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KOHLHAAS
Kohlhaas

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LO SPETTACOLO

Autore: Remo Rostagno e Marco Baliani
Regia: Marco Baliani
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Trikster Teatro
Cast: Marco Baliani

Descrizione
Vi sono spettacoli che hanno segnato con la loro forza e bellezza la storia della scena italiana degli ultimi 20 anni e che ha senso riproporre
perché le nuove generazioni di spettatori possano appropriarsi di un repertorio di esperienze eccellenti. Il Kohlhaas di Marco Baliani, cult del teatro di narrazione, è uno di questi. Solo in scena, seduto in una sedia, incanta un pubblico di ogni età, narrando la storia realmente accaduta, nella Germania del 1500, di un mercante di cavalli, vittima della corruzione dominante della giustizia statale, divenuto brigante a causa dei torti subiti. La spirale di violenza generata dal sopruso subito dal protagonista offre lo spunto per una riflessione sulla questione della giustizia e sulle conseguenze morali che la reazione dell’individuo all’ingiustizia può comportare.
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

ARLECCHINO
via XX Settembre 92 - Voghera (PV)
Tel: 0383 648124 - 0383 645149
Fax: 0383 250029
Email: direzioneteatro@somsvoghera.net Sito Web: www.somsvoghera.net


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LE RECENSIONI


La recensione di Giusy Randazzo

L'eterna giovinezza di Kohlhaas

Millesima replica il 26 aprile 2012, alla prima di Kohlhaas, adattamento teatrale di Marco Baliani e Remo Rostagno, tratto dall'omonimo romanzo di Heinrich Wilhelm von Kleist. Il teatro di narrazione tocca con Kohlhaas uno dei suoi vertici. Marco Baliani pur rimanendo Marco Baliani, autore e attore insieme, riesce a rappresentare la storia con la maestria di decine di attori e la magia di una scena ricca e cangiante. E invece è sempre lui, vestito sobriamente, che si muove in una scenografia essenziale. Immediato è il rimando al Mistero buffo di Dario Fo, che diede il via al teatro di narrazione negli anni Settanta.
La sala Duse del Teatro Stabile genovese ha registrato il tutto esaurito, con un pubblico entusiasta che a fine serata sembrava non volersene andare, continuava ad applaudire Baliani, il quale tra gli inchini e i sorrisi mostrava la stanchezza di un viaggio in cui la marcia è sostenuta, per due ore è senza soste, il percorso è vincolato. Il risultato però è incanto, magia e gioia di esserci stati. Una rappresentazione straordinaria, dunque, e una scenografia al minimo -una sedia al centro del palcoscenico- com’è proprio del teatro di narrazione. Il resto è opera di Baliani. Così lui stesso, con i suoi abiti semplici, si trasforma in tutto ciò che narra e par di vederlo divenire altro da sé, ora barone ora cavallo, ora bandiera ora torma, ora pioggia ora buio, ora calpestio ora trotto, ora emozione ora rabbia, ora forca ora folla.
È la storia, realmente accaduta nella Germania del XVI secolo, di un allevatore di cavalli, Michael Kohlhaas, il quale subisce un sopruso: il barone von Tronka gli sottrae ingiustamente due bei morelli e fa bastonare il suo servo. La puntura che Kohlhaas avverte nel cuore a poco a poco, e man mano che si renderà conto che non avrà giustizia, si apre in fessura e poi in squarcio e poi in voragine. E Kohlhaas cade nell’abisso di chi cercando giustizia da sé diviene ingiusto. Soltanto quando è ormai alla forca ottiene giustizia, rivede i suoi morelli e par che muoia felice. Sì, felice perché “il cerchio del mondo”, che è il cerchio del suo recinto, che è il cerchio del suo cuore, che è il cerchio della giustizia, si è risanato.
Il monologo nel corso di questi ventidue anni si è arricchito, è cambiato, «via via il testo originale si è come andato perdendo e ne nasceva un altro, un “work in progress” alla prova di spettatori sempre diversi, anno dopo anno, in spazi teatrali e non, secondo un procedimento di crescita che ai miei occhi appare come qualcosa di organico, come mi si formasse tra le mani un organismo vivente sempre più ricco e differenziato» (M. Baliani, Kohlhaas, libretto di scena, p. 2).
Forse è anche questo il motivo per cui a ventidue anni dalla prima assoluta, avvenuta proprio al Duse, Kohlhaas non mostra il minimo accenno di vecchiaia. Accolto sempre con gioia e recensito sempre con entusiasmo. È insomma un monologo eterno.

Visto il 26/04/2012 a Genova (GE) Teatro: Duse

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Voto: Voto del Redattore: Giusy Randazzo


La recensione di Petra Motta

Teatro di narrazione, teatro di giustizia

“Kohlhaas”, monologo interpretato da Marco Baliani, scritto a quattro mani con Remo Rostagno ispirandosi alla novella omonima di Heinrich von Kleist, apre la Personale che il Teatro Donizetti e Altri Percorsi dedicano a Marco Baliani e al suo teatro di giustizia. Già andato in scena nel 1992, sempre nella rassegna collaterale alla stagione di prosa maggiore del teatro bergamasco, “Kohlhaas” è uno dei primi testi di narrazione nel quale ciò che conta, ciò che realmente affascina, ciò che sorprende è la potenza del racconto di un uomo solo in scena, seduto, immobile, senza l’ausilio di altri orpelli scenografici, senza musiche che accompagnino la sua performance quasi esclusivamente verbale. Marco Baliani narra, rivivendola insieme al pubblico, la vicenda tragica del personaggio kleistiano, allevatore di cavalli nella Germania del Cinquecento. Michele Kohlhaas è un uomo giusto. Michele Kohlhaas ama la sua vita, la sua famiglia, i suoi cavalli. Michele Kohlhaas si sente in pace con se stesso e con il mondo quando sa di essere parte di un cerchio di giustizia – divina o terrena - che circonda ogni essere vivente. Un giorno il barone von Tronka commette un sopruso nei suoi confronti, sottraendogli con l’inganno i suoi due puledri prediletti, mentre si sta recando alla fiera per vendere il bestiame. Al ritorno da Dresda, Kohlhaas scopre che il barone non voleva acquistare i cavalli, ma li ha affamati e maltrattati per tre settimane, ha fatto picchiare a sangue il servo che avrebbe dovuto prendersi cura degli animali e non è intenzionato a risarcire l’allevatore dopo quanto successo. Kohlhaas chiede alla legge degli uomini che gli sia resa giustizia, ma il barone è troppo potente perché un processo possa essere istruito contro di lui. Nemmeno l’imperatore sembra disposto a esercitare la propria influenza, nonostante la moglie di Kohlhaas sia morta nel tentativo di fargli pervenire una supplica. Il mondo di Kohlhaas si è dissolto, il cerchio di giustizia in cui si sentiva protetto e in pace è andato in frantumi e l’allevatore si trasforma da vittima in carnefice, all’inseguimento di una vendetta contro un uomo che non raggiungerà mai. Diventato ormai un simbolo per tutti i diseredati della regione, raduna un esercito di disperati per attaccare tutte le città disposte a offrire protezione al barone von Tronka, massacra i loro abitanti, mette a ferro e fuoco ogni oggetto incontrato sul suo cammino, infliggendo una sconfitta cocente perfino all’esercito del Principe di Sassonia. Arrestato e condannato a morte per quanto commesso, pur avendo la possibilità di salvarsi in cambio di un favore nei confronti di un nobile come il barone von Tronka, Kohlhaas decide di affrontare a testa alta la propria condanna, che proviene da una sorta di giustizia terrena, e ricomporre il cerchio infranto dalla catena di sopraffazioni subite nella sua vita. Una luce gialla avvolge Marco Baliani, vestito di nero, seduto su una semplice sedia al centro del palcoscenico. Non serve nient’altro per dare vita allo spettacolo, se non la vivida musicalità delle parole. Grazie alla sua straordinaria mimica, alla sua grande presenza scenica, alla propria carica affabulatoria, l’attore-autore riesce a interpretare tutti i personaggi del racconto come un cantastorie d’altri tempi, ammaliando gli spettatori e tenendoli legati a sé con la parola nuda e l’intensità dei gesti. Piccoli colpi di tacco e la sedia e l’uomo si trasformano in un cavaliere, in un esercito, in un plotone di fanteria. Pochi gesti misurati, un volgere di sguardi, un impercettibile cambio di posizione e accanto, dietro, davanti a Baliani compaiono nobili, servi, cavalli, distese erbose e boschi lussureggianti di conifere. Lo stesso Baliani si trasforma nel baldanzoso allevatore, orgoglioso dei propri cavalli, nella dolce Lisetta piena di amore per il marito, nell’arrogante barone, nel compassato e aulico imperatore, nell’eremita, nella misteriosa zingara. Come in una fiaba, con la ritualità e la ripetitività tipica del racconto fiabesco, con l’amara crudeltà della feroce giustizia nascosta nelle fiabe più antiche, “Kohlhaas” raggiunge ogni tipo di pubblico, diventando - oggi più che mai - attuale.

Visto il 02/03/2010 a Bergamo (BG) Teatro: Teatro Donizetti

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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta


La recensione di Eva Loperfido

Non c’è nessun posto al mondo dove sentirsi nel giusto, nel diritto. Chiunque può irrompere nella nostra vita e scompaginare l’ordine e l’equilibrio che faticosamente ognuno cerca di costruire per se stesso. Bastano una sedia e una luce che la illumini dall’alto perché Marco Baliani catapulti il suo pubblico in una storia scritta da Heinrich von Kleist, Kohlhaas, racconto che offre lo spunto per una riflessione sulla questione della giustizia e sulle conseguenze morali che derivano da una reazione individuale. Quella di Kohlhaas è la storia, ispirata ad una vecchia cronaca della metà del sedicesimo secolo, di un integerrimo cittadino tedesco, marito, padre, mercante di cavalli e padrone di una fattoria. Un uomo qualunque il cui cuore è ripetutamente dipinto, dal testo di Marco Baliani e Remo Rostagno, come un recinto all’interno del quale nulla manca e di nulla si ha bisogno, e il cui senso della giustizia, così recitano le parole di Kleist, è “simile alla bilancia dell’orafo”. In questo piccolo mondo perfetto una ingiustizia colpisce il mercante di cavalli: il barone von Tronka trattiene in pegno i suoi due migliori morelli e glieli rende smunti, emaciati, consumati dal lavoro. Kohlhaas denuncia allora l’accaduto ed esprime la volontà di riavere i suoi cavalli nelle stesse, ottime condizioni in cui li aveva lasciati, ma la sua richiesta di giustizia rimane inascoltata e le sue lamentele vengono dai più sminuite. Si scatena così in lui una frenesia terroristica, una violenza titanica in nome della giustizia che lo condurrà ad allestire un vero e proprio esercito, a guerreggiare contro gli uomini dell’imperatore, a mettere a ferro e fuoco le città tedesche che incontrerà sul suo cammino verso la cattura del barone. Solo sulla forca il suo sacro diritto, selvaggiamente difeso, sarà riconosciuto. La spettacolo di Baliani racconta senza fronzoli il rapporto che lega da sempre gli uomini alla giustizia, l’individuo allo stato. Socrate fu condannato a morte con le accuse di empietà e corruzione dei giovani e, sebbene non esitò a consegnarsi nelle mani della legge e a credere nella non liceità di ricambiare le ingiustizie, riconobbe sino al suo ultimo respiro la falsità dei capi d’accusa che gravavano sulla sua reputazione. Così nella inevitabile non coincidenza della giustizia del singolo con la giustizia del potere, Kohlhaas, diversamente dall’integerrimo, o arrendevole Socrate, da vittima dello stato, si lascia risucchiare dalla furia del riconoscimento del proprio diritto, diventandone vendicatore ed esecutore, ma trasformandosi anche in fuorilegge ed assassino. Martire del proprio sentimento di giustizia. Nessuna scenografia, nessuna musica. Marco Baliani, il più grande rappresentante del teatro di narrazione in Italia, è solo ed è sempre seduto, ma la sua espressività incisiva, la gestualità e l’abile uso della sua voce rapiscono lo spettatore fino a condurlo dinnanzi a visioni fantastiche e tragici interrogativi. Bari, Teatro Abeliano, 30 marzo 2007
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Voto: Voto del Redattore: Eva Loperfido

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