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La Rubrica è curata da Natalia Di Bartolo.
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LUCIE DE LAMMERMOOR? Lieta: LUCIA DI LAMMERMOOR...( II )
LUCIE DE LAMMERMOOR? Lieta: LUCIA DI LAMMERMOOR...( II )
[ Nella foto, ritratto del librettista di "Lucia di Lammermoor" in italiano, il poeta Salvatore Cammarano (1801-1852) ]

C’è in Lucie, quindi, una “secchezza” che non si trova in Lucia, una concisione, una durezza dei “giudizi” musicali sui personaggi, che ancora in Lucia non si intravedono.

Lucia ha un apparato scenico, abilmente predisposto dal Donizetti e dal Cammarano, di tutto rispetto, fatto risplendere spesso dai fantasiosi scenografi e costumisti dei grandi teatri; Lucie è un’anima soltanto, non un corpo…ed un’anima non si può agghindare in alcun modo, né far brillare di ricami e di gioielli, né circondare di danze, feste e ridondanti scenografie: brilla di luce propria: Lucie, alla francese, è figlia di un’altra “maturità” donizettiana, senza nulla togliere all’italiana sorella, della quale condivide sventure e sorte crudele.

In “Lucie de Lammermoor”, Donizetti, a parere di chi scrive, si lasciò coinvolgere da un sentimento che non gli era familiare, dettato probabilmente dalla frequentazione diretta delle Opere francesi: il senso dello spettacolo incarnato non solo nei protagonisti, ma anche in coloro ed in ciò che li circonda.

E’ una sensazione che si prova ancora, seguendo un po’ da vicino le messinscene francesi di opere francesi: se gli italiani hanno innato il senso dello splendore musicale, delle trame orchestrali raffinate e di grande presa sul pubblico, di un "taglio" scenico che non indulge all'eccesso che può bastare a se stesso, grazie anche alla levatura degli interpreti, il gusto francese dell’Opéra si presta ad essere servito anche da orpelli tersicorei e, soprattutto, da una struttura drammaturgica d'effetto, che coinvolge l'intimo svolgersi dell'azione in parole e musica, e non solo dalle voci e dalle presenze dei protagonisti.

Ai francesi bisogna "servire" uno spettacolo "a monte" assai ben costruito drammaturgicamente e musicalmente e "condito" al meglio: ma non è un difetto, è una loro "caratteristica" ed è cosa in cui furono e sono maestri. Ed allora una Lucie così scarna, perché, se doveva essere gradita proprio ai francesi che l’avevano commissionata?

Probabilmente perché il rude bergamasco seguiva la propria strada senza lasciarsi fuorviare dagli specchietti per le allodole altrui: perché dare a Lucie scene ad effetto, dotandola anche della possibilità (non certo nel Theatre de la Reinassance, ma certo, in seguito, in altri eventuali teatri) di una scenografia fantasiosa e di abiti sontuosi? Essi dovevano palesarsi inutili…bisognava fare in modo che, ascoltandola e guardandola, nessuno li vedesse.

Un andare decisamente controcorrente ispirato, forse, in principio dalla natura della commissione stessa e dalle necessità che essa comportava, ma, probabilmente, in un secondo momento, lucidamente ed espressamente voluto, forse seguendo il principio secondo il quale gli opposti si attraggono.

La concisione, quindi, della Lucie francese ben si presta ad un’interpretazione di tal genere; il gusto ridondante dei francesi, di cui sopra, certo non era sfuggito a Donizetti, che “riscrisse” l’Opera per buona parte e si affidò ai magnifici versi francesi di Alphonse Royer et Gustave Vaëz; Lucie non doveva mancare di nulla: ella doveva incantare il pubblico parigino solo con la propria presenza musicale sul palcoscenico. Fu quasi una sfida? Non sappiamo. I francesi, comunque, probabilmente la colsero come tale e, con apertura mentale, reagirono con curiosità ed interesse, apprezzando l'Opera donizettiana.

Per prima cosa, Donizetti lasciò materialmente “sola” Lucie: Alisa, la damigella dell’Opera in italiano, non compare, nell’opera in francese, sostituita da un ben più pregnante Gilbert, stalliere e spia doppiogiochista di Lord Henry Ashton, il fratello di Lucie: egli riceve denaro sia da lui che dalla sorella: da Henry per spiare gli innamorati e da Lucia per far la guardia agli incontri clandestini con Edgard. Un bel tipo, non c’è che dire, una sorta di Jago verdiano ante litteram. E se è pur vero che, spesso, la concisione giova all’Opera d’Arte teatrale, non ci fu mai personaggio indovinato e conciso come Gilbert.

Lord Henry e Gilbert compaiono insieme già nella prima scena: Gilbert è una specie di “sunto” in negativo di Normanno e di Alisa: Normanno, capo degli armigeri del Lord Ashton dell’opera italiana, colui che fa da delatore agli innamorati Lucia ed Edgardo, non compare neppure.

“Maître, un coup de ce fer enlèvera d'ici cet Edgard de l'enfer.” è capace di pronunciare Gilbert; però Ashton, in un momento di ripensamento: “Un tel crime... oh! jamais!”. Ma il cattivo consiglio dello scagnozzo e l’ambizione del potere e del riacquistare lo splendore perduto attraverso il sacrificio di Lucie saranno ben più forti di ogni ripensamento.

Nella IV scena del I atto dell’opera in francese, inoltre, si dà spazio anche al povero promesso sposo di Lucia, Lord Arthur, nipote dell’illustre Ministro Athol ed impegnato a dar man forte ad Ashton per risollevarsi dalla bassa fortuna in cui era caduto. Egli si confida con il futuro cognato, nutrendo dubbi soprattutto sulla libertà data a Lucie di essere sua sposa, più che sentendo rodersi di gelosia per un probabile rivale: ne ha ben da dubitare di tale libertà, il poveretto, che ricomparirà solo durante la festa nuziale, in quelle poche battute e frasi musicali che gli sono concesse anche in italiano, e perirà miseramente, fuori scena, fra le mani folli di Lucie.

Quanto ad Henry, il suo “la pietade in suo favore” diventa:

A moi viens, ouvre tes ailes,
Je t'évoque, ange du mal (…)

cabaletta che si apre a ventaglio verso il pubblico, con un moto fisico e sentito di grande effetto.

La crudeltà del personaggio, però, è più velata che nella versione italiana, fino alla frase finale del III atto, mentre Edgard muore:

Le remords, voilà mon partage!
Tout s'écroule, hélas! sous moi.

Egli ricompare in scena alla fine, cosa che nella versione italiana non accade e solo per dire queste poche, ma significative parole: il rimorso tocca Enrico solo di striscio; qui è da Henry apertamente nominato e dichiarato.

Henry è ambizioso ed egoista e sa di esserlo, fino all’estremo sacrificio della sorella, ma ha sfaccettature del tutto umane e plausibili, anche nella scena della torre (che finalmente non viene più tagliata nelle rappresentazioni di Lucia in italiano: significava tagliare il perché di “Tombe degli avi miei”!), che si svolge anche in Lucie, ma in un’ala del castello dello stesso Henry: è Edgard a venire da lui, in questo caso. Ma l’importante è che la scena ci sia, poiché è la chiave per comprendere il finale.

Come hanno fatto i direttori a tagliarla di netto fino agli anni ’70? E’ davvero incredibile e contiene, fra l’altro, un duetto bellissimo “ O sole più ratto”, che Donizetti mantiene in Lucie e che diventa:

Soleil! Sur
Où s'arme la haine
Surgis et promène
Ton disque de feu.
Fantôme livide
D'un père! viens, guide
Mon glaive, préside
Au jugement de Dieu.

Ma è il momento di parlare di lei, di Lucie, la protagonista, o, meglio, del suo spirito musicale.

( II ) Segue

Inserita il 07 - 12 - 07
Fonte: Natalia Di Bartolo

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