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ALESSIO BONI: il coraggio di interpretare GIACOMO PUCCINI
ALESSIO BONI: il coraggio di interpretare GIACOMO PUCCINI
Non è mai facile da parte di un attore interpretare un personaggio realmente esistito: è questo il caso anche della figura complessa e sfaccettata, eppure caratterialmente un po' schematizzata dalla tradizione, del grande musicista Giacomo Puccini (1858-1924)

L'attore Alessio Boni (nella foto) si è cimentato, così, coraggiosamente, nel ruolo del genio lucchese in una miniserie in due puntate (andata in onda con grande successo su Rai Uno giorno 1 e 2 marzo 2009), reduce dal trionfo di “Guerra e pace” prima e dal suo personalissimo successo con il “Caravaggio” poi, sia pure con alcuni critici divisi sulla qualità e sull'integrità della “vera” storia del grande Merisi, ma tutti concordi positivamente riguardo all'interpretazione del protagonista.

Chi scrive ha molto gradito quello sceneggiato proprio per la vera e propria “scoperta” di un attore che si calava nei panni del Caravaggio anima e corpo, senza remore, con un'intensità che da molto tempo non era data vedere sul piccolo schermo. Egli stesso, spesso intervistato proprio in televisione, teneva a sottolineare con quanta umiltà si era accostato ad un genio come il Merisi, studiando e documentandosi, fino ad identificarsi completamente con lui. Ed il risultato si è visto: è stato da brivido.
Si lascino da parte le incongruenze storiche, le vere o presunte tendenze omosessuali del personaggio protagonista, le figure iconiche che servivano più a “far quadrare il racconto” quale filo conduttore: lì il Boni spiccava come un vero, grande talento.

Altrettanto si è sperato, quindi, nell'attendere il suo “Puccini”. Ed il risultato è stato bissato. L'interpretazione di Alessio Boni è da considerarsi ancora eccellente, prestando una particolare attenzione all'aspetto psicologico del maestro lucchese, anche per mano del regista Giorgio Capitani, che ha affermato il mettere in scena la vita di Puccini essere “Un sogno che si realizza.” “Ero incantato dalla sua musica -sottolinea il regista- è quasi incredibile scoprire che un uomo così straordinario fosse anche così insicuro".

Alessio Boni, attore di preparazione seria e partecipe, mai superficiale, ha studiato approfonditamente con il regista la figura del grande musicista. "Puccini non era solo un grande genio – ha spiegato il Boni presentando la fiction- ma un uomo pieno di paure, di ansie ma anche dalla grande forza. Con la personalità voleva toccare il cuore della gente". Boni ha affermato di aver accettato il ruolo per “la forza, per la personalità di Puccini” e per quella “dicotomia” del suo carattere".

Si è detto anche di una gran somiglianza fisica tra il Boni ed il Puccini. Ma, nel caso della figura fisica del Puccini, un precedente illustre non poteva non far capolino alla mente dei telespettatori non più giovanissimi, che serbano in cuore uno straordinario protagonista interpretato splendidamente dal mai dimenticato Alberto Lionello. Lì la somiglianza fisica era davvero impressionante. Nel caso del Boni, sia l'età, che la “stazza” gli erano contrarie. Puccini era assai robusto; l'attore non ha un fisico di complessione pucciniana. Eppure, spesso, è riuscito a rendere le posture più caratteristiche del genio, ma soprattutto è stato capace di assimilare le proprie espressioni a quelle del viso del musicista, note ai più da fotografie e rari filmati, in maniera sorprendente: ecco la maschera del grande attore, dunque, che veniva fuori a tratti, ma indelebile, nella sua concisa e netta espressione, cangiante, mobile, dal riso al pianto, dalla commozione alla gioia. Un Boni che fondeva mirabilmente Puccini con se stesso e che, a tratti, nelle scene drammatiche soprattutto, “mutava”, in una metamorfosi impressionante di profondità espressiva e di immedesimazione assoluta.

"Puccini pensava -ha aggiunto il Capitani- di essere sempre in crisi di ispirazione. La sua ossessione per la morte lo ha sempre accompagnato per tutta la vita, la sua passione per le donne era un tentativo per esorcizzarla". Grazie alla collaborazione di Francesco Scardamaglia, Nicola Lusuardi e Fabio Campus, tutto ciò è stato messo in evidenza dalla sceneggiatura.

Nel ricostruire la vita di Puccini, gli autori hanno scelto di dare molto spazio, nella prima puntata, a quella che definiscono “la sua ricerca d’identità”, mentre nella seconda di dà risalto al grande successo.
“Non ci siamo posti – spiega lo sceneggiatore, Francesco Scardamaglia – il problema di un bilanciamento tra l’artista di successo e il giovane studente del conservatorio, piuttosto abbiamo raccontato un’identità, una scoperta artistica, un tratto di strada di un essere umano verso la sua vocazione”.

Un gran lavoro, senza dubbio...Eppure, ciò che meno ha convinto chi scrive è stata la concisione del racconto, che ha condensato un'esistenza fatta di una vita privata travagliata e ricca di avvenimenti e di una pubblica costellata di trionfi e delusioni in sole due puntate di spettacolo.

Impresa non facile, dunque, per i suddetti sceneggiatori, scegliere “i momenti” giusti per “raccontare” Puccini in così poco tempo. Ciò, a parere di chi scrive, ha costretto ad imprimere allo sceneggiato un andamento fin troppo “veloce”, che, probabilmente, ha nuociuto al gradimento degli “intenditori”.

Gli "intenditori": ecco la vera “spina nel fianco” di uno sceneggiato come quello su Puccini: gli intenditori sanno benissimo ciò che è vero e ciò che è romanzato; gli intenditori ascoltano un Puccini che “canta” mentre compone e, sebbene non certo “abilitato” ad avere la voce impostata quale cantante lirico, di Lirica occupandosi, ritengono che, quanto meno, non avrebbe dovuto cantare così, proprio “di gola”, giusto dopo aver parlato di “diaframma” ad un' Elvira in veste canora, alla quale si mostrava impartisse vere e proprie lezioni di canto.

Intenditori troppo esigenti? Forse... Ma accortezze registiche, queste, che sono mancate, purtroppo, all'appello, insieme ad un finale ad effetto riuscito solo a metà, poiché, per dar spazio all'immancabile “Nessun dorma”, universalmente conosciuto, si è fatta “fermare” la rappresentazione della prima di Turandot (perché pronunciata, poi, alla francese, “Turandò”, se la “t” finale è parte di un nome cinese?) da parte di Toscanini che la dirigeva non alla morte di Liù, come fu nella realtà, ma al “Vincerò” di universale notorietà. Quindi, ciò che Puccini non riusciva a trovare, non era il tema di “Nessun dorma”, come mostrato nello sceneggiato, ma il prosieguo dell'opera stessa, consegnata ai posteri, è vero, incompiuta, ma con un primo ed un secondo atto assolutamente completi e geniali, nonché con un'infinità di appunti che hanno dato poi al musicista Franco Alfano la possibilità di “completarla” in maniera dignitosa, così come ancora oggi viene rappresentata.

Unico brivido, in questo finale volutamente non perfettamente filologico, la scelta della voce che interpretava il “Nessun dorma”: non Pavarotti, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma Carreras, il grande Josè Carreras dei tempi d'oro. Significativa, come scelta, se rapportata alle vicissitudini gravissime di salute che il grande cantante ha dovuto affrontare ed è riuscito a superare. Il male che ha ucciso Puccini, dunque, non ce l'ha fatta con uno dei più grandi interpreti moderni della sua musica. Ma ciò significa anche che le vite umane, pure quelle dei geni, vanno e vengono, ma i capolavori da loro prodotti e da loro dispensati restano immortali. E nulla è più vero di ciò anche per quanto riguarda l'Arte di Giacomo Puccini.

Una menzione speciale alla musica originale di Don Marco Frisina, che ha dovuto vedersela con una quanto meno terrificante “coordinazione” con quella originale pucciniana; ma ne è uscito a testa alta, con una colonna sonora davvero magnifica.

Intenditori, nel complesso, sufficientemente soddisfatti, allora, e concordi almeno su un punto: ben vengano sceneggiati come questo: è assai probabile che molti telespettatori, soprattutto i più giovani, conoscessero il “Nessun dorma”, ma che non ne conoscessero l'autore, né che il brano appartenesse ad un'Opera, né, tanto meno, quale essa fosse. Adesso sanno e, si spera, difficilmente dimenticheranno.

Dunque, se anche un'imprecisione filologica può trasformarsi in opera di diffusione culturale, in questo caso gli intenditori apprezzano e ringraziano.

Inserita il 03 - 03 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
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I Commenti degli Utenti

Splendido...
... articolo. L'ho letto d'un fiato. Complimenti.
03 - 03 - 09 - di: DIBARTOLO.G -

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