la mente di Blanche suggerisce, così come manovrata dall'onnipresente dottore-narratore-suggeritore (Rosario Tedesco), non convince al punto che il pubblico abbandona la sala tra il primo e il secondo tempo quando non stenta perfino ad applaudire. Latella voleva trasformare una commedia familiare conclusasi in tragedia in un dramma psicologico dove la protagonista femminile avrebbe dovuto spiegare il percorso che l'ha condotta alla distorsione della realtà. Per far questo, la scenografia illumina se stessa (e la sala, creando null'altro che fastidio nel pubblico), non è illuminata, si muove su spazi condivisi assieme a cavi e congegni elettronici simboleggianti l'ambiente psichico nel quale si consuma il dramma di una donna privata del suo patrimonio e costretta ad elemosinare vitto ed alloggio dalla sorella. Ma il gioco non regge. E non regge perché quando Blanche se ne va dalla scena, quelli che rimangono sembrano ben più al di là della soglia della pazzia. Proprio quello che Williams aveva evitato, lasciandoli tutti immobili, inermi a guardare la loro sorella, cognata e amante allontanata dalle mani del dottore tanto dalla loro casa quanto dalla loro memoria.

Visto il 06/12/2012 a Bolzano (BZ) Teatro: Comunale (Sala Grande)

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Voto: Voto del Redattore: Jimmy Milanese


La recensione di Gianmarco Cesario

Un desiderio che si chiama Teatro

I teatri stabili, si sa, concentrano spesso la loro attenzione sui cosiddetti classici, ovvero quei titoli che appartengono, in un modo o nell'altro, all'immaginario collettivo di un pubblico vasto, che si riconosca in ciò che va ad assistere, pur nell'impegno culturale che un certo tipo di teatro impone. Un ghiotto esempio è il capolavoro di Tennessee Williams, datato 1946, che dalla prima edizione viscontiana in poi attrae gli spettatori, molti, ammettiamolo, anche memori della straordinaria versione cinematografica di Elia Kazan che vedeva protagonisti Vivien Leigh e un indimenticabile Marlon Brando. Di ciò hanno sicuramente tenuto conto allo Stabile di Modena quando hanno deciso di produrre l'ultimissima versione teatrale per la quale è stato chiamato come direttore il regista Antonio Latella, che, anch'egli conscio della popolarità del testo, si sarà di sicuro posto il problema di come far accettare ad i suoi sostenitori radical questa sua incursione nella drammaturgia popolare. Lambiccandosi il cervello ecco che la soluzione è arrivata: operare su Williams la stessa contorta e supponente mortificazione perpetrata tre anni or sono a "La Trilogia della Villeggiatura" di Carlo Goldoni, colpevoli, entrambi gli autori, di essere troppo popolari tra il pubblico meno snob. L'idea è questa: su di un palco ingombro di mobilio simile a quello che l'Ikea vende perché sia poi tinteggiato, ovvero l'arredo che evoca quello di casa Kowalsky, il medico che a fine dramma traduce Blanche alla casa di cura, ripercorre la storia della donna introducendola in una sorta di psicodramma, del quale fanno parte la sorella Stella, il cognato Stanley ed il suo amico Mitch, corteggiatore della donna. L'assenza degli altri personaggi viene colmata dallo stesso dottore e da un altro personaggio (dalla locandina apprendiamo trattasi dell'infermiere) che, come in una mise en espace, ci raccontano la storia di quel rapporto morbosamente dilaniante consumato all'interno dell'appartamento ai Campi Elisi di New Orleans, sottolineando le didascalie dell'autore come indicazioni alle quali però i personaggi si sottraggono per far vivere le loro emozioni in maniera glacialmente sospesa. Un progetto ambizioso ma artificioso, questo di Latella, che volutamente tiene le distanze da qualsiasi concessione alla religiosità di un testo al quale il regista volutamente si antepone, schiacciando in un sol gesto autore, pubblico ed attori, tanto da far diventare protagonista della vicenda il dottore, suo alter ego, interpretato infatti dal suo attore cult, il bravo Rosario Tedesco, che manipola il personaggio di Blanche, al quale da volto la straordinaria Laura Marinoni, di una bravura sconvolgente, che confermandosi una delle tre o quattro migliori attrici in attività in Italia, nonostante la furia devastante del regista,  riesce a dare il massimo dell'apporto interpretativo che tale operazione raggelante richiede. C'è da chiedersi del perché il talentuosissimo Latella abbia ancora una volta così rinnegato il teatro ed il pubblico, ma gli applausi e le risa dei giovani attori che riempiono la sala della prima, in contrasto con la sonnolenta, nei più benevoli dei casi, reazione degli altri spettatori, ci disarmano ancor di più. Dov'è la forza di un testo che scavava l'anima di un'America che, stordita dai trionfi del secondo dopoguerra, faticava a trovare un'identità culturale, dove sesso e violenza rappresentavano, già da allora, un linguaggio comunicativo disperato. Invece vediamo Stanley (Vinicio Marchioni) che indossa una serie di t-shirt con l'immagine di Marlon Brando (!), che parla con improbabile accento polacco (ma il testo non dice che è nato in America?), e che, invece di violentare Blanche, la seduce teneramente, salvo, poi, essere lui aggredito sessualmente dalla donna, colta da una sorta di transfer autodistruttivo, mentre Stella (eccellente Elisabetta Valgoi), sullo sfondo, dal suo pancione di gestante, estrae coriandoli. Mitch (il bravo ed intenso Giuseppe Lanino) dal canto suo, espone bicipiti e fisicità non certo da impacciato quasi obeso, e, una volta scoperta la vera identità della donna ( a proposito, dov'è finito il monologo in cui Williams fa raccontare a Blanche la sua storia di sesso e morte?) invece di aggredirla per essere poi cacciato da lei, fugge via di sua spontanea volontà dove un goffo tentativo di autoerotismo (un simbolo delle ragioni registiche?). Naturalmente, con ogni probabilità, questa sarà l'unica, o una delle poche, recensioni negative alla regia di questo spettacolo, per le ragioni già espresse sopra. Noi ci auguriamo, però, che questi tête-à-tête modaioli tra registi e critici possano un giorno lasciare spazio ad un teatro senza effetti e trovate, ma che possa esprimersi con la forza di attori bravi come quelli coinvolti in questo spettacolo, e che il pubblico non venga escluso da tale vicenda, magari evtando di sparargli aggressivi quanto inutili fasci di luce dai proiettori puntati contro di lui.

Visto il 28/02/2012 a Roma (RM) Teatro: Argentina

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Voto: Voto del Redattore: Gianmarco Cesario

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