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Amleto senza cabaret

Una grande promessa non mantenuta è stata lo spettacolo “Cabaret Hamlet”, messo in scena da Matthias Langhoff per il Napoli Teatro Festival Italia nel bellissimo spazio (momentaneamente) teatrale della ex-birreria Peroni di Miano. Una promessa teatrale che sulla carta e nella prima mezz’ora di rappresentazione forniva delle solide garanzie di riuscita, ma che con lo scorrere delle sue quasi cinque ore di spettacolo ha mostrato tutti i suoi limiti, nonostante lo sforzo scenico degli attori e quello degli spettatori (superstiti) alla fine della messa in scena.

Lo spazio scenico è stato allestito con fantasia e criterio per allargarsi tra il pubblico ed attraversare i tavolini con tovaglietta rossa, posti al centro della scena, ai quali siedono spettatori che sono lì per assistere ad una rappresentazione dell’Amleto di Shakespeare attraverso la lente drammaturgica del cabaret. Questa lunga pedana tra i tavoli termina in un “inner stage” di elisabettiana memoria, coperto da una tenda di sipario ed illuminato da luci al neon, mentre la scena si sviluppa anche sul lato sinistro dove un’orchestrina fa musica dal vivo su una piattaforma rotonda e girevole, alle spalle della quale lo spazio scenico sembra continuare con un’altra postazione praticabile.

Questa varia articolazione dello spazio scenico è sembrata molto interessante per le possibilità e le soluzioni date alla creazione della scrittura scenica di Langhoff, se quest’ultima non avesse illuso lo spettatore con uno messa in scena piatta e tradizionale, monotona e sostanzialmente noiosa. Dopo un buon inizio in cui sembrava che il canone shakespeariano potesse essere aggiornato e riletto attraverso gli stilemi estetici del cabaret, in cui l’ironia caustica di un Amleto invecchiato e disilluso potesse ri-raccontare una storia nuovamente e diversamente tragica, quest’illusione è caduta in una lunga rappresentazione tradizionale, che ha seguito pedissequamente il testo e si è affidata quasi esclusivamente alla parola dei suoi protagonisti.

Il lavoro sullo spazio scenico è diventato ben presto un elemento assolutamente decorativo, i tavolini ben presto sono scomparsi con i loro spettatori, non fisicamente ma nella misura in cui la forza del cabaret, che deve saper mescolare sapientemente il riso e la brutalità, svanisce nella sostanziale filologia del testo e dei personaggi. Gli stessi effetti di straniamento che lo spettacolo cerca di mettere in scena, come il tono anaffettivo e monocorde che gli attori hanno adoperato lavorando sulla voce, non sembrano avere la forza brechtiana della denuncia e dell’attenzione critica del pubblico.

“Che ne è stato degli eroi?” si domanda un personaggio all’inizio della rappresentazione, rivolgendosi quasi al pubblico. Risposta che non troverà risposta alla fine dello spettacolo, perché quest’ultimo manca del tutto di quell’eroico anti-eroismo del cabaret, di quella chiave sarcastica e violenta che avrebbe reso lo stesso Amleto non un nevrotico che porta in scena un cavallo, ma un pagliaccio esistenzialista capace di una drammaturgia fortemente irriverente e davvero scandalosa.
 

Inserita il 30 - 06 - 10
Roberto D'Avascio
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