Petrolini e Totò, due artisti così lontani e al tempo stesso molto simili. Simili ad esempio nell'aspetto: naso prominente, labbra sottili, mento pronunciato, sguardo spesso rivolto al vuoto. Simili nella cattiveria e nella forza con cui destreggiano la matita per disegnare, quasi incidere, l'immagine oratoria che vogliono presentare al pubblico.
La dizione risulta tendenzialmente pulita, tesa a far capire le parole pronunciate. Parole apparentemente accostate con estrema leggerezza dietro cui si cela una sostanza che a volte si può intuire in quello sguardo perso nella ricerca di qualcosa, quello sguardo pieno di malinconia, di solitudine e rabbia. Simili anche nel subire quel fascino della strada con i suoi mille colori, mille odori e mille tipi diversi da osservare.

Petrolini, Totò. Estremamente diversi. Diversi per estrazione sociale: il primo benestante, il secondo povero. Di versi per tecnica: Totò eccessivo, Petrolini sintetico. Diversi anche nell'ambito lavorativo, Petrolini infatti si adopera non solo nei maggiori teatri italiani e sud americani, ma anche nei caffè concerto di terzo, secondo e primo ordine, senza dimenticare poi il ruolo importantissimo di piazza Guglielmo Pepe. Totò lavora invece moltissimo sul set cinematografico che però utilizza come palcoscenico teatrale.
Le tecniche petroliniane sono tese alla rottura. Rompe la fluidità tra la respirazione e la parola, rompe i movimenti che spesso si limita ad accennare, rompe l'equilibrio della movenza, rompe la sua voce che ricostruisce poi, pezzo per pezzo, sempre diversa e scardina anche i muscoli facciali. Le sue parole sono torte lanciate con estremo sprezzo in faccia al pubblico che inetto ride, ma ride amaramente, perché l'ironica battuta petroliniana non è altro che l'efferata critica della società di cui Petrolini stesso fa parte.
Egli è la perfetta realizzazione di quella ideologia, il grottesco, che in Italia circolava già da diverso tempo e che soltanto Pirandello nell'umorismo riuscì poeticamente a teorizzare. Attraverso il suo spirito tagliente riesce a coniare una recitazione, libertà possibile soltanto nel teatro di varietà, che veste e sveste nel medesimo tempo Petrolini stesso. Egli è sempre e semplicemente sé, entra e esce dal personaggio con estrema facilità, dialoga con il pubblico, improvvisa, taglia, varia il copione.
Petrolini è vero nelle sue critiche, nelle sue macchiette, nella sua rabbia e nel suo dolore che si cela dietro un sorriso smaliziato, un sorriso che sembra quasi un taglio ricurvo sulla sua faccia, un filo legato, da parte a parte, a quegli occhi che scrutano attenti e vigili tutto intorno.
Ogni sua macchietta è un mondo diverso. Che utilizzi il trucco o meno i suoi personaggi sono sempre fisiogniomicamente diversi, ad esempio né in Gastone, né in Giggi er bullo Petrolini usa il trucco eppure i due tipi non si somigliano affatto.
I suoi unici maestri sono la strada e il vocabolario, quello stesso vocabolario che puntualmente stravolge attraverso un esame puntiglioso di ogni parola utilizzata. Un esempio è il copione di salamini o di fortunello: parole, parole che vengono agganciate l'una all'altra apparentemente senza un nesso logico. Il ritmo recitativo dell'artista non permette l'immediata comprensione di ciò che si cela dietro quei copioni, dietro a quel è un
mondo tutto sbagliato, tutto da rifare o dietro a quel
sono un uomo dei più cretini sono Petrolini, ma la seconda volta che si ascolta si riesce ad acchiappare la dura sentenza e il riso si fa meno sguaiato. Ma il suo ritmo non è sempre lo stesso, spesso frammenta la recitazione con molte pause, come in Gastone che sembra affaticato a tratti annoiato nell'esprimer verbo.
Mai stanco o domo, invece,
Totò sempre eccessivo: nella sua tonalità vocale, o troppo alta o troppo bassa, nelle movenze, nella frantumazione totale della mimica facciale e corporale. Figlio del qualunquismo rompe ogni cosa gli capiti a tiro: parole, proverbi, ruoli sociali.

Nonostante i ruoli beceri e le trame quasi inesistenti riusciva a uscirne sempre da re, perché Totò si limitava a interpretare se stesso. Una marionetta impazzita, astratta, illogica, rabbiosa di fame, sesso e rivalsa sociale a cui non interessava affatto che tipo di mezzo dovesse utilizzare per arrivare al fine, che era poi sempre lo stesso: il soddisfacimento dei bisogni primari.
Certo non sottile ed elegante come Petrolini ma altrettanto cattivo aggrediva senza sosta dal primo all'ultimo minuto tutti quelli che lo circondavano.
Ha avuto come spalla piccoli e grandi attori: Macario, Nino Taranto, Anna Magnini, Peppino De Filippo e tanti altri, riuscendo sempre a gestire la situazione in modo esemplare spesso sottolineando le doti della sua spalla. Forse, però, la coppia meglio assortita riamane Totò e Peppino in cui il primo non trovava nel De Filippo soltanto una spalla ma un vero e proprio partner, i due si intendevano e divertivano giocando su quel feeling particolare in grado di donare qualcosa in più alla totalità della recitazione.
Vive in un mondo tutto suo, dove ogni cosa è capovolta, Totò è il perfetto sunto armonioso della vita e della fiaba. Questa marionetta reagisce proprio come ognuno di noi vorrebbe reagire: canta, balla, urla, schiaffeggia, imprevedibile e tenace prende in giro tutti dal giardiniere all'onorevole. Divertente, si, ma anche tremendamente fastidioso e irritante. Ride, ride in faccia alla gente, deformando all'estremo il suo viso fino a sembrare quasi un ritratto vivente di Picasso. Ogni articolazione è assestante, facilmente rintracciabile in ogni suo movimento, un cubista che frantuma il proprio corpo trasformando l'aria intorno in fluido e, così facendo, rendere una estrema sensazione di compenetrazione tra spazio e tempo.
Totò e Petrolini i più grandi comici italiani del diciannovesimo secolo. Due artisti che racchiudono e disprezzano la grande maggioranza delle sfaccettature dell'uomo del novecento: un borghese piccolo, piccolo che ancora oggi gestisce la nostra società, una società
tutta sbagliata, tutta da rifare.