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TRADIMENTI
Tradimenti

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LO SPETTACOLO

Autore: Harold Pinter
Regia: Andrea Renzi
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Fondazione Teatro Stabile di Torino
Cast: con Nicoletta Braschi, Tony Laudadio, Enrico Ianniello e Nicola Marchitiello

Descrizione
Tradimenti (Betrayal), commedia che Harold Pinter scrisse nel 1978, è stata celebrata fin dagli esordi come uno dei maggiori testi del premio Nobel inglese, grazie ai dialoghi stringati, alle ambigue emozioni che filtrano attraverso il fair play dei protagonisti, all’ipocrisia dei rapporti personali e professionali. La pièce parte dall’appuntamento tra due ex amanti che, anni dopo la fine del loro affaire, si incontrano in un pub. In nove, rapide scene si riavvolge il nastro della storia clandestina dei due, fino al bacio che sigla l’inizio della relazione tra Emma, sposata con Robert, e Jerry, miglior amico dell’uomo. Tra viaggi all’estero e riferimenti al mondo sofisticato in cui si muovono i protagonisti, Tradimenti mette in scena personaggi poco amabili e profondamente egotici, le cui parole vengono smentite dai fatti, scena dopo scena, in un brutale viaggio nel tempo ma anche viaggio alla ricerca dell’identità di ciascuno, che sembra strutturarsi proprio partendo dai ricordi.
Date repliche a cura di
Nancy Cacchiarelli
Scheda spettacolo a cura di
Nancy Cacchiarelli

LA LOCATION

APOLLO
v. Regina Margherita - Crotone (KR)
Tel: 0962 26650


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 07/01/2010 al: 08/01/2010)

LE RECENSIONI


La recensione di Samantha Biferale


In scena, al Teatro Piccolo Eliseo, TRADIMENTI di Harold Pinter, commedia scritta nel 1978 celebrata, sin dagli esordi, come uno dei maggiori testi dell’autore, capace di mostrare con la forza di dialoghi stringati, le ambigue emozioni e l’ipocrisia dei rapporti professionali e personali. L’autore ci pone di fronte a una commedia priva di unità di tempo e di luogo, una peculiarità che costringe lo spettatore all'attenzione,  al ri-costruire la storia e lo guida in una lettura “dal vivo” alla comprensione delle situazioni che si sono create stimolandone, con sospensioni e attese, la curiosità.


Il regista Andrea Lenzi sceglie una scenografia semplice e raccolta, dei pannelli dove vengono proiettati di volta in volta le foto dei differenti ambienti in cui si svolgono le nove scene.  “La foto trattiene un frammento di memoria, una scheggia di realtà che tradisce una realtà più ampia, evocata e irraggiungibile. La foto congela, fissa per sempre qualcosa che la nostra memoria continua a modificare, a tradire. Ecco quindi un contesto che, a partire da immagini fotografiche, delinei gli ambienti in maniera più liquida e rarefatta di una ricostruzione scenografica tradizionale, mi è sembrato un percorso adatto alla specificità di questa “commedia della memoria”. Una modalità che solleciti sul piano della visione la cristallina esattezza della scrittura e che crei un ambiente al tempo stesso concreto e sfuggente come i personaggi ritratti da Pinter.”

La piece parte dall’appuntamento tra due ex amanti che, anni dopo la fine della loro relazione clandestina, si incontrano in un pub. Il nastro si riavvolge nelle nove scene successive fino al bacio che sigla l’inizio della relazione tra Emma, sposata con Robert, e Jerry, suo miglior amico. I personaggi hanno caratteri poco amabili, a volte leggeri, quasi vacui, a volte pieni di sarcasmo. Le menzogne sono accettate e perpetrate a tutti i livelli sia nei rapporti personali che in quelli professionali. Gli uomini e la donna naturalmente affrontano in modo diverso il ricordo del passato e questo si concretizza in un gioco divertito fra i due sessi.
Nel tradimento praticato da tutti e nelle bugie che pervadono la quotidianità dei protagonisti c’è più di una semplice la storia di un amore tradito, c’è la ricerca di un’identità svanita e riecheggia il confronto con la delusione di un periodo storico che prometteva grandi cambiamenti. La piece, infatti, è ambientata a ritroso nel decennio che va dal 1968 al 1977. E in questo senso che si manifesta un nuovo tradimento: il tradimento delle aspirazioni giovanili. I protagonisti in scena sono degli adulti traditi che tradiscono se stessi e gli altri.

Visto il 20/05/2011 a Roma (RM) Teatro: Piccolo Eliseo

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Voto: Voto del Redattore: Samantha Biferale


La recensione di Igor Vazzaz

Una perfetta (e spietata) macchina teatrale

È ormai con una certa consuetudine che attori resi celebri da schermi piccoli e grandi, per motivi più o meno sinceri, più o meno dichiarati, decidano di saggiare i legni del palcoscenico, “tornando”, come si suol dire in tali circostanze, al teatro, “vecchio amore mai tramontato”. Non di rado, si tratta di malcelati ripieghi, ingloriose ritirate, strategici arretramenti in attesa d’un nuovo rilancio a riassestar carriere e finanze: in questi casi, raggiunto lo scopo, la scena, sedotta e abbandonata, viene puntualmente rimessa da parte, ché l’argent sta altrove e non c’è tempo da sperperare; in questi casi, i risultati estetici sono riprovevoli e drammaticamente evidenti.


Non sempre lo schema è questo, per fortuna, e siamo felici di poterlo affermare all’indirizzo di Nicoletta Braschi, attrice discussa, non foss’altro per la duplice veste, spesso penalizzante, di first lady e unica musa ispiratrice d’un nostro altrettanto discusso premio Oscar. È, infatti, da quattro anni che l’artista cesenate calca le scene con spettacoli per niente facili, per niente banali, raccogliendo un giusto successo con, supponiamo, grande soddisfazione. Dopo due stagioni di tournée con Il Metodo Grönholm del catalano Jordi Galceran i Ferrer, eccola alle prese con Tradimenti di Harold Pinter: stessi compagni di scena, regista diverso (prima Cristina Pezzoli, ora Andrea Renzi), testo differente.


Betrayal è un esempio chiave della drammaturgia pinteriana: azione minimale, asettica, personaggi inchiodati in dialoghi che sono ciarla inciampata, blasé, ostensione umana, troppo umana, di debolezze, lapsus, meccanismi reiterativi e, al contempo, massacro chirurgico, distillato di miseria behaviouristica a tracciar continui e spietati ribaltamenti di forza. E questa storia di corna, inflitte e subite, nascoste e dichiarate, è solo in apparenza la rappresentazione amara d’una civiltà dagli istituti sociali in irreversibile dissolvimento: piuttosto, è una perfetta macchina teatrale, tornita, levigata, fin troppo meticolosamente settata secondo criteri funzionali e retorici da apparir quasi insostenibile. Non è la società inglese, contemporanea o occidentale, il vero, o il solo, obiettivo poetico, quanto il congegno, tutto scenico, tutto drammaturgico, e umano, della ricostruzione fallata, del tempo da ritrovare, del percorrere a ritroso una vicenda, che già in Edipo Re è carne viva e pulsante del nostro grande teatro. Con il pubblico, unico e solo testimone onnisciente delle patetiche magagne di questo terzetto allargato altoborghese: lei, lui, l’altro e, in aggiunta, alcune figure mai fisicamente presenti, eppure ritornanti protagonisti nei discorsi del trio.


La scenografia di Lino Fiorito ben rispetta l’economia verbale del dramma: due schermi, scientemente sghembi, ospitano retroproiezioni ora mimetiche ora ai limiti dell’astrazione. Lo spazio è largo, indefinito, absurdista nel sapore quasi metafisico, anche quando le fotografie che lo colmano di colore paiono raffigurazioni realistiche, per sfumare lente in chiazze cromatiche d’indubbia suggestione. E la scena si fa teatro di scontri e incontri, sempre a doppio senso, a doppiofondo, nel disequilibrio d’informazioni e verità, asciutto Stationendrama con didascalie temporali che a inizio quadro scandiscono la retromarcia cronologica degli eventi. Ogni sintagma è un round pugilistico in cui i colpi sono tutti da assaporare, interpretare, capire, calati nella quotidianità desolata di parole vacue eppure vischiose. Nicoletta Braschi è a proprio agio con la peculiare tessitura del lessico pinteriano: la sua recitazione paratattica, secca nel portare il dettato del testo, staglia la battuta dandole una profonda ambivalenza. È bella, fasciata nelle vesti che evidenziano le forme di Emma, nome malignamente bovariano, donna affascinante e perno principale della tresca. Enrico Ianniello, prestante amoroso, è Jerry, agente letterario di successo, di lei amante e, soprattutto, miglior compare del marito, Robert, editore “arrivato”, interpretato da uno smagliante Tony Laudadio, specie nelle sequenze veneziane.


La macchina del tempo scivola a ritroso, e ogni fermata è un tradimento nuovo, di natura e peso sempre diverso: la scherma verbale, lasca o serrata a seconda della sequenza, dipana verità elastiche e flessuose, intreccia vite ridicole, prive di buongusto o decenza. È l’identità, il centro di tutto: la memoria, nostra e degli altri, è quel cumulo di macerie rubate, malmesse, sistemate (quasi sempre) in malafede, che ci costruisce, che ci rende evidenti e imperdonabili. Pinter tratteggia questa caduta, non morale, ma esistenziale, in un ralenti impietoso, con sguardo da entomologo. A tratti si ride, ma amaro, ché la commedia è, s'è detto, umana, troppo umana. Pièce difficilissima, ad alto rischio: il testo è un inganno continuo, pure per gli interpreti, che han da calibrare fiati, respiri, il minimo cenno gestuale. Non sempre l’orchestrazione risponde alle esigenze: ne risente il ritmo, che in alcuni momenti si dilata,  con una tendenza alla dispersione che mette a rischio la centratura. Manca, ci pare, l’ultima scorta di sangue, quel graffio a strappar la carne per incidersi nell’animo degli spettatori: nondimeno, questo Tradimenti resta godibile, forte d’una sua propria veracità, senza cadute e senza trucchi. Non è poco.
 

Visto il 16/02/2011 a Colle Di Val D'Elsa (SI) Teatro: Del Popolo

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Voto: Voto del Redattore: Igor Vazzaz


La recensione di Riccardo Limongi

La memoria degli inganni

Harold Pinter sapeva bene di cosa parlava: il suo biografo Michael Billington spiegò che Tradimenti (‘Betrayal’, 1977) narra della relazione che per sette anni Pinter condusse con la giornalista televisiva Joan Bakewell. Ma naturalmente andò molto oltre. In Betrayal, infatti, non si parla del tradimento in sé, quanto piuttosto della nostra condizione di vita quotidiana, che ci vede sospesi nel labirinto dell'accettazione del suo rischio, e di come sia difficile per l'anima trattare questo materiale così doloroso. In modo forse più universale e meno anglosassone di quanto si pensi, i tre (che formano il classico triangolo moglie-marito-suo migliore amico/amante di lei) agiscono per anni ed anni dando della vita il suo spettacolo a prima vista più mortificante, ed insieme probabilmente più comune: una infinita sequenza di imbarazzi, risentimenti, piccole e grandi ferite, atti mancati e parole non dette che formano un silenzio a volte assordante, il cui rumore scuote tutti loro ma non produce mai nessun effetto riconoscibile che sfoci in umano pathos. Tutti carnefici, e tutte vittime. La concatenazione di questa visione Pinter la rende in maniera straordinaria, con un effetto a ritroso di nove scene in cui si parte dall’ultimo quadro per rincorrere nella memoria collettiva i momenti salienti in cui si sono feriti, e secondo loro forse anche amati, come se la memoria fosse una sorta di struttura angolare con elementi ad incastro per successive sovrapposizioni… Il risultato è che lo spettatore gode di un punto di vista inconsueto rispetto agli stessi personaggi, perché sa già cosa sarà accaduto nel futuro, e perciò può cogliere i gesti e le espressioni anche minime ed interpretarli anche (e soprattutto?) con le sue aspettative personali. La regia di Andrea Renzi, molto fedele al testo, ha accentuato il tono inglese di eleganza, anche con una scenografia ed un uso delle luci essenziale ma di grande effetto, ed i tre protagonisti restano molto fermi nella loro esposizione del concetto, sempre così a metà strada fra l’amarezza ed il contenimento, con alcune punte di humour assolutamente delizioso ed estremo a firmare questo stato quotidiano che somiglia alla battuta dell’amico/amante Jerry nell’ultima scena, quando nella corte serrata che le riserva, si presenta ad Emma come “in stato catatonico. Sai cosa significa? Il Principe del regno del non-essere”.

Visto il 05/03/2010 a Napoli (NA) Teatro: Nuovo Teatro Nuovo

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Voto: Voto del Redattore: Riccardo Limongi


La recensione di Carmen Loiacono

Lui, lei, l'altro. Secondo Pinter

Alcuni uscendo dal teatro hanno mostrato qualche perplessità nei confronti di uno spettacolo non difficile, ma sicuramente insolito. Sì, perché, diciamoci la verità, alla data soveratese di "Tradimenti" di Harold Pinter con protagonista Nicoletta Braschi, la gente è venuta in teatro soprattutto per lei, e chissà cosa si aspettava. La commedia, piuttosto, è stata molto gradevole, raffinata, in cui l'interpretazione rarefatta della Braschi era una piacevole aggiunta. In scena non il classico triangolo amoroso, ma un'agile prova drammaturgica basata su un testo fitto, intenso e non di facile approccio nè per gli interpreti - i dialoghi sono serrati e a livello d'azione non accade praticamente nulla, se non alla fine della messinscena -, nè per gli spettatori specie se impigriti nella curiosità. La trama verte sul trittico lui-lei-l'altro che Pinter offre in modo da non poterlo più considerare "normale". Procede prima di tutto a ritroso: in scena si comincia dalla fine di un matrimonio, quello tra Emma e Robert (Braschi e Tony Laudario), raccontato da questa a Jerry (Enrico Ianiello). Da qui, si risale attraverso gli anni alla nascita di un altro amore, quello di Emma e Jerry: traditori e traditi, tutti, appunto, che però aumentano la loro drammatica condizione proprio perché consapevoli di essere vittime di un "betrayal" - titolo originale della commedia. La grandiosa abilità di Pinter sta proprio nel porre lo spettatore in una posizione privilegiata rispetto ai personaggi: chi guarda sa già cosa succederà e sa bene come interpretare sguardi e gesti innocui all'apparenza, ma che in realtà preannunciano l'evoluzione dei fatti. Bravi gli interpreti, tutti, che hanno sostenuto una prova comunque difficile. Buona la direzione di Andrea Renzi che ha rispettato in pieno il lavoro del grande drammaturgo (e come poteva altrimenti), offrendolo in maniera elegante, con buon gusto. Bella ancora l'idea di creare spazi e tempi - aiutando anche la comprensione degli spettatori - attraverso proiezioni su due grandi fondali: i pochissimi elementi scenici e l'uso sapiente delle luci hanno convogliato l'attenzione quanto più possibile proprio sui dialoghi. Ancora più bella questa programmazione nuova, fresca, proposta dal direttore artistico del teatro comunale di Soverato, Gregorio Calabretta: francamente, tra le programmazioni offerte dai centri più importanti del catanzarese mancava.

Visto il 11/01/2010 a Soverato (CZ) Teatro: Teatro Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Carmen Loiacono


La recensione di Francesco Principato

Gli Auto-Tradimenti di Harold Pinter

TRADIMENTI di Harold Pinter (Traduzione di Alessandra Serra) Con Nicoletta Braschi (Emma) Tony Laudario (Robert) Enrico Ianniello (Jerry) Nicola Marchitiello (cameriere) Regia di Andrea Renzi Produzione: Fondazione Teatro Stabile di Torino Si inizia dalla fine in questa commedia del drammaturgo inglese Harold Pinter, premio Nobel nel 2005. O meglio, fin dalla prima scena si assiste all’inizio della fine. Emma dà appuntamento a Jerry, suo ex amante, perché il marito ha deciso di divorziare. E in questo modo comincia a srotolarsi all’incontrario la memoria, il ‘trucco della memoria’ come dice lo stesso Pinter: «E' solo il trucco della memoria, la memoria è così. Comincia tutto dall'ultimo istante, si riavvolge all'indietro». E dobbiamo senz’altro credere all’autore se, per come ci ha raccontato Michael Billington, il biografo di Harold Pinter, Tradimenti (‘Betrayal’ in lingua originale) è la storia del rapporto durato sette anni tra il drammaturgo inglese e la giornalista televisiva Joan Bakewell. Il ‘rewind’ drammaturgico attraverso nove quadri, scanditi dal cambio delle pareti virtuali della scenografia, rivive i momenti salienti della relazione extraconiugale dei due amanti e dei rapporti di amicizia fra amante e marito tradito (a sua volte traditore): l’addio, le confessioni, le scoperte dei tradimenti, le liti, la nascita dell’amore fra Jerry ed Emma il giorno stesso del suo matrimonio con Robert. Dicevamo prima ‘l’inizio della fine’: Tradimenti non è la commedia del triangolo amoroso anglosassone e borghese. Questa piece a quadri è la sconfessione del sentimentalismo, è la fine del sentimento: travolto dai rapporti professionali, dall’individualismo, dall’egoismo, dal narcisismo, dai rapporti ‘sociali’; sepolto sotto le parole assolutamente false (tema ricorrente in Pinter). Perché man mano che si rivivono le scene precedentemente narrate o accennate, si scopre che la realtà era stata diversa. Soprattutto è la fine della ‘grande illusione’ di tutti. Commedia di grande maestria, con dialoghi serrati, Tradimenti è stata ben diretta da Andrea Renzi, che ha saputo interpretare le tematiche dell’autore inglese. Ottima la prova degli attori che hanno saputo tenere alta la tensione dell’inusuale trama e che sono riusciti, attraverso uno sguardo intrigante, un gesto malcelato, o un’alzata di ciglio, a ‘raccontarsi’ oltre, e a volte contro, i dialoghi quasi meccanici di tre autentici snob inglesi. Nicoletta Braschi è stata perfetta, quasi cinematografica: con un cambio vocale di un decibel, con un sospiro sospeso, con un mezzo sorriso, con un lieve cambio di postura ha sottolineato ogni istante di ‘attenzione’ testuale nei ritmi incalzanti di una commedia in fondo ‘statica’. Sì, commedia per palati fini questa Betrayal, comunque ben applaudita dal pubblico di Racalmuto. A proposito del piccolo teatro della città di Leonardo Sciascia: un encomio va tributato agli amministratori della fondazione e al direttore artistico Fabrizio Catalano, per essere riusciti a cambiare in corsa il cartellone della stagione, penalizzato da ‘abbandoni’ di produzioni e spostamenti di date per ‘forza maggiore’. Nondimeno il cartellone è rimasto ben nutrito e con spettacoli di ottima qualità (come da aggiornamento cartellone).

Visto il 20/01/2010 a Racalmuto (AG) Teatro: Regina Margherita

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Principato


La recensione di Elena Dalmasso

Una verità fatta di omissioni e compromessi

Potrebbe sembrare un “banale” triangolo amoroso, ma non lo è. “Tradimenti” - testo teatrale scritto nel1978 da Harold Pinter – mette in scena menzogne, ipocrisie, falsità, così come l’accettazione di esse. La vicenda inizia con la fine: la fine della relazione tra Emma (Nicoletta Braschi) e Jerry (Enrico Ianiello), migliore amico e testimone di nozze di Robert (Tony Laudario), marito di Emma. È una storia fatta di mezzi racconti, costruita sul disvelamento lento ma inesorabile della vicenda a partire dalla sua fine, dalla sua estinzione. Nella prima scena si incontrano Emma e Jerry, al bar: sono passati due anni dalla fine della loro relazione, ma Emma ha sentito il bisogno di vederlo, dopo una notte insonne a parlare con Robert, notte che ha probabilmente sancito la fine del loro matrimonio. I due iniziano a ricordare il passato, le vicende intrecciate delle loro famiglie, gli incontri clandestini, anche se in realtà si percepisce immediatamente che non hanno più nulla da dirsi. Nella scena successiva vediamo Jerry che incontra Robert; vuole scusarsi - dopo che Emma ha ammesso di aver detto al marito della loro relazione -, è convinto di dover sistemare le cose, di doversi scusare con l’amico, ma invece appare subito chiaro che tutto, nella storia e nel modo di conoscersi dei loro ultimi anni, è stato costruito su una catena di omissioni e di bugie. Robert infatti non sembra adirato e anzi ammette di sapere della loro relazione da anni. Le scene successive vedono i tre personaggi risalire nel tempo, tornare indietro di nove anni, fino al primo approccio di Jerry a Emma. Sono momenti scelti, i momenti di snodo, in cui la memoria di accavalla, si confonde, si sporca, si inquina. I ricordi sono dichiarati nella loro soggettività, le intuizioni e le paure sono affrontate nel loro momento di nascita, nell’attimo stesso della loro creazione. E nel loro dissolversi in un mare di muta accettazione e consapevole ignoranza. Pinter stesso spiegò che la costruzione drammaturgia era solo “un trucco della memoria” perché, spiegava, “la memoria è così. Comincia tutto dall’ultimo istante, si riavvolge all’indietro. Solo che sopra c’è la testa o il cervello o la logica o l’abitudine a pensare”. Nella messa in scena di Andrea Renzi i personaggi appaiono solo in parte così densi di passato e memoria e risultano a tratti “monodimensionali” nel presente, senza riuscire davvero a creare – se non grazie al testo, che è un capolavoro di drammaturgia e costruzione narrativa - un legame tra i vari piani temporali e sentimentali. Anche le ambientazioni - disegnate da Lino Fiorito e costruite soprattutto tramite la proiezione di immagini ambientali su due grandi schermi/quinte - finiscono per togliere spessore alla scena, ridotta a didascalica elaborazione digitale delle note (e non – come nelle intenzioni di Renzi - a fotografia che immobilizza il momento specifico). Alla fine ci si chiede se alcune spunti testuali, come “Non importa. È tutto passato. È tutto finito”, che chiude la vicenda (sebbene sia pronunciata nella prima scena), o “Hai mai pensato di cambiare vita?”, potessero diventare chiavi di lettura più forti. Perché il testo è, come sottolinea Ianiello, un congegno perfetto fatto di riferimenti interni montati che estrema esattezza e precisione, ma il sottotesto sarebbe forse stato più pregnante se trasmesso con maggiore intensità.

Visto il 23/11/09 a Milano (MI) Teatro: Franco Parenti

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Voto: Voto del Redattore: Elena Dalmasso

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