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KAMIKAZE NAPOLETANO

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LO SPETTACOLO

Autore: Arcangelo Iannace
Regia: Francesco Frangipane
Genere: teatro sperimentale
Compagnia/Produzione: Neraonda
Cast: Arcangelo Iannace

Descrizione
Un Kamikaze napoletano di nome Rosario. Pronto ad andare. Ma dove? "Vado… ma perché vado… vado perché se non vado, io non so più dove andare… allora è meglio che vado…".
Andare a morire per sentirsi vivo. È questa la condizione di un uomo pronto per il suo ultimo
viaggio.

Un uomo qualunque che non è mai riuscito a dare un senso alla sua vita e che è alla disperata ricerca di "un motivo più grande".Un uomo solo che traccia le tappe della sua vita attraverso un percorso dritto alla morte.
Tappe di una vita comune, tipiche di una comune famiglia cattolica di una comune provincia
meridionale. Ma con un incontro fondamentale.
“Adib/Mario m'ha cambiato la vita a me…o forse m’ha cambiato la morte!?". Un altro uomo, un’altra cultura, un altro mondo, che lo aiuterà a trovare quel motivo più grande per
concludere da eroe la sua anonima vita.

È questa la tragicomica esistenza di Rosario, il kamikaze napoletano che pensa di aver
trovato finalmente la sua salvezza nel martirio, forse.
Date repliche a cura di
Tania Croce
Scheda spettacolo a cura di
Tania Croce

LA LOCATION

ARGOT
Via Natale del Grande, 27 - Roma (RM)
Tel: 065898111
Email: ufficiostampa@teatroargotstudio.com Sito Web: www.teatroargotstudio.com


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Stagione precedente o non previste repliche al momento

LE RECENSIONI


La recensione di Luisa Monnet

Kamikaze napoletano

Una piccola storia metropolitana, come piccolo, umile, dimesso è l’ometto che, in mutande, accoglie gli spettatori, abbracciato a una bottiglia piena di un curioso liquido azzurro, cui il nostro dedica tutte le sue cure. Inizia così, in una stanza, dominata da una croce di candele, e piena di povere cose, una storia semplice, ma sincera, grande nel suo “qualunquismo” (non ce ne voglia il protagonista). È proprio per fuggire da questo qualunquismo che Rosario, il nostro amico napoletano, ha deciso di investirsi di un compito, di un ruolo più grande. Quello del martire. Dietro Rosario sta la presenza e la voce di Adib, il suo amico ambulante, e dietro lui altre storie: alla storia della famiglia, della fidanzata, degli amici di Rosario – che paiono usciti dalle famiglie un po’ sciamannate, un po’ goderecce di casa nostra – si accompagnano gli accenti più dolenti, più stranieri del figlio decenne di Adib, che un giorno si avvia solo al mercato, accompagnato solo dalla grande fede, e dalle speranze di tutto il suo popolo. Quasi per onorare quel popolo, e soprattutto quel grande orgoglio, forse Rosario si carica di una missione che, non ne dubitiamo, non comprende fino in fondo, ma gli pare “qualcosa di grande”, certamente qualcosa che lui, incapace perfino di urlare al telefono con se stesso la propria frustrazione, diventa quasi un ideale. Un ideale per cui vivere. Per cui morire. Ammesso di percorrerla fino in fondo quella strada, sempre dritto. Senza esitazioni. Il protagonista, Arcangelo Iannace, è anche autore del testo: di esso si imbeve fino a diventare tutt’uno con il suo protagonista, vestendolo come un abito comodo, ma con una testa che funziona e che non accetta ogni cosa senza prima averci ragionato su, mentre i suoi preparativi (barba, vestiario, caffè) assumono sempre di più il simbolo di una vestizione sacra. È rimarchevole l’intelligenza del testo e la pulizia della regia di Frangipane, che danno vita a una drammaturgia e a un’interpretazione aperte, piene di spirito e di semplicità, e che, se pure non vanno più a fondo su temi così importanti e non se la sentono di assumersene un giudizio, sono ugualmente preziose, perché guardano in modo lucido e privo di preconcetti la complessità dell’umanità che ci vive accanto, spesso invisibile, soprattutto se ferma a un semaforo, o se straniera e incomprensibile. Non si sa se Rosario porterà a termine la sua missione, se la fondamentale mancanza di fiducia, gli accenti malinconici di una vita di fatto mancata, di sogni incompiuti cui però non si riesce a rinunciare, vinceranno sulla dimensione più generosa e sublime del percorso personale, della ricerca di una causa più grande, anche se non sempre vera. Il mistero, l’incomprensibilità di scelte di vita e di morte di altri popoli e altre culture resta appena sfiorato, chiuso su se stesso, mentre la piccola umanità dimenticata si concede una pausa. Il tempo per una tazzina di caffè.

Visto il 29/09/2009 a Roma (RM) Teatro: Argot

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Voto: Voto del Redattore: Luisa Monnet

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