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AMLETO
Amleto

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I Commenti

I Commenti degli Utenti

Spettacolo interessante, notevole sotto molti punti di vista: filologico, interpretativo e scenografico. Un Amleto contemporaneo, indomito e ...

Uno spettacolo veramente interessante. Ottima recitazione, in modo particolare Preziosi e Orlando. Un Amleto diverso, certamente più moderno, ...

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LO SPETTACOLO

Autore: William Shakespeare
Regia: Armando Pugliese
Genere: tragedia
Compagnia/Produzione: khora.teatro
Cast: Alessandro Preziosi, Carla Cassola, Ugo Maria Morosi, Silvia Siravo

Date repliche a cura di
Maria Cuono
Scheda spettacolo a cura di
Maria Cuono

LA LOCATION

APOLLO
v. Regina Margherita - Crotone (KR)
Tel: 0962 26650


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 16/12/2009 al: 17/12/2009)

LE RECENSIONI


La recensione di Petra Motta

Un'occasione mancata

Buio in sala. Musica frastornante dei Massive Attack. Sipario. Sulla scena troneggia un letto da ospedale-manicomio pre-Basaglia. Un giovane è avvolto da lenzuola candide e dorme. Un infermiere-secondino sembra sorvegliarlo seduto a un tavolino in disparte. L’interesse si desta. Che cos’è questa novità? Forse che abbiano deciso di dare un taglio nuovo al caro vecchio Hamlet? Alessandro Preziosi-Amleto si agita fra le coltri e sembra scuotersi alla voce cavernosa del padre-fantasma che rintrona nelle sue orecchie. Sogno o son desto? Il fantasma è diventato una voce sentita nella mente da un folle in manicomio? Non è un espediente nuovissimo, ma sembra intrigante. Abolita l’ambientazione medievale, la scena del primo atto sugli spalti, Marcello, Bernardo, eccetera eccetera, l’impostazione della regia di Pugliese apre il testo a nuove possibilità espressive. Che voglia mettere in scena tutta la vicenda come la visione di un pazzo? Orazio è forse un infermiere che assiste Amleto nel suo delirio? Chissà dove ci porterà? Stiamo a vedere. Si apre il nero fondale su un muro ammuffito - d’altra parte “c’è del marcio in Danimarca”, anche se questo Amleto sembra essersene dimenticato – ed entrano dei personaggi vestiti di nero, abbigliati con i tipici abiti secenteschi, alte gorgiere, gonne vaporose, acconciature alla Elisabeth II. Ma dov’è finito il manicomio? Magari sono anche loro fantasmi nella mente di Amleto. Ma no, anche Amleto si cambia, si veste da personaggio dell’epoca elisabettiana. E il manicomio? La recitazione riprende normale, banale nella sua normalità. Restiamo in attesa di qualche novità illuminante, di qualche colpo di scena, di qualche frattura con la recitazione classica da Globe Theatre e Royal Shakespeare Company, ma niente. Non succede niente. Il capolavoro shakespeariano prosegue un po’ tagliuzzato, sfrondato, alleggerito, sempre seguendo il filone classico. E meno male che c’è il testo! Nonostante l’ormai desueta traduzione di Montale, “Hamlet prince of Denmark” è sempre una musica celestiale per le orecchie di qualsiasi spettatore. Gli attori si adoperano alla buona riuscita della messinscena. Interpretano senza picchi di bravura, senza fare perdere i sensi a nessuno in sala, ma se la cavano egregiamente. Lo stesso Preziosi incarna un Amleto ‘nervosetto’ e ‘agitatino’, che maltratta e sbatacchia l’Ofelia forse un po’ troppo sfacciata e poco eterea di Silvia Siravo, la pallida e annacquata Gertrude di Carla Cassola, il petulante Polonio di Ugo Maria Morosi, Rosencrantz e Guildenstern (Guildenstern e Rosencrantz), perfino il povero teschio di Yorick, che viene impietosamente scagliato nella fossa di Ofelia. Niente di nuovo sul fronte shakespeariano. Occasione mancata per Armando Pugliese e per la compagnia, che va tuttavia ringraziata per avere concesso una salva di repliche inattese presso il Teatro Donizetti di Bergamo, nonostante la fine della tournee.

Visto il 09/02/2010 a Bergamo (BG) Teatro: Donizetti

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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta


La recensione di Debora Bora

Amleto

Un Amleto moderno e snello è questo, in scena dal 26 gennaio fino al 7 febbraio 2010 al teatro Quirino di Roma, interpretato magistralmente da Alessandro Preziosi, basato sulla traduzione di Eugenio Montale, diretto dal regista Armando Pugliese. Un Amleto in cui il “gup culturale” che separa il giovane principe dalla corte danese tacciata da crapule e bagordi, isola sempre di più il protagonista, già alle prese con i suoi dubbi esistenziali e con la sua non accettazione della morte paterna, fino a renderlo un estraneo persino alla proprio madre e ai propri amici Rosencrantz e Guildestern. Classico shakespeariano, con il quale ogni artista sogna di confrontarsi almeno una volta nella carriera, Amleto si veste di contemporaneità in questa versione in cui possiamo ammirare un Alessandro Preziosi nella sua prova d’attore più matura. La sua interpretazione è acuta, veloce, incalzante, drammatica e a tratti ironica, energica ma sempre equilibrata. L’attore è l’ indiscutibile padrone di una scena tutta sua, caratterizzata da un gusto essenziale e moderno che si mescola curiosamente con il gusto tardo rinascimentale dei costumi pomposi, tipicamente di epoca elisabettiana, indossati dagli altri personaggi. In questa scenografia moderna e tradizionale allo stesso tempo, la figura di Amleto emerge, vestita solo di bianco, come simbolo della purezza culturale e dell’incorruttibilità morale, ricordando, però, allo stesso tempo, il vestiario degli ospedali psichiatrici. Non a caso, infatti, lo spettacolo inizia presentandoci il protagonista vestito di bianco in un letto bianco, come un malato, che si sveglia nel pieno di una notte per l’ incubo della rivelazione di suo padre, che in questa regia di Pugliese, non è un fantasma, come nella maggior parte delle rappresentazioni di questo dramma, ma sembra essere più che altro una rivelazione interiore, una voce della coscienza che attanaglia il giovane principe danese e che lo spinge a far giustizia e a mettere a nudo la verità . Malgrado lo spettacolo si regga evidentemente sulla capacità attoriale di Preziosi, la regia di Pugliese dedica attenzione ai personaggi secondari, o cosiddetti minori, caratterizzandoli in un certo qual modo. Simpaticamente servile, anche se vile, è il personaggio di Polonio, interpretato molto bene da Ugo Maria Morosi. Decisi e spavaldi i personaggi di Laerte e re Claudio, interpretati da Giovanni Carta e Francesco Biscione. Buone anche le caratterizzazioni di Rosencrantz e Guildestern, ad opera rispettivamente di Maurizio Tomaciello e Marco Zingaro. Più ombrata invece l’interpretazione di Orazio di Marius Bizau, che per scelta della regia, spesso rimane in scena muto, come l’amico sempre presente che osserva nel silenzio. Meno convincenti i personaggi femminili, le cui interpretazioni risultano in generale un po’ più sbiadite. Molto allegra e poco addolorata è la regina Geltrude di Carla Cassola, sul filo del pentimento, ma che alla fine non sembra poi tanto sconvolta dal comportamento folle del figlio. Ofelia tutto è in questo spettacolo, tranne che una giovane pura, innocente, e casta; nell’interpretazione di Silvia Sirano troviamo, infatti, accenni a un carattere lascivo e superficiale. Nel complesso sembra che l’attenzione della regia si posi soprattutto sulla posizione culturale e politica di Amleto all’interno della corte: il principe è superiore per cultura ai suoi compagni di studi che lo attorniano e lo consigliano; il suo dubbio deriva da questa superiorità, dalla volontà di far corrispondere alla certezza della giustizia la vendetta, dalla consapevolezza che non sempre l’intenzione può portare ad un’azione limpida ed efficace. Mettere in scena la tragedia del principe di Danimarca è un tentativo per meglio analizzare il tempo che stiamo vivendo, riflettendo sulle dinamiche che lo muovono.La corte, nella quale un posto di spicco è occupato dalla famiglia di Polonio, è , quindi, l’altro vertice della dialettica che conferisce senso e scopo all’agire contro di Amleto. Pugliese e i suoi attori leggono Shakespeare trasformando il dramma personale del principe danese in universale riflessione sulle difficoltà che ogni giovane incontra nel perseguire le proprie aspirazioni, senza lasciarsi sopraffare dall’ambizione, dal confronto coi padri, dalla corruttibilità dell’esistenza che cambia e si evolve continuamente.

Visto il 26/01/2010 a Roma (RM) Teatro: Quirino-Vittorio Gassman

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Voto: Voto del Redattore: Debora Bora


La recensione di Fabienne Agliardi

Un Amleto “dressed in white” entra in scena risvegliandosi dall’incubo sul fantasma del padre, scelta registica che va a tagliare tutta la scena degli spalti del castello di Elsinore e del “non s’è mosso un topo”. Inizia così l’Amleto di Armando Pugliese e così continua, in un susseguirsi di riduzioni e intuizioni a tratti troppo manieristiche. Con Orazio sempre presente sul palco come narratore muto, questo Amleto apparentemente ospedalizzato e malato riporta al tema chiave dell’eroe tragico moderno, qui rivisto e corretto però da un approccio piuttosto disinvolto. La scelta della traduzione di Eugenio Montale è suggestiva, seppur di fatto desueta, il che non aiuta a entrare nel tessuto del testo e della storia. Ma Amleto è Amleto e se da un lato tutto gli si perdona, dall’altro si erge a sua difesa il “più fatti, meno arte” che Shakespeare, per bocca di Gertrude, propugna con vigore. Il "dolce principe" interpretato da Preziosi (fu splendido Laerte nella versione di Antonio Calenda) è al contempo un Amleto che vive e lotta (con noi) e sopravvive a oltraggi, sassi e dardi; è un Amleto bohémien, che scartabella, cerca, legge. Istintuale, mobilissimo, duellante: Preziosi sfida il testo e, mai domo, lo doma. Più che trascurabili gli altri interpreti. The rest is, as usual, silence. Milano, Teatro Nuovo 24 marzo 2009
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Voto: Voto del Redattore: Fabienne Agliardi


La recensione di Mauro Guidi

Cominciamo dalla fine . Grandi applausi , addirittura qualche ovazione di moltissime ragazzine presenti in sala che confermerebbero un grande successo di questo “ Amleto “ targato Alessandro Preziosi. Niente di meno vero : le esternazioni gioiose ed esuberanti del pubblico giovane omaggiano l’immagine televisiva di grande notorietà acquisita dal bello e bravo attore che ha messo faccia ed un ottimo “mestiere “ per interpretare un” Amleto “ ridotto ed adattato da Armando Pugliese . L’operazione ha però trasformato eccessivamente l’opera di Shakespeare stravolgendo la drammaticità sacrale del testo con un susseguirsi farsesco degli eventi . I fitti dialoghi , spesso addirittura poco comprensibili anche a causa di un impianto fonico non adeguato , hanno evidenziato tra il folto numero di personaggi attori di buona levatura come Ugo Maria Morosi ( Polonio) ed Silvia Siravo ( Ofelia ) ; le scene minimaliste sono male illuminate , la musica un sottofondo incomprensibile., molto belli i costumi di Silvia Polidori Mentre mi accingo ad alzarmi dalla poltrona , superata una fila di spettatori ancora frastornati dalla lunga e dolorosa “ dormiveglia “, mi viene spontaneo chiedermi : se Schakespeare è profondo come un oceano , si può contenere in un secchiello ? Teatro Goldoni di Livorno – 25 febbraio 2008
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Voto: Voto del Redattore: Mauro Guidi


La recensione di Francesco Rapaccioni

Jesi, teatro Pergolesi, “Amleto” di William Shakespeare AMLETO E I MASSIVE ATTACK La musica, bella e inquietante, dei Massive Attack introduce immediatamente lo spettatore in un contesto cupo, claustrofobico, di disequilibrio mentale. Amleto quasi prigioniero di un lettuccio a sbarre metalliche, di quelli da ospedale degli anni Cinquanta, anzi da istituto manicomiale. Lo spettro del padre è una voce, distorta ed amplificata, che echeggia nella sua mente. Poi si avvia l'azione, con l'ingresso della corte. Il taglio dato dal regista Armando Pugliese è focalizzato su Amleto, sul suo protagonismo, sul suo smisurato egocentrismo che fa passare in secondo piano tutti gli altri personaggi. Dice Alessandro Preziosi: “c'è un gap culturale e intellettuale all'origine della confusione e dei dubbi che assillano Amleto fino a farlo sprofondare in una solitudine che lo allontana dagli amici e gli impedisce di capire chi possa aiutarlo”. Ma non si comprende se il suo atteggiamento mentale è dovuto alla difficoltà di accettare la realtà oppure se la realtà in scena è una proiezione della sua mente. La scarna scena di Andrea Taddei è impostata su due pareti laterali con alte porte; il nero sfondo si apre a rivelare panorami in bianco e nero, informali o reali. I pannelli neri scorrono e si sovrappongono per consentire ingressi ed uscite, ma si chiudono male, lasciando filtrare la luce con un brutto effetto. Pochi oggetti di scena, sedie, poltrone e un tavolo in stile essenziale, recente. I costumi di Silvia Polidori, invece sono rinascimentali, nei toni del nero. Le luci di Valerio Tiberi sono affidate a proiettori a vista. Nel complesso si ha poca unitarietà, forse anche a causa dei troppi tagli che impediscono di elaborare una vera drammaturgia oltre il plot. E la traduzione di Eugenio Montale appare non adatta alle scelte registiche e alle musiche. Per cui lo spettacolo rimane in superficie, non coinvolge e non consente emozioni né riflessioni. Amleto è sempre accompagnato in scena da Orazio; è vestito di bianco, un disadattato, violento con Ofelia, cinico ma privo di malinconia e vero perturbamento. Amleto è completamente concentrato su sé stesso, la madre e gli amici rimangono sullo sfondo, Ofelia sembra capitata casualmente nella sua vita. Nel ruolo Alessandro Preziosi, nonostante il forte impegno, non convince del tutto. Ugo Maria Morosi è un Polonio maturo e incisivo; meno incisivi ma comunque nella parte Francesco Biscione (Claudio) e Carla Cassola (Gertrude). Non appropriato il resto del cast, che contribuisce a creare distanza fra palco e spettatori. Teatro tutto esaurito, molte le fans del protagonista, pubblico plaudente principalmente per Alessandro Preziosi. Visto a Jesi (AN), teatro Pergolesi, il 10 febbraio 2009 FRANCESCO RAPACCIONI
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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Gianmarco Cesario

Sul letto metallico come quelli degli ospedali alla metà del ‘900, il principe di Danimarca, di bianco vestito, incontra, come in un incubo, il fantasma del padre, morto per mano del fratello Claudio, ora al potere. Questo l’incipit voluto da Armando Pugliese per il suo AMLETO, prodotto ed interpretato da Alessandro Preziosi, attore di formazione teatrale, pur se giunto alla notorietà grazie alle finction televisive. Pugliese per questo spettacolo accentua la ribellione intellettuale del protagonista, ne esalta le capacità affabulatorie, condendole di sarcasmo ed ironia, servito in questo da un diligente Preziosi. Amleto non appare così addolorato per la morte del padre, non ama edipicamente la madre, e nemmeno si compiace dell’ascendente che ha su Ofelia verso il cui destino non nutrirà poi nemmeno grandi sensi di colpa. No, Amleto, egocentrico ed arrogante come non mai, si concentra su sé stesso, si agita e si dispera, più o meno sinceramente, unicamente per il dissidio che il suo io sente con un mondo che, con presunzione, ritiene più piccolo, tanto più piccolo di lui. Nessuna ragione di stato, quindi, o affetto filiale, più o meno morboso, ma solo un super-ego così impertinente da farlo ridere della morte di Polonio e non fargli prendere sul serio il duello al quale Laerte lo condurrà e nel quale troverà la morte. Scompare, per Pugliese, il personaggio di Fortebraccio, incombente come una mannaia sul trono di Elsinore, scompare l’incredula sorpresa con cui, sulle torri del castello, i soldati avvertono per primi il fantasma del Re, il Principe, in questo allestimento è ancora più centrale alle vicende di quanto già il suo Autore non avesse concepito, ed è sempre lui, e non Orazio, a chiudere lo spettacolo, in un impetuoso delirio che poco ha dell’effettiva agonia. Detto questo, lo spettacolo non è privo di fascino, Preziosi si impegna tantissimo ed in molti casi convince, anche se pecca di eccesso di gigionismo, le scene grigie diventano ottima tela su cui si dipingono suggestivi disegni di luce e le musiche dei Massive Attack e di Zero P:M offrono un ottimo accompagnamento alle logorroiche esibizioni del protagonista, affiancato da un cast diligente ma poco incisivo, a cui fanno eccezione le buone prove di Ugo Maria Morosi (Polonio) e Francesco Biscione (un Claudio assolutamente ineccepibile), buona anche la prova di Carla Cassola, che però, per un’evidente scelta registica, non possiede le caratteristiche materne e sensuali che siamo abituati a riconoscere nel personaggio di Gertrude. Convincono molto meno Silvia Siravo, Mino Manni e Giovanni Carta, che interpretano rispettivamente Ofelia, Orazio e Laerte in maniera rigorosa ma piuttosto incolore. Insomma uno spettacolo elegante, dalle grandi potenzialità, ma che riesce con difficoltà ad appassionare il pubblico. Napoli - TEATRO DIANA, 14 Gennaio 2009
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Voto: Voto del Redattore: Gianmarco Cesario

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