Appena una spanna prima di entare nella Casa, lì si ferma il nostro viaggio: davanti solo un vestibolo in penombra, incerti e lividi baluginii d’indefinito opprimente grigiore, il tenue lume offerto dal caritatevole intervento di un gerontocomio malridotto.
Così Pier Paolo Bersieri immagina il mondo oltre lo specchio, progettando una struttura perfettamente funzionale a definire il volto deludente e plumbeo di un aldilà d’eterna ospedalizzazione d’ogni senso, quasi che la morte, strappandoci alla terra, ci renda solo più indigenti e stanchi,
animulae vagulae blandulae confinate in un immenso ospizio di periferia, una sorta d’acquario o cisterna infernale sulle cui acque, che sono ovunque eppure in nessun luogo sono (il rubinetto della vasca è manifestamente chiuso) aleggia lo spirito di Dio (pardon, del Presidente) in chiaro ossequio a quanto scritto nel Libro della Genesi (il gorgoglìo continuo è angoscioso ed ansiogeno fonico bordone dell’intera pièce).
Sull’uscio di questo squallido monumento in pietra alla miseria umana appare Euridice, monumento umano alla memoria che non si rassegna all’oblio, all’amore che non si arrende all’abbandono, alla ragione che non si lascia ingannare dalla nostalgia; l’Euridice di Magris serba nel petto un segreto più grande e disperante di quello che con sé reca l’eroina di Ovidio e di Virgilio, di Gluck e di Rilke e se l’abisso dell’Orco le si è spalancato una seconda volta sotto i piedi, ciò è accaduto in seguito ad una scelta lucida e coraggiosa, un’assunzione di responsabilità tanto drammatica ed eroica da non poter che appartenere al mito, nuovamente vivo e nuovamente attivo negli accenti vibranti ed accorati con cui la malinconica musa di Orfeo si rivolge, deferente, all’oscuro indeterminato Presidente, per dare conto di un gesto apparentemente inspiegabile che, però, ha tragica ragione nella matura consapevolezza delle proprie verificabili urgenze e delle altrui umane e comprensibili aspettative.
All’interno di un progetto drammaturgico così ben curato ed ordito, potenzialmente in grado di emozionare e coinvolgere nonostante un testo non sempre scevro da soverchie e lambiccate pieghe retoriche, ciò che ci disorienta ed intristisce è proprio l’inspiegabile scelta registica di Antonio Calenda che “ingabbia” la pur brava Daniela Giovanetti con i lacci stantii di una recitazione vecchia, accademica e fastidiosamente stentorea che indebolisce all’ennesima potenza la disposizione evocativa di questo monologo, sprecandone i sicuri pregi in un’oziosa esibizione virtuosistica che mortifica, in un sol colpo, la bellezza del testo, la genialità dell’idea scenica e l’indubbio talento della protagonista.
Napoli, Teatro Nuovo-Sala Assoli, 29/11/08
Voto: