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DON GIOVANNI, SYDNEY OPERA HOUSE. IL BEL CANTO CHE NON HA CONFINI.
DON GIOVANNI, SYDNEY OPERA HOUSE. IL BEL CANTO CHE NON HA CONFINI.

È ancora luce quando arrivo alla Sydney Opera House, anticipando di qualche minuto uno splendido tramonto vicino l'acqua oceanica. L'architettura del teatro è come te la immagineresti guardando le decine di foto su internet: bella, imponente, moderna.
Io sono abituata al frastuono che circonda il Teatro alla Scala: esternamente immerso nella frenesia del traffico milanese, internamente immobile nella sua placida e fiera gloria storica.

Una volta dentro l'Opera House invece si ha la sensazione contraria: l'ingresso dà accesso a più di una sala, il box office sembra quello del cinema e la gente molto "casualmente" vestita corre a cercare il proprio posto.
Dopo aver preso il programma, anche io, con più calma, accedo al mio loggione.

Il sipario è già aperto, nessun brivido e nessuna sorpresa sulle scene, perché sono già li ad attendere il pubblico: delle finte colonne neoclassiche e un grande salone delle feste, senza nessuna particolare e discutibile interpretazione.
Sarà per i ricordi ancora troppo freschi delle nostre magnifiche sale teatrali, ma attimi prima dell'ouverture non riesco a provare quell'emozione che toglie il respiro.

Il pubblico è numeroso, anche qui ci sono tanti giovani del luogo attratti da quel fascino senza tempo del nostro bel canto.
In un paese che troppo spesso si dimentica di essere la patria della cultura, forse almeno all'estero gli italiani possono sentirsi realmente orgogliosi e prodi della loro storia.

Da Italiana, e da amante di un paese in cui sembra sempre eterno il detto "qui auget scientiam, auget et dolorem", cerco di non essere presuntuosa nel giudicare il cast australiano.
Devo ammettere che il ruolo di Don Giovanni è stato egregiamente portato in scena da José Carbó: origini argentine, voce e temperamento entusiasmanti, esperienza europea e dizione perfetta.
Un po' sottotono invece quello che dovrebbe essere il brillante carattere di Leporello, a mio avviso mortificato dall'età e da qualche dimenticanza del testo di Stephen Bennet. Brave anche le due prime donne: ho apprezzato la bellissima voce di Anita Watson nel ruolo di Donna Anna, e il temperamento da prima donna di Teresa La Rocca come Donna Elvira.
Mi è parsa molto deludente invece la Zelina di Taryn Fiebig, una dizione quasi incomprensibile e una presenza scenica scialba e smorta. A mio giudizio discreti - ma non eccellenti - anche Stephen Smith come Don Ottavio e Andrew Jones come Masetto. Tiepida anche l'interpretazione di David Parkin nei panni del Commendatore; ho avuto l’impressione che si sia trascurato un ruolo profondo, che dovrebbe incutere timore e sgomento, facendolo passare in secondo piano.

Nel complesso l'allestimento cerca di imitare uno stile "generalmente europeo", ma non si capisce se si tratta del XVIII o del XIX secolo. Tra le colonne neoclassiche di un salotto apparentemente ottocentesco, durante la festa nel palazzo di Don Giovanni, Don Ottavio, Donna Anna e Donna Elvira sono travestiti da maschere veneziane, peccato però che tutto appaiano all'infuori di quei personaggi tanto ben rappresentati, ad esempio, nei dipinti di Pietro Longhi.

Nonostante il giudizio del mio occhio allenato non sia soddisfacente, per il pubblico è un trionfo. Il momento degli applausi sembra il finale di una partita di rugby: sul palco gli attori si scambiano saluti, abbracci ed effusioni mentre il pubblico fischia e urla scomposto.

Eppure, Mozart è sempre amato e - non a caso - il Don Giovanni, una delle sue opere più belle, è stata scritta assieme a Lorenzo Da Ponte, italiano, e uno dei tanti "cervelli in fuga" di allora.

Inserita il 07 - 11 - 11
Elisa Cazzato
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