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La Valigia dell'Attore
Storia del teatro: viaggiando nelle opere, giocando con gli artisti.

La Rubrica è curata da Simona Innocenzi e Elisa Ralli.
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Feuilletons - Me e Me
Feuilletons - Me e Me
Ecco, fermati, alza la testa e guarda questo splendore. Quest’ordine! M’hanno detto: Andiamo, non sei mica una bestia, pensa a queste cose e vedrai come tutto diventa chiaro. Samuel Beckett

Il 29 marzo 2006 al teatro la Cometa Off di Roma è andato in scena me e me della compagnia Rem&Cap. Piéce delicata e allo stesso tempo pungente e dolorosa, costruita su una struttura tipicamente beckettiana. Ogni cosa: scenografia, luci, costumi, tutto semplicemente necessario, pulito.


Immediatamente l’attenzione viene rapita da un filo di lana rosso montato su un arcolaio sistemato al centro della scena, dietro di questo due sedie disposte sui lati corti di un tavolino posto davanti ad un fondale nero. Con calma e compostezza Remondi e Caporossi entrano in scena per sedersi uno di fronte all’altro, rivolti al pubblico, il primo vestito di nero, il secondo di bianco.


Entrambi, in perfetta sincronia, prendono dalle loro piccole valigette un uovo di legno su cui cominciano ad avvolgerci il filo di lana rosso. Il filo scorre, a volte incespica ma poi riparte con ritmo sostenuto come le parole di Remondi: filastrocca che spesso strappa dalle labbra un sorriso amaro, un sorriso che poi si perde nei suoi occhi vivi e brillanti: la vita.


Una voce continua che stenta a trovar parole perché le parole hanno il vizio di essere soltanto se stesse: suoni modulati di senso vario e incompiuto. Parole che forse neanche bucandole si riesce ad afferrarne la verità.
Il filo corre garbatamente tra le mani di Caporossi e lui ascolta con quel suo gentile viso pasoliniano.
Bianco e nero, vita e forma, uomo e società, me e me.
Un uomo in bianco e un uomo in nero, no, un uomo per metà bianco e per metà nero. Un uomo che si perde nelle sue memorie, nelle sue riflessioni. Il bianco volge lo sguardo sulla società:


La Società è divisa in:
Orizzontali, Seduti, Verticali, Obliqui, Motòri.
Gli Orizzontali
non sono solo i morti, i malati, i procreatori ci sono anche i disertori della vita; negligenti o volontari, questi ultimi, si sdraiano e vogliono rimanere sdraiati.
I Seduti
sono tutti quelli in corsa per un posto. Quando si fermano, si siedono e si incollano.
I Verticali
vivono in letargo, ibernati nei loro vestiti; come canne sfidano il vento e végètano.
Gli Obliqui
sono tutti coloro che pendono: a destra , a sinistra, avanti, indietro; eccessivi ed incerti rimangono in bilico.
I Motòri
sono i veri Motòri della società. Non sono quelli che corrono ma quelli che corrodono:
le bare, i letti, le alcove, le sedie, le scrivanie, le canne
Solo apparente è lo scambio dei ruoli.
L'attimo zero della nascita decide chi è l'uno e chi è l'altro
(R. Caporpssi).



L’arcolaio, intanto, continua a girare.
Il logorroico monologo continua a fluire prima di essere spezzato dall’arrivo di un postino che porta con se una busta contenente una lettera stropicciata. Poche righe scritte dal padre su cui indugiare, da stropicciare e buttare via per poi raccoglierle e rileggerle.
L’arcolaio ricomincia a girare.
Il filo ricomincia a scorrere.
La voce ricomincia a parlare.
Bianco e nero, vita e forma, uomo e società, me e me.


L’arcolaio gira, gira, gira e poi d’improvviso si ferma e il filo si scopre unico, un’estremità tra le mani del nero e l’altra estremità tra le mani del bianco –… non riuscirò mai a lasciarti…- . Non riuscirò mai a lasciare te, la tua forma composta, non riuscirai mai a smettere di ascoltarmi: io, tuo Hamm, tu mio Clov –…non riuscirai mai a lasciarmi…-.


La memoria di padre e assieme di figlio non è altro che tempo, un tempo che però non scorre ma si aggiunge, memorie su memorie, padri, figli e nuovamente padri. Lo spazio si compone dei nostri piccoli movimenti: gli occhi che cercano il filo, le labbra che modellano parole.
Il postino torna, poggia da una parte la sua bicicletta, si toglie il cappello e comincia, con calma, a snocciolare domande. Due, tre, quattro, cinque domande –mi vuoi bene papà?-, poi si ricomincia, stesse domande, stesso ritmo, stesso viso inespressivo ma non sciocco. Alla fine si calca il cappello sul capo e se ne và.

Altre memorie, altro tempo, troppe memorie, troppo tempo. Tra un pensiero e una constatazione i due cominciano a canticchiare un motivetto che ha per ritornello:
MA NE ERO INNAMORATO.
MA NE ERO INNAMORATO.
Le strofe dipingono in pochi tratti qualcuno, qualcuno energico, egoista, brutale, travolgente, no, non qualcuno ma qualcosa, qualcosa di cui tutti siamo innamorati: la vita.
Bianco e nero, vita e forma, uomo e società, me e me.


La memoria è stata trasmessa, accoccolato sulle sedie affianco al tavolo è rimasto soltanto un ricordo per metà bianco e per metà nero. Le mani rumoreggiano un applauso, le luci si spengono.
L’arcolaio è spoglio, fermo, ciò che resta è un eco ricamato da un malinconico sorriso.
Inserita il 26 - 12 - 07
Fonte: Simona Innocenzi

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