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MOBY DICK

Moby Dick

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Autore: Herman Melville
Regia: Antonio Latella
Compagnia/Produzione: Teatro Stabile dell'Umbria/Teatro di Roma
Cast: Giorgio Albertazzi

Descrizione
Spettacolo di grande levatura tratto dal romanzo di Melville, il Moby Dick di Latella, vede Giorgio Albertazzi dare magistrale concretezza al “(…)sentimento di incompiutezza, di impossibilità, di predestinato fallimento umano - che hanno affascinato più di ogni altra cosa Latella e lo hanno spinto - nel compito, spericolato di adattare questo romanzo per la scena.

(…) Il risultato – continua il regista - mi sembra sia un diario di bordo, che spesso si allontana da Melville, per cercare di raccontare la storia di un equipaggio ancora al vento. Che ancora non vuole ammainare le sue vele. Per far questo, ho omesso molte parti del Moby Dick ma ho cercato di non perdere quella che è, per me, l’essenza ultima del testo: l’implacabile sete di conoscenza che lo anima fin dalla prima pagina”. Latella ha inserito nel testo frammenti dall’Inferno di Dante e alcuni rimandi a Shakespeare.
(…) “In generale, ho cercato di mantenere un linguaggio alto, nobile se possibile, perché nobil
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone
Genere
drammatico

Alessandro Bonci

Dal: 08/01/2009
Al: 11/01/2009

p.zza Guidazzi 1 - Cesena (FC)
Tel: 0547 355959
Fax: 0547 355720
Email: info@teatrobonci.it

   Le Repliche - Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max
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LE RECENSIONI


La recensione di Giuseppe Distefano

Basterebbe osservare l’espressione muta, smarrita, di Giorgio Albertazzi, per trovare un’ulteriore emozionante sintesi ad una serata di grande teatro. L’anziano e zoppicante capitano Achab prossimo alla fine dopo aver consumato la sua vita alla caccia della balena bianca Moby Dick, giunge sul proscenio guidato dal giovane marinaio Ismaele e si accovaccia. Da Achab sembra trasfigurarsi in Amleto. A “Il resto è silenzio” fa seguire quel “Essere o non essere” l’eterna domanda che è paura della morte. Il suo sguardo è lontano, oltre un immaginario orizzonte. Verso un altrove. Un veleggiare che non è più un luogo geografico, ma visione ultima dell’insondabile mappa dell’anima. In quel punto distante, eppure vicino agli occhi interiori, lo sguardo dell’ultraottuagenario attore sposta anche il nostro, quasi un invito ad orientare la bussola verso l’ultimo approdo. Lo segue il sopravvissuto Ismaele il quale, infine, inginocchiatosi muove sommessamente le braccia del Capitano toccandole il suo stesso viso. “E’ ancora Achab questo, o il fantasma di me stesso? Sono io che sollevo questo braccio, o chi è?” aveva poco prima pronunciato il vecchio. Una scena lancinante che fa coincidere la senilità di Achab con la coscienza e l’accettazione della fine.
Regista fra i più penetranti e creativi della scena teatrale italiana – e non solo -, Antonio Latella firma un'altra superba messinscena rendendocela necessaria per quel ricondurre il gran testo ad una visione intima sul senso dell’esistenza, senza il clamore della superba impresa dell’equipaggio del Pequod. Che diventa racconto anche muto nella danza silenziosa dei gesti del linguaggio dei sordomuti che i marinai ingaggiano in più momenti. Nato con l’apporto determinante e appassionato del drammaturgo e traduttore Federico Bellini questo “Moby Dick” da Herman Melville, simbolo di tutto ciò che non si conosce ma allo stesso tempo ci appartiene ed è in noi, diventa un viaggio verso l’implacabile sete di conoscenza, definito da Latella “Il non ritorno”.
L’Ismaele trepidante dell’intenso Marco Foschi, solitario sul proscenio, inizia - e chiude - il racconto, cominciando dal perché decise che era tempo di mettersi in mare. La scena s’apre come un otturatore svelando a fasi susseguenti i preparativi dell’impresa da parte della nutrita ciurma, ciascuno con una sua definita personalità. Dal nero velario che ricopre la bianca impalcatura d’assi di legno, si scoprirà una luminosa botola d’acqua al centro e, frontalmente, nel fondo, la cabina-biblioteca del capitano Achab colto nella minuziosa catalogazione dei cetacei. Tra rumori cupi, sciabordio d’acqua, silenzi, attesa, e vociare nervoso, prende forma plastica e sostanza visiva la pagina letteraria di Melville. Che Latella traduce anche con suggestive ondate di suoni e di musiche; e di movimenti che creano una tesa sospensione. Come quando avvistata improvvisamente la balena anche il respiro si ferma. S’ode solamente il rumore del mare e lo scricchiolio della nave. Tutti trattengono il fiato e inizia l’inseguimento descritto dal rincorrersi delle azioni dall’uno all’altro ramponiere, dai vani colpi vibrati delle fiocine. Spariranno tutti infine, nel chiudersi della cabina frontale, risucchiati dal nero vortice, mentre rimarrà solo il gesto di Ismaele verso Achab che “non pronuncia più una sillaba”. E sono tutti affiatati compagni di viaggio di Latella gli altri otto bravi attori dell’impresa, Rosario Tedesco, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Fabio Pasquini, Giuseppe Papa, Timothy Martin, Marco Cacciola, Emiliano Brioschi. Anch’essi testimoni. Perché “Fino a quando ci saranno viaggiatori si continuerà a raccontare”, scrive Latella. E fin quando ci saranno uomini di teatro come lui, dalla scena potranno ancora giungerci storie che ci aiuteranno a capire forse un po’ di più della nostra fragile imperscrutabile esistenza.

Al Teatro Argentina di Roma fino al 16 dicembre. Quindi a Salerno, Teatro Verdi, dal 18 al 23 dicembre, Lione, Théâtre National Populaire, dal 9 all’11 gennaio 2008. Perugia, Teatro Morlacchi, dal 15 al 20 gennaio.

Voto: Voto del Redattore: Giuseppe Distefano


La recensione di Loredana Borrelli

La paura dell’infinito e l’anelito dell’uomo verso la sua conoscenza, la sua visione e infine la scoperta della sua evanescenza…
Tutto questo è Moby Dick, lodevole spettacolo, affascinante e intenso che vede Albertazzi dare un’ennesima prova della sua bravura e della completezza del suo essere Attore.
Sulla scena è stata rappresentata non solo la storia del Capitano Achab, della sua ostinata e ideale avventura contro il suo nemico più grande bensì la storia dell’animo umano e della sua estrema ricerca di un senso ultimo.
Nel capolavoro di Herman Melville Achab salpa con la nave Pequod, alla ricerca di Moby Dick, la balena bianca che anni prima, nel corso di una caccia, gli aveva strappato una gamba dal tronco. Sotto di lui, un equipaggio di ufficiali, marinai e ramponieri. Trova la balena ma, nella lotta, perisce e insieme con lui soccombono tutti i suoi uomini. Tutti, tranne uno: Ismaele, che vivrà per raccontare la loro storia. Questa, in estrema sintesi, la trama del romanzo che Melville pubblicò nel 1851. E il viaggio, la conoscenza, la morte, il testimone sono alcuni dei temi che danno vita ai personaggi e ne determinano il destino.
La scenografia trasforma il palco in una nave che nel contempo è metafora di vita, un quadro i cui personaggi ritornano dal passato per raccontare le loro gesta, eppure non è un ritorno reale, è solo un ricordo, un sogno la cui atmosfera richiama lontani paesaggi e canti perduti.
Ogni scena ha contribuito a dare allo spettacolo un ritmo a tratti rapido, a tratti più lento, quasi come l’ondeggiare del mare, e tutto l’equipaggio-compagnia ha dato prova di estrema bravura, regalandoci un raro momento di vero teatro.
Spettacolo “intimo” in cui ogni spettatore poteva ritrovare un pezzetto di sé, un momento gioioso o triste, folle o disperato, in cui tutti entrano a far parte dell’equipaggio, pronti a partire, raccontare.
L’incontro di Latella e il gruppo di attori che da sempre ne condivide il percorso artistico, con Albertazzi ha dato risultati eccezionali,dando vita a uno dei migliori spettacoli di questa stagione teatrale.
Abbiamo tutti bisogno di queste emozioni, di questa rinnovata cultura e talento.
Bologna, 25 novembre 2007-11-26 Teatro Arena del Sole

Voto: Voto del Redattore: Loredana Borrelli

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