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Autore: John Patrick Shanley
Regia: Sergio Castellitto
Compagnia/Produzione: Cherestanì Produzioni
Cast: Stefano Accorsi, Lucilla Morlacchi, Alice Bachi, N. Kibout.
Descrizione
Lo spettacolo è ambientato a Brooklyn, in una scuola parrocchiale, nel 1964.
L’assassinio di Kennedy ha ferito il senso di sicurezza della nazione e il Concilio Vaticano II ha ridefinito i rapporti fra clero e fedeli. Suor Aloysius, la direttrice, è una anziana suora dalle caratteristiche quasi caricaturali: è arcigna, concreta e spaventata dagli allievi. Inciampa sulle tendenze più gentili di una docile insegnante, Suor James, che vorrebbe relazionarsi con i propri studenti, piuttosto che imporre delle regole.
Fra di loro si immette la figura di Padre Flynn, un carismatico prete in stile Concilio Vaticano II. Egli sta portando una nuova e più umana sembianza alla scuola: ha dei modi seducenti,è di bell’aspetto e vuole essere come i suoi fedeli, una parte della loro famiglia. Il suo modo di fare e di pensare gli causeranno molti problemi ma, soprattutto, accuse scottanti, come quella di pedofilia...
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone
drammatico |
Alfieri
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Dal: 10/02/2009
Al: 15/02/2009
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p.zza Solferino 4 - Torino (TO)
Tel: 011 5623800
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Le Repliche - Posizionati
sulla data per conoscere orario e prezzo max
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LE RECENSIONI
La recensione di Damiano Verda
S’insinua leggero, come sanno esserlo i pensieri che possono ferire, come polvere che si accumula lentamente, senza essere notata. E poi ci si ritrova a fissarla, e a chiedersi da dove sia venuta.
E’ un dubbio pesante quello che scuote e turba le coscienze di Suor Aloysia e Suor James, direttrice ed insegnante di una scuola: è un dubbio che riguarda la condotta di Padre Flynn con uno dei suoi allievi. Un dubbio imbarazzante, terribile.
Ed è proprio nel segno dell’incertezza che, ironicamente, si apre lo spettacolo, con una predica dello stesso Padre Flynn, incarnazione della nuova Chiesa dopo il Concilio Vaticano II, una Chiesa che cerca di essere più attenta e vicina ai problemi anche pratici e immediati dei propri fedeli.
Con lo svolgersi degli eventi il dubbio, che nasce da un’osservazione banale, cresce e diventa prima fastidioso, poi offensivo, poi soverchiante. Cresce con la gelida perseveranza di Suor Aloysia, che preferisce le regole ai sentimenti, l’imparzialità alla compassione e con l’ingenuità della giovane suor James, che pare aver fiducia in Padre Flynn, senza tuttavia poter più essere completamente sicura.
E il dubbio si ramifica e colpisce, anche gli innocenti, anche il ragazzo, che si vede di colpo un’altra volta isolato, come se in quel contesto non bastasse essere l’unico ragazzo nero, come se non bastasse avere, così pare di capire in un dialogo tra Suor Aloysia e la madre, tendenze omosessuali.
Colpisce Padre Flynn che pare innocente dell’orribile colpa che gli viene attribuita, ma che custodisce un segreto e, per non essere costretto a svelarlo, è costretto ad abbandonare la scuola, nonostante la sua innocenza. Almeno così dice.
Non c’è nulla di sicuro, eppure tanto basta a ferire, perché nessuno è in condizioni di fare davvero chiarezza anche perché Suor Aloysia la sua verità l’ha già trovata, e prosegue lungo la sua strada, oltre la vergogna e l’imbarazzo, a prezzo anche di mentire.
Il secondo sermone di Padre Flynn, interpretato da un ottimo Stefano Accorsi, è soprattutto per lei. Una signora pettegola racconta una malignità a una sua amica e si chiede, e chiede al suo confessore, se sia peccato. “Lo è”, le viene risposto. “Allora me ne pento”, risponde. “Non così in fretta. Sali sul tetto della tua casa con un coltello ed un cuscino e lì, taglia il cuscino. Poi torna da me”. E, al ritorno della donna, “Ora riportami tutte le piume, sparse dal vento”. “Ma non so dove siano, non posso farlo”. “Ecco, il pettegolezzo è questo, è spargere senza controllo, spargere parole, magari a cuor leggero, o senza la dovuta attenzione”.
Le canzoni di Bob Dylan fanno eco alla vicenda e la seguono mano mano e pare di sentire, negli attimi finali, nel momento in cui la stessa Suor Aloysia, malgrado se stessa, ammette di avere dei dubbi, “The answer my friend, is blowin’ in the wind”.
“La risposta, fratello mio, soffia nel vento”.
Genova, Teatro della Corte, 8 aprile 2008
Voto:
La recensione di Angelo Antonio Messina
“Il dubbio” nel 2002 (pubblicato nel 2004), un anno dopo la tragedia delle Torri Gemelle, (11 settembre 2001) e ambienta la storia in una scuola parrocchiale del Bronx nel 1964, un anno dopo la morte di J.F.Kennedy, (22 novembre 1963). Il nesso drammaturgico e psicologico dell’autore e del cittadino Shanley mi sembra interessante. E’ un America, (leggi umanità), che ha perduto padri e certezze.
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Voto:
La recensione di Wanda Castelnuovo
‘Il Dubbio’: un tarlo che s’infiltra nelle coscienze, uno spettacolo che non delude neanche i più scettici, ma che fa pensare, riflettere ciascun spettatore sul problema dell’educare, ma anche e soprattutto del vivere i rapporti interpersonali, oltreché sul proprio vissuto. Così come avrà riflettuto a lungo sugli anni trascorsi presso l’ordine cristiano irlandese dei ‘Fratelli e Sorelle della Carità’ John Patrick Shanley - nato nel 1950 nel Bronx e famoso per la pignoleria nei contratti in quanto non tollera che si cambino parole nelle trasposizioni sceniche dei suoi lavori - autore di questo lavoro tanto azzeccato da meritare nel 2005 il premio Pulitzer per la drammaturgia oltre al Drama Desk Award e al Tony Award come miglior testo.
Gli argomenti trattati sono di estrema attualità e scottanti anche se ambientati nel 1964, anno successivo all’assassinio di Kennedy quando la società americana risulta squassata e le certezze travolte esattamente come nel 2002, un anno dopo il crollo delle Torri Gemelle, quando l’autore inizia a scrivere il testo.
Padre Flynn - un simpatico e convincente Stefano Accorsi ritornato a calcare le scene teatrali come agli esordi - giunge in una scuola parrocchiale cattolica del Bronx portando una vera e propria ventata di modernità non solo per l’età, ma per una visione più moderna della Chiesa (grazie al Concilio Vaticano II) nel suo rapporto con i fedeli e nel concepire la vita. La concezione opposta e reazionaria è incarnata dall’anziana Direttrice della scuola, suor Aloysia - una magnifica Lucilla Morlacchi, energica e determinata, perfetta nel terrificante ritratto di fondamentalista, quasi una caricatura oggi, ma una triste realtà ieri - che prova, sospetto e antipatia per il giovane ecclesiastico e non esita a diffondere i suoi sospetti come ‘piume al vento’. E si sa, ‘la calunnia è un venticello’ che fa sorgere dubbi tanto più che è la stessa direttrice a svolgere ulteriori indagini e a raccontare le proprie ‘certezze’ alla madre - perfetta l’interpretazione di Nadia Kibout - del giovane alunno dodicenne e negro, l’unico della scuola e quindi passibile di intolleranza da parte dei compagni. La reazione prudente di quest’ultima, che teme di vedere discriminato il proprio figlio già vittima a casa di un padre violento e incapace di tenerezze e comprensione, non esime la Direttrice dall’accanimento. Complice involontaria di questa costruzione la giovane, entusiasta e sprovveduta Suor James - la brava Alice Bachi capace di interpretare le contraddizioni di un’anima pulita - anch’essa ‘torturata’ dalle angosce della consorella che le toglie serenità e cerca di tarparne gli slanci umani in nome di un assurdo formalismo tanto imperante in un passato non così lontano e non certo scomparso.
Il regista Sergio Castellitto dirige con abilità, raggiungendo la perfezione nel secondo tempo, il quartetto che interpreta gli alti e bassi dell’animo umano dando una vitalità straordinaria al testo semplice, ma incisivo e raffinato e ben reso nella versione italiana dalla traduzione di Flavia Tolnay e dall’adattamento di Margaret Mazzantini.
Essenziale e di effetto la scenografia minimalista con i cambi di scena effettuati da parte di un ‘clero che si muove nell’ombra’ accompagnato da una colonna sonora ravvivata da notissime canzoni americane d’epoca.
Milano, Teatro Manzoni, 11 marzo 2008
Voto:
La recensione di Silvia Marchetti
Cos’è il dubbio? E’ possibile vivere di sole certezze? A chi dobbiamo credere? Queste sono solo alcune delle tante domande che invadono la mente dello spettatore dopo aver assistito a “Il Dubbio”. Diretto da Sergio Castellitto, questo spettacolo fonda le sue radici dall’omonimo libro di John Patrick Shanley, autore vincitore del premio Pulitzer nel 2005 e astuto maestro nello stuzzicare e sconvolgere l’opinione pubblica trattando un tema, tanto attuale quanto scottante, come quello della pedofilia.
E’ l’America degli anni ’60 nella quale l’ondata di riforme e di grandi novità apportate dal Presidente Kennedy, è stata brutalmente fermata dal suo omicidio: il Paese è sconvolto e vive nel disorientamento più totale. In una delle tante scuole cattoliche statunitensi, più precisamente a Brooklyn, l’anziana direttrice, Suor Aloysius (Lucilla Morlacchi), non tollera i metodi di insegnamento della giovane e ingenua Suor James (Alice Bachi), a suo avviso, troppo docile, permissiva e gentile con gli studenti. Tuttavia è Padre Flynn (Stefano Accorsi) a creare maggior disagio: comprensivo, sempre allegro e ottimista, innovatore, curioso e attento ai problemi di ogni singolo ragazzo. A scuotere l’apparente armonia che regna nell’istituto è un incidente che vede protagonista l’unico allievo di colore, Donald Muller, dodicenne timido e introverso, privo di amici e di autostima. Quando Suor Aloysius sospetta una presunta “relazione sconveniente” tra il prete e lo studente si scatena il finimondo e la vicenda si arricchisce di sentimenti negativi quali la rabbia e la paura. La Direttrice decide di chiamare a colloquio la signora Muller, la quale non intende indagare sull’accaduto proprio per proteggere il figlio, già vittima delle violenze della famiglia e di chiara tendenza omosessuale. Ma lo scontro finale tra Suor Aloysius e Padre Flynn ha luogo nel suo ufficio e le conseguenze sono sorprendenti.
“Il Dubbio” ha la capacità di coinvolgere il pubblico e di catturare l’attenzione anche di chi non ama confrontarsi con temi così forti e delicati. La pedofilia è un cancro che, purtroppo, colpisce persone spesso insospettabili, come famigliari o uomini di fede. In questo caso, non ci si trova di fronte ad un fatto certo e compiuto. Il vero protagonista della storia è il sospetto, con il carico di ansia e di timori che si trascina alle spalle. Come un virus pericoloso, esso si appropria delle menti umane e le trascina nel caos, portando a formulare più domande che risposte.
In una scenografia essenziale, caratterizzata da pannelli neri in contrasto con la luce bianca che spesso acceca lo sguardo dello spettatore in sala, i personaggi, vestiti dei consueti abiti ecclesiastici, si alternano su di un palco in cui l’ambientazione cambia spesso. A volte ci si trova in una Chiesa, durante il sermone di Padre Flynn, altre volte in un giardino in cui le suore lavorano e discutono, o ancora, nell’ufficio della glaciale Direttrice, impegnata a scavare nella vicenda e scoprire la verità. I repentini cambi di scena sono accompagnati dalle splendide note di Bob Dylan, le cui canzoni e la cui voce unica aiutano il pubblico a respirare l’aria dei mitici anni ’60 e delle trasformazioni sociali e culturali che, poco dopo, sono avvenute.
Lucilla Morlacchi, brillante interprete di cinema e teatro, non finisce mai di stupire. L’attrice milanese è una forza della natura. Nonostante un tono di voce leggermente più basso rispetto agli altri protagonisti in scena, la Morlacchi riesce a distinguersi e a guadagnarsi l’applauso più forte e caloroso grazie alla sua bravura e ad un’interpretazione da dieci e lode. E’ un’emozione infinita vederla combattere fino allo sfinimento per scovare anche solo un misero elemento che possa tramutare in certezza il grande dubbio che la tormenta. E’ sola nella sua lotta, nessuno le vuole credere. Ma il suo carattere e la sia tenacia non l’abbandonano mai. Molto simpatica e fresca la giovane Alice Bachi: il suo personaggio è, forse, quello meno difficile da interpretare. Suor James è divertente, fa sorridere il pubblico con la sua ingenuità e il suo commettere ripetutamente “gaffe”di fronte ad una sconsolata Direttrice.
Stefano Accorsi, lontano dal teatro da oltre dodici anni, è l’attore più famoso di questo spettacolo. Il pubblico lo ha potuto ammirare in film nei quali si confronta con altri temi caldi come, ad esempio, l’omosessualità ne “Le Fate ignoranti” o il tradimento ne “L’Ultimo Bacio”. Stefano, quindi, non si ritrae di fronte a nuove e insidiose sfide e questo fa di lui un attore in via di maturazione. La prova che da ne “Il Dubbio” è di ottimo livello anche se, a tratti, ancora eccessivamente legata al suo trascorso cinematografico. Padre Flynn è il ruolo giusto per un attore delle sue qualità ma spesso lo inganna e lo induce a cadere nella staticità, sia espressiva che emotiva.
Nel complesso, lo spettacolo è godibile e ben impostato. La prima parte risulta leggermente più noiosa e ferma, la seconda, invece, è quella più appassionante ed energica.
Il lavoro svolto da Castellitto e dalla moglie Margaret Mazzantini è ammirevole. Adattare un testo del genere, nella cattolicissima Italia, poteva essere rischioso e non ben accettato. Ma i lunghi minuti di applausi a fine spettacolo ne hanno premiato il coraggio e il talento.
Modena, Teatro Storchi, 14 febbraio 2008.
Voto:
La recensione di Monia Orazi
Camerino (MC), teatro Filippo Marchetti, “Il dubbio” di John Patrick Shanley
MEGLIO UN SOLO DUBBIO CHE MILLE CERTEZZE
Ambientato a Brooklyn, in una scuola parrocchiale nel 1964, lo spettacolo si svolge all'interno di una scenografia minimalista, in cui le quinte laterali diventano tridimensionali con l'aggiunta di pannelli neri, ed il fondale una gigantesca porta che si apre e si chiude, ma in cui restano aperti due grandi rettangoli, uno orizzontale e l'altro verticale, a ricordare la croce.
Il fluire della narrazione è costruito su tanti microatti unici come sequenze filmiche, chiosati dalle suggestive musiche di Bob Dylan. Il cambio di elementi della scena viene sfruttato per le cesure tra le parti dello spettacolo, diventando quasi un balletto, con i figuranti in tonaca che riorganizzano la scena a ritmo di musica.
Per raccontare la storia di un giovane prete sospettato di pedofilia, nei confronti dell'unico ragazzino nero di una scuola cattolica, il regista Sergio Castellitto costruisce un testo introspettivo, dai forti connotati psicologici, un'esplorazione delle anime dei protagonisti, più che delle volute narrative della storia. Mostra la madre superiora, la granitica ed intensa Lucilla Morlacchi, intenta ad ascoltare una radio sequestrata ad un ragazzo, in un momento di solitudine. Mostra Stefano Accorsi, il giovane sacerdote, mentre in un attimo spensierato gioca a pallone. Piccoli squarci, per colorare tutti gli spazi del dubbio, di parole narrate con una recitazione muscolare ed efficace per Accorsi, mentre la Morlacchi sembra immersa in un monologo senza fine, sostenuto con grandissima energia.
La resa del propagarsi del dubbio nella mente umana è data dalla contrapposizione tra la madre superiora, la trasposizione umana del sospetto, e la giovane suora (Alice Bachi), l'ingenuità: la convenzione, contro la spontaneità e la freschezza all'approccio con la vita. Con loro sul palco anche Nadia Kibout (signora Muller).
Il fascino dello spettacolo non è dato da un tema, pure di scottante attualità, come la pedofilia all'interno della chiesa, ma dalla zona grigia, dal non credere, o dal voler vedere piuttosto le cose del mondo da un punto di vista preconfezionato. Interessante è che, in questo mondo di certezze (apparenti), è così vitale dare spazio ai dubbi. “La certezza che abbiamo a volte è solo emozione, non un fatto", dice padre Flynn. Il dubbio, l'interrogarsi, il chiedersi dove si sta andando, se vale la pena credere a tutto ciò in cui si crede, la capacità di non dare tutto per scontato, la voglia di capire, di vedere in modo alternativo, non solo il ciò che sembra, ma anche il ciò che è: la realtà la fuori è influenzata in gran parte dal punto di vista che scegliamo di avere. E' salutare capovolgere il proprio punto di vista, ogni tanto, specie quando si è costretti a vedere ciò che non si vorrebbe mai. Le cose assumono subito una forma diversa, un senso inaspettato, è spesso quella sottile sfumatura nuova, che prima non vedevamo a dare al solito panorama, tutto un altro sapore.
Visto a Camerino (MC), teatro Filippo Marchetti, alla prova generale aperta del 30 gennaio 2008
MONIA ORAZI
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