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La Rubrica è curata da Natalia Di Bartolo.
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ANDREA CHENIER, Opera fuori dal tempo ( II )
ANDREA CHENIER, Opera fuori dal tempo ( II )
[ Nella foto, il tenore Placido Domingo nei panni di Andrea Chénier ]

Tutta l’opera verte sugli stati d’animo ed i comportamenti del vero protagonista, che, in effetti, ad avviso di chi scrive, può considerarsi non Chénier, ma Gérard.
In Carlo Gérard lo spettatore “legge” il tormento di un’anima retta ed onesta, obnubilata dal desiderio di vendetta, costretta dalle proprie condizioni servili ad essere “crudele”, pur di raggiungere i propri scopi.

Canta così, pressoché all’aprirsi del sipario, Gérard, rivolto al vecchio padre che s’affanna a servire faticosamente per organizzare al meglio la festa dei nobili padroni:

Son sessant'anni, o vecchio, che tu servi!
A' tuoi protervi, arroganti signori
hai prodigato fedeltà, sudori,
la forza dei tuoi nervi,
l'anima tua, la mente,
e, quasi non bastasse la tua vita
a renderne infinita eternamente
l'orrenda sofferenza,
hai dato l'esistenza dei figli tuoi.
Hai figliato dei servi!

Violenta invettiva, quindi, sulle labbra del servo figlio del servo. Ovviamente, perno di tutto lo svolgersi dell’azione è il periodo storico, indovinatissimo per mettere in atto le sfaccettature di un personaggio come Gérard.

Ma è soprattutto il personaggio di Maddalena, compagna di giochi, nell’infanzia, dello Gérard, nei momenti in cui l’età infantile faceva “dimenticare” per qualche momento l’abisso sociale che li divideva, la principale causa scatenante della suddetta ribellione: Maddalena non è altro che la personificazione della “diversità” e della “disparità” sociali.

Carlo Gérard ricorda a Maddalena stessa come il tempo che era passato aveva diviso anche loro due, lasciando Carlo crudelmente ed inutilmente “legato” alla sua compagna di giochi, primo ed unico suo amore:

Io t'ho voluto allor che tu piccina
pel gran prato con me correvi lieta,
in quell'aroma d'erbe infiorate
e di selvaggie rose!
Lo volli il di che mi fu detto:
"Ecco la tua livrea!" e, come fu sera,
mentre studiavi un passo di minuetto,
io, gallonato e muto, aprivo
e richiudevo una portiera.

Ma Gérard non è il “cattivo” che vuol sembrare anche a se stesso: egli legge impietosamente nella propria anima ed arriva, poi, nella sede della sua carriera di rivoluzionario, a confessare e confessarsi:

Un dì m'era di gioia
passar fra gli odi e le vendette,
puro, innocente e forte.
Gigante mi credea ...
Son sempre un servo!
Ho mutato padrone.
Un servo obbediente di violenta passione!
Ah, peggio! Uccido e tremo,
e mentre uccido io piango!

Scritta per baritono, la parte di Gérard è di estrema finezza, ma di difficoltà tecniche non indifferenti. Fiati lunghissimi, espressioni studiate nei minimi dettagli, dialoghi spesso serrati ed espressivi richiedono dall’interprete ottima resa d’Arte scenica, comportandogli “presenza” ed autocontrollo ferrei, su una tessitura non facile e, comunque, a volte, anche volutamente sopra le righe, espressività e padronanza dei mezzi vocali e scenici contemporaneamente.

Anche Andrea Chénier appare una figura eroica ed umana nello stesso tempo. Così egli canta, al primo atto, nel celeberrimo:

Un dì all'azzurro spazio
guardai profondo,
e ai prati colmi di viole,
pioveva loro il sole,
e folgorava d'oro il mondo:
parea la terra un immane tesor,
e a lei serviva di scrigno il firmamento.
Su dalla terra a la mia fronte
veniva una carezza viva, un bacio.
Gridai vinto d'amor:
T'amo tu che mi baci,
divinamente bella, o patria mia!

Ma, sia pur “dotato” di questa e d’altra stupenda musica, non raggiunge le finezze psicologiche che gli autori, librettista e compositore, “immettono” nel personaggio di Carlo Gérard.

La parte di Chénier è scritta per tenore. Occorre un tenore dal timbro “eroico”, dalla voce possente e dalla presenza scenica pari, se non superiore a quella di Gérard; superiore anche perché deve compiere lo sforzo improbo di rendersi “credibile”, in una tessitura musicale che lo “attanaglia” senza requie, richiedendogli gran fiati e gran tecnica.

Umanissimo, il personaggio di Maddalena, soprano lirico-drammatico, anch’esso volutamente “tartassato” vocalmente dall’autore, riservato ad un gran soprano dalla voce robusta e dal timbro preferibilmente “scuro”, dotata non solo di abilità nel dominare la scena, ma anche di facilità di fraseggio e di elegante porgere all’ascoltatore.

Maddalena ha per sé, fra le altre, la celeberrima “La mamma morta”, che culmina in:

Fu in quel dolore
che a me venne l'amor!
Voce piena d'armonia e dice:
"Vivi ancora! Io son la vita!
Ne' miei occhi è il tuo cielo!
Tu non sei sola!
Le lacrime tue io le raccolgo!
Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo!
Sorridi e spera! Io son l'amore!
Tutto intorno è sangue e fango?
Io son divino! Io son l'oblio!
Io sono il dio che sovra il mondo
scendo da l'empireo, fa della terra
un ciel! Ah!
Io son l'amore, io son l'amor, l'amor"

Splendore purissimo di poesia in musica risulta il mix versi-note dei due straordinari autori in questo momento della rappresentazione, come in molti altri. Giordano dimostra una vena felicissima, in quest’Opera, la sua più famosa e più rappresentata, insieme alla “Fedora”.

Se si pensa che si tratta di un’Opera di fine Ottocento, sembra qualcosa composta “fuori dal tempo”, moderna sì, ma non collocabile, all’avviso di chi scrive, né fra il “verismo” (al quale, comunque, viene attribuita, come “genere”, per l’epoca di composizione e per la “valenza” scenica dei personaggi e dei fatti) né fra le Opere d’avanguardia. Uno “strano” lavoro musicale, insomma, apparentemente senza tempo e senza età.

Unica ed irripetibile, l’Opera del Giordano risulta essere coinvolgente ed emozionante, ancora oggi. Non si odono echi di alcuno, fra le note; neanche di Verdi, che, pure era così “presente” in quel periodo, né del Melodramma di primo Ottocento; non c’è minimamente traccia apparente neppure del Melodramma di fine Ottocento. Eppure la musica è fluida e fluente, “esperta” all’inverosimile nell’assegnare le parti adatte agli interpreti adatti, sicura di se stessa e pregna del passato. Ma è un passato talmente ben assimilato, che la fantasia ed il genio di Giordano possono sbrigliarsi indisturbati, dando vita all’unicità tipica del Capolavoro.

L’Opera dispiega frasi musicali ed intermezzi sonori di rara bellezza armonica e, soprattutto, melodica, quindi, assegnando a tutti gli interpreti (non solo ai protagonisti), che devono essere obbligatoriamente ferratissimi nel proprio “mestiere”, parti improbe per sonorità, fiati e lunghezza, richiedendo loro contemporanea, sbrigliata presenza scenica ed ininterrotta tensione vocale.

Anche dei veri “cammei”, come quello della “vecchia Madelon”, che offre il nipote adolescente al Terrore della Rivoluzione, restano ineguagliati tesori musicali all’interno di questo capolavoro del melodramma italiano moderno.

I duetti dei due protagonisti sono di assoluta bellezza, le arie del baritono indimenticabili: caratteri e temi sembrano sbozzati con la potenza della scultura ed, insieme, misteriosamente cesellati con l’abilità tecnica del niello dell’incisore orafo.

Opera amatissima dal pubblico, che, da sempre, sa da sé “scegliere”, “isolare” e “giudicare” il bello ed il buono in musica e nella sua rappresentazione, “Andrea Chènier” è capace di saziare la “sete di qualità” dello spettatore più esigente, a patto che la messa in scena sia all’altezza della situazione.

In tal caso (non sempre realizzabile, purtroppo), i consensi del pubblico, all’uscita, saranno comunque unanimi: i Teatri registrano, di solito, il tutto esaurito in ogni ordine di posti alle rappresentazioni di “Andrea Chénier”, e risuonano, quindi, ancora oggi, di clamorose espressioni di apprezzamento e di stima del pubblico, non solo per l’eventuale qualità dello spettacolo, ma per l’Opera in se stessa, per il modo “trascinante” che la caratterizza dalla prima all’ultima nota, capace di scatenare i melomani più esigenti a chiamare alla fine innumerevoli volte gli interpreti al proscenio ed esprimere loro il proprio apprezzamento.

Deus ex machina (non lo si dimentichi mai!), come sempre, il Direttore d’Orchestra: se è capace di “azzeccare” la concertazione e la direzione (cosa non proprio facile, perché l’Opera ha l’innegabile tendenza, se mal diretta, a diventare “pesante”, nel senso proprio della parola: calcare la mano la fa diventare “verista” a forza…e non è il miglior modo per portare avanti il raffinato discorso che il Giordano ha affidato ai posteri), il trionfo è assicurato.

[II Fine]

Nella "Galleria immagini", da sinistra:

1) Il Compositore Umberto Giordano in una delle sue ultime foto;

2) Il tenore Franco Corelli nei panni di Andrea Chénier;

3) Il soprano Anna Tomowa-Sintow nei panni di Maddalena;

4) Placido Domingo ed Anna Tomowa-Sintow in un'edizione di "Andrea Chénier" al teatro Covent Garden di Londra, 1986.

Galleria immagini (clicca sull'immagine per ingrandire)
Inserita il 15 - 02 - 08
Fonte: Natalia Di Bartolo

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