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D'Opera in Opera
Il grande Teatro in Musica ed in Prosa
Da Sofocle a Verdi, da Aristofane a Rossini...e così via...

La Rubrica è curata da Natalia Di Bartolo.
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Tecnica teatrale in pillole: IL TENORE IN FALSETTO, Opera, vezzi e malvezzi
Tecnica teatrale in pillole: IL TENORE IN FALSETTO, Opera, vezzi e malvezzi
[Nella foto, il tenore Giuseppe Di Stefano] E' ovvio che il Canto lirico si studi. Non parlo dello spartito che, è naturale, si deve studiare, altrimenti si canterebbe ad orecchio e non sarebbe un canto professionale, ma solo una banale imitazione di suoni [anche se dicono che alcuni cantanti, fra cui, in particolare, due celebri tenori del passato (non faccio nomi, ma questo si dice e questo riferisco) non conoscessero una nota scritta!], ma della TECNICA VOCALE, ovvero di quella materia che insegni al/alla cantante ad emettere i suoni correttamente, secondo canoni più o meno codificati, che variano non solo da insegnante ad insegnante e da scuola a scuola, ma anche da nazione a nazione. In Italia, la tecnica di emissione dei suoni è assai variabile: varia da insegnante ad insegnante e da scuola a scuola e nessuno ha mai codificato realmente (alcuni ci hanno provato pubblicando manuali, che restano soltanto teoria) il "sistema" di corretta emissione che serva a cantare l'Opera italiana, che ha un excursus di tempo assai ampio: dal barocco ai nostri giorni. Perché nessuno l'ha fatto? Perché nessuno avrebbe potuto, nè potrà mai farlo! Mi spiego meglio. Fermo restando il meccanismo del muscolo trapezioidale sotto l'ombelico, che aiuta a governare il diaframma, il quale ha il compito di sostenere l'aria inspirata nei polmoni in quantità superiore al normale, poiché, respirando col diaframma, con il graduale esercizio, si allargano le cosiddette costole fluttuanti, che consentono una maggiore "scorta" di ossigeno, ciò che è il meccanismo laringe-corde e, sopratutto, palato molle e "maschera" (ovvero le cavità del teschio, usate come risuonatori, ma soprattutto la muscolatura facciale), non può, ripeto NON PUO' essere codificata. Perché? Perché ciascuno di noi ha una propria conformazione del teschio e della muscolatura facciale e, quindi, ciò che vale per uno/a, può non valere per l'altro/a. Invece (si dirà) i francesi, o i tedeschi, o i coreani hanno conformazioni tutte uguali e codificabili? Ovviamente no! neanche loro: nel loro insegnamento tecnico s'insinua però o la tradizione, seguita quale culto (per i francesi, per esempio); o, nel caso dei tedeschi, la necessità di ottenere suoni particolari, adatti al loro repertorio; o, nel caso dei coreani o degli orientali in genere, la fortuna di avere una maschera ossea con gli zigomi alti, il viso largo, il setto nasale altrettanto largo , grandi risuonatori: ecco perché i coreani sono spesso molto più bravi di altri: non perché la loro scuola sia migliore, ma perché la loro razza consente loro dei privilegi che noi non possediamo. Per tornare a noi italiani, caucasici di razza bianca, i nostri visi hanno le conformazioni più diverse, i nostri nasi altrettanto...Come si può spiegare ad un aspirante cantante lirico cosa deve fare, se non dandogli indicazioni basilari, ma generiche? Sono solo generiche, è vero, ma BASILARI e, quindi, da rispettare. Si impiegano anni, prima di comprendere tutti i meccanismi d'inspirazione e di espirazione volta all'emissione di un suono che sia una nota musicale, proprio perché si lavora sempre e solo su se stessi. Questo lascia, ovviamente, grande libertà al singolo, ma non può prescindere dai suddetti obbligatori passaggi d'insegnamento (come posizionare le labbra, come la lingua, come i muscoli del viso), che vanno seguiti. Solo dopo molto duro lavoro, finalmente, il cantante normo-dotato raggiungerà la padronanza di un suono correttamente emesso e, quindi, "girato", dotato di volume, armonici e quant'altro. Adesso, prendiamo un esempio di tenore immortalato dalla storia del teatro ed idolatrato dalle folle: Giuseppe Di Stefano. Anch'egli, come tutti i suoi colleghi, non era esente da vezzi e malvezzi. Ci troviamo negli anni '50 del secolo scorso. Erano gli anni dell'entusiasmo per la lirica. I Compositori più illustri, tra cui Puccini, non erano morti che da relativamente poco e tutto il mondo musicale era pervaso dall'entusiasmo per questo genere di musica. Ecco, quindi, che si affacciavano sulla scena volti e voci "nuove", che, spesso, erano lanciate allo sbaraglio, facendole forti delle proprie doti naturali. In cosa consistono le "doti naturali"? Nel possedere una maschera idonea al canto, corde robuste che "tengano" nel tempo, ma, soprattutto, capacità di emissione che non vadano disperatamente cercate negli anni, ma che vengano fuori fa sé: le doti naturali dell'emissione fanno di un aspirante tenore che studi da un anno, un gran cantante, rispetto ad un altro, con doti più modeste, che studi da quattro...o giù di lì. Bene: Di Stefano era tra questi fortunati: non ha dovuto "cercare" la propria vocalità, ma se l'è trovata pressoché bella e pronta all'uso. Questo, se da un lato è un privilegio, dall'altro può rappresentare un pericolo: emissione facile può essere anche "faciloneria" nell'emissione. Non è il caso di Di Stefano, ma si deve riconoscere in lui la completa libertà di tale emissione, nei mezzi sì, ma anche nei modi. Purtroppo ci restano pochi filmati che lo riguardano, ma se andassimo a guardare attentamente qual'era la postura della sua maschera, rileveremmo certo espressioni che non corrispondono a quei pochi canoni che s'insegnano nelle scuole e che io ritengo, come ho detto sopra, "basilari" Sbagliava a fare così? Sbagliava nella misura in cui si dia importanza alle nozioni basilari (come faccio io, per esempio). Ma, per altri che la pensino diversamente da me, non sbagliava, perché anch'egli aveva studiato se stesso e, avvezzo ai trionfi, si poteva arrogare il diritto d'infischiarsene di qualsiasi canone e di cantare tecnicamente "a modo suo". Questo "modo suo" era fatto anche di una buona dose di scaltrezza, essendo egli capace, per esempio, di compensare molto abilmente, a volte, i piano e soprattutto i pianissimo, mollando la maschera nel suo complesso e "flautando" il fiato dalla bocca con l'aiuto del palato molle, creando così quel "falsettone" di cui sopra, che veniva e viene scambiato facilmente per virtuosismo del pianissimo corretto ed in maschera. Bravo! Bravo ad imitare ciò che avrebbe dovuto (ed avrebbe saputo: ne aveva le qualità) fare. Davvero, non c'è che dire: il pianissimo in maschera, per i tenori, è quanto di più difficile si possa ottenere e quasi tutti ricorrono a tali "trucchi: ho ascoltato in vita mia solo pochissimi che fossero capaci di "tenere" i piano ed i pianissimo "agganciati" in maschera. Tra costoro era Pavarotti...che faceva il furbo anche lui, però, usando il falsetto per non rischiare qualche pianissimo pericoloso...Tanto era standing ovation ugualmente :-) Altrettanto, quindi, Di Stefano e, come lui, molti altri, fino ai nostri giorni. Nel suo caso, in particolare, però, alle doti naturali e di studio su se stesso (e, quindi, sempre a mio avviso, sull'anarchia che regnava nella sua tecnica) s'univa il temperamento: date un gran temperamento ad una voce "piccola" e sarà grande. Figuriamoci se la voce è già, di propria natura "grande"! Trionfi su trionfi. Questo "modo" di cantare, tipicamente italiano, tutto cuore (che fa rima con amore), tutto passione (che fa rima con ovazione) piacque moltissimo ai suoi tempi ed ancora oggi piace. Non mi permetto di criticare, quindi, i motivi personali per cui la voce di Di Stefano possa piacere svisceratamente, ma, per quanto riguarda i miei gusti, non posso che dissociarmi da tanta ammirazione, pur riconoscendo in lui una grandezza fatta di ragguardevole musicalità e di potente temperamento. Ritornando al tema del presente articolo...Ahimé...Averne, oggi, di vezzi e malvezzi così!
Inserita il 18 - 03 - 09
Natalia Di Bartolo
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