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La Valigia dell'Attore
Storia del teatro: viaggiando nelle opere, giocando con gli artisti.

La Rubrica è curata da Simona Innocenzi e Elisa Ralli.
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Parole forate -Samuel Beckett-.
Parole forate  -Samuel Beckett-.
HAMM- Clov!
CLOV- Che c’è?
HAMM- Non può darsi che noi... che noi... si abbia un significato?
CLOV- Un significato? Noi un significato! (breve risata ) Ah, questa è buona

(S. Beckett, Finale di partita).

E’ appena terminato il 2006 l’anno dei festeggiamenti per il centenario dalla nascita di Samuel Beckett. Si dice Beckett e si pensa ad Aspettando Godot. E poi a: Beckett noioso, Beckett incomprensibile, Beckett assurdo, Beckett e la storia di due con una bombetta in testa che aspettano qualcuno che non arriva e non fanno nulla, Beckett nichilista, Beckett senza speranza, Beckett un genio ma poi? Ma poi bisognerebbe leggerlo ancora e ancora: seduti (o in piedi, o sdraiati o…) e tranquilli, finché quel ritmo netto e inesorabile, quel dire asciutto ed essenziale, quelle parole dense e fragili, senza orpelli e senza sentimentalismi, non scendano a toccare, fino a commuovere, corde delicate e profonde di cui quasi avevamo smarrito la memoria.

“Noi un significato! (breve risata)” Lo spavento che provano i due protagonisti di Finale di partita di non significare più nulla è solo fintamente comico: la comicità mostra il suo lato doloroso e tragico mentre la tragedia il suo lato ridicolo. Tutto in Beckett si nutre di questo impasto di elementi. E tutto è come ridotto all’essenza: senza sentimentalismi, senza psicologismi, senza orpelli, dritto all’essenza. E così quell’umanissimo e concretissimo spavento di aver perduto il significato di sé, delle cose che ci circondano, perfino delle parole che usiamo, quello spavento che ci riguarda così da presso, è detto così com’è.

“Siccome non possiamo eliminare d’un colpo solo il linguaggio, dovremmo almeno non tralasciare nulla che possa farlo cadere in discredito. Farvi un foro dietro l’altro finché cominci a filtrare ciò che si cela dietro di esso, si tratti di qualcosa o di nulla; per uno scrittore non posso immaginare oggi una meta più alta”
(S. Beckett, 1937).


La parola scritta per il teatro dovrebbe essere forata: dovrebbe saper pudicamente lasciare lo spazio ad altro (il teatro, appunto): e il vento, e l'acqua, e l'umore e il respiro del palco, del pubblico, dell'attore...
La parola di Beckett è così: forata. Si può leggere nell’isolato silenzio delle nostre case, ma chiama –nei suoi vuoti, nelle sue pause, nel suo ritmo, nei suoi giochi interni- chiede di essere detta. E ascoltata.

E’ tanto vero quanto appena detto che per esempio un attore fra i più interessanti del panorama contemporaneo –Claudio Morganti- ha scelto recentemente di riscrivere completamente uno dei testi di Beckett, L‘ultimo nastro di Krapp, cambiando tutte le parole ma lasciando inalterata la struttura. E così il testo è rispettato nelle sue linee profonde ed essenziali, nel rigore asciutto e scarnificato della sua struttura interna, nella scansione del tempo, soprattutto, nei vuoti, nelle pause. Ma non, appunto, nella sua lettera. Il servo Gigi –questo è il titolo dello spettacolo- è uno “studio sulla vecchiaia”, afferma Morganti. Ed è uno studio d’attore sul proprio linguaggio. Ed è un incontro di un attore con Beckett. Un attore solo, con sedia e tavolo al centro del palcoscenico, che ascolta la parole registrate di se stesso giovane (come in Krapp) e ne sottolinea con ironico e quasi sprezzante distacco la rigidezza ideologica, la presunzione, il linguaggio tronfio e saccente, l’incoscienza arrogante. Uno spettacolo sulla vecchiaia, sulla memoria di sé, sul tempo, sull’amore, sulla paura, su questi tempi… Nessuna immedesimazione, nessuno psicologismo, nessuna quarta parete, nessun regista alle sue spalle. Resta a sigillo della recita la sfida amara ma tenace a rimanere lì, sul palcoscenico (e in questo mondo), a dire. Ancora e ancora. Come Beckett.

Inserita il 15 - 01 - 07
Fonte: Elisa Ralli

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