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D'Opera in Opera
Il grande Teatro in Musica ed in Prosa
Da Sofocle a Verdi, da Aristofane a Rossini...e così via...

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TOSCA, 'POVERA DONNA FINITA' (I)
TOSCA,  POVERA DONNA FINITA   (I)

Pare che la frase del titolo, con la debita, corretta attribuzione del nome, cioè “Elvira”, la moglie di Giacomo Puccini, sia stata una delle frasi scritte dal grande Maestro poche ore prima di morire, quando, per la gravissima operazione alla gola non poteva più parlare. Scriveva della donna che aveva amata, poi odiata, poi sempre riamata; di colei, che in fondo lo aveva accompagnato per tutta la sua travagliata e talvolta assai poco fedele vita da marito ed in quella da musicista. Ebbene, chi scrive si permette di cogliere queste poche parole in un altro senso, ma per un’altra “Donna” di Puccini: Floria Tosca.

E’ certo che ella sia stata, come tutte le sue eroine, un grande amore, per il musicista…Ed allora, perché adesso la si vuole far “finire così”, com’ella stessa dice del suo Mario fucilato a tradimento?

“Finire”…Sì, purtroppo: “finire così”, in malo modo, e, per giunta, cosa ancora più grave, porgendola in televisione, in diretta, al grande pubblico e somministrandogli una potenzialmente letale mala grazia, condita d’incompetenza e superficialità, con l’ausilio di una talvolta involontaria verve grottesca che mette a nudo una conoscenza assai alla lontana del capolavoro pucciniano da parte di chi lo metta in scena e lo interpreti, nonché l’insano, assurdo desiderio di trasformare l’Opera in un “Action movie con colonna sonora da Oscar”: parole della Primadonna, che incensa in tal modo un regista definibile quanto meno “bislacco”…ma “moderno”: questo è l’importante! MO-DER-NO.

Nessuno, in questa sede, vuol criticare né la trasmissione dell’Opera in televisione (anzi! Ben venga, quando sia d’alta qualità; e ben venga, come in questo caso, in diretta!), né le soluzioni registiche “moderne”, pur prediligendo le messe in scena “regolamentari”: a volte i registi sono davvero dei “grandi” e non si può far altro che inchinarsi alla loro originalità ed alla loro personalissima “lettura” dell’Opera; lettura cosciente e coscienziosa, che a volte è stata capace di sviscerare dal capolavoro ciò che mai nessuno era riuscito prima a cogliere. Averne, e pure numerosi, di registi così: colti, esperienti, creativi, anche originali, o addirittura “astratti”, ma con un nonsense assolutamente sensato e, qualche volta anche geniale.

La questione in oggetto, dicasi messa in scena di “Tosca”, irradiata recentemente in mondovisione tramite parabola, quindi, non sarebbe certo da criticare se tale genio di turno della regia del palcoscenico più sacro che esista, quello dell’Opera, fosse stato davvero il Vate che si dice; se avesse ascoltato l’Opera magari più di una volta, invece di lambiccarsi il cervello per come inserire elementi registici che nessuno aveva mai adottato prima. Che genio, signori miei, quando fa sfilare in processione nel Te Deum la statua della Madonna Incoronata con tanto di portatori incappucciati come nelle processioni del Venerdi Santo a Caltanissetta, poiché per Vitellio, Floria è come la Madonna (mah!) e la vuole tutta per sé, avvinghiandola in forma di simulacro alla fine del primo atto ed inclinandola a sé con il rischio di farla cadere rovinosamente, mentre un’orda di prelati, fin dall’ingresso in palcoscenico, non sa bene dove andarsi a piazzare in processione e i porporati ridono fra di loro, anziché celebrare solennemente il Te Deum. Oddio! (E’ proprio il caso di dirlo…)

Questo del far vagare apolidi i personaggi principali e secondari sulla scena è una costante, a quanto pare, per il regista in questione: spesso la stessa Tosca non ha idea di dove collocarsi, creando “vuoti scenici” da paura …Che genio, questo regista moderno, quando riempie lo studio di Scarpia a Palazzo Farnese, di prostitute; che genio, quando pretende che Scarpia faccia volare, tenendolo in mano, un pollo arrosto (autentico) nel dire “Tosca è un buon falco”. Viene da ridere, per non piangere.

Ma si potrebbe continuare all’infinito: da Tosca che, ucciso Scarpia, anziché fuggire (lasciamo stare il rito della croce sul petto del morto e delle candele, che pure è previsto nel libretto), si sdraia su un canapé e si sventola col ventaglio dell’Attavanti, in preda, probabilmente, a qualche caldana da menopausa, data l’ormai veneranda età, dopo un’onesta, onorevole carriera, invero. Ma i cantanti amati dai registi geniali di cui sopra non è detto a chiare lettere ovunque e comunque che debbano essere giovani, freschi, alti, magri e belli? Quanto alla voce di costoro, la sottoscritta ritiene che sia considerata decisamente secondaria. Evidentemente, questa volta, si è derogato dall’obbligo.

E intanto Tosca vaga…Invece di nascondersi, vaga financo fra i gendarmi del plotone d’esecuzione, comandato dal secondino (!!!) a cui Cavaradossi ha donato l’anello perché gli consenta di scrivere all’amata le ultime parole d’addio.
Ma questo genio di regista ha letto almeno una volta il libretto dei compianti Giacosa e Illica, che tanto affanno diede all’autore della musica e, di conseguenza, ai suddetti da lui sottoposti alle più crudeli sevizie letterarie anche solo per un accento? Chi scrive se lo chiede veramente e seriamente.

E per concludere con le prodezze di Tosca, il regista fa notare al secondo atto come l’eroina soffra di vertigini: la fa salire sul davanzale di una finestra, dopo averle fatto uccidere Scarpia (col coltello da tavola: questo è da sottolinearsi come esempio di assoluta fedeltà filologica alla trama: lodevole!), ma la poveretta non ha il coraggio di buttarsi giù…ha un capogiro e si precipita indietro. Non male, al limite, per “riempire” registicamente il celebre finale del dopo-assassinio…ma il povero, ignaro spettatore non sa che questa sarà la prima Tosca che non avrà il coraggio di buttarsi dagli spalti di Castel Sant’Angelo, ma, inseguita dagli sgherri, si rifugerà in una garitta, snobbando il finestrone e non facendosi più vedere, presumibilmente uccisa da costoro.

Che dire? SENZA PAROLE. Originale? Io lo definirei “demenziale”: forse, dopo Sardou e Puccini, il Vate pretende il proprio posto nell’Olimpo degli Autori di Tosca, cambiandone scandalosamente il finale e senza alcun motivo plausibile. O il motivo ce l’ha…ed è quello che, ormai, tutto è possibile, perché a tutto viene data una giustificazione creativa. Ma perché ricreare il creato, quando il creato è già perfetto? Presunzione pura? Incoscienza? Salto nel vuoto? Desiderio di “che se ne parli bene o se ne parli male, purché se ne parli”? Chi scrive vuole a tutti i costi escludere l’idiozia, per rispetto a tutti coloro che hanno lavorato alla riuscita del capolavoro inedito “Tosca infilzata dalle baionette nella garitta”. Meglio non aggiungere altro, se non che il personaggio dell’eroina pucciniana non è colto nella propria essenza drammatica che in alcuni rari momenti dell’Opera, e solo grazie all’esperienza della cantante ed all’emozione che, a tratti, riesce a trasmettere.


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Inserita il 11 - 07 - 10
Natalia Di Bartolo
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