SPECIALE TEATRO-FESTIVAL-ITALIA: Un’altra idea del Paradiso
Il curatore del laboratorio teatrale Working for Paradise, il regista tedesco Matthias Langhoff, ci avverte sin dall’inizio: Paradise of Working può definirsi una sorta di schizzo, un cartone d’abbozzo per qualcosa che forse verrà e sarà davvero messinscena, per il momento possiamo valutare solo una sezione del percorso che si è sviluppato a partire da Lo stakanovista di Heiner Muller ed è diventato una sorta di indagine in fieri sul concetto di lavoro nella società contemporanea, sulle varie disperate epifanie che ne conseguono, sull’apocalissi socio-culturale che deriva dalla frattura non sanata tra lavoro e passione, impegno e libertà, un’indagine che procede attraverso la determinazione di istanti lirici e creativi, repentine esplosioni e riflessioni che seguono ad idee, grazie alla sinergica interazione di un gruppo eccezionale di sedici attori/registi/autori italiani e tedeschi che hanno condiviso un iter di crescita e confronto consapevoli di eleggere nel viaggio, non certo nella meta, l’oggetto d’arte del loro stare insieme.
L’operazione, che certamente può sembrare a tratti ostica ed oscura, dacché sembra diretta ad esser presentata ad addetti ai lavori, si definisce come una specie di esperienza privata, benché coinvolga un gruppo intero, in cui lo spettatore è ospite inatteso, in cui la rappresentazione non è il prodotto del lavoro quanto il lavoro nel suo essere svolto, intuizione che aderisce pienamente al progetto e che, intendendo prospettare l’immagine utopica di un nuovo paradiso quale luogo in cui il lavoro è libero e abbondante, spazio privo di coatte costrizioni, prova a misurarsi con il gesto che sovverte e si fa rivoluzione, con tutto quanto fa saltare il continuum della Storia, parcellizzandone l’apparente e grigia linearità in un moltiplicarsi di istanti che solcano la vita.
Si tratta dunque di seguire gli attori nel corso dell’intera durata dell’azione al fine di provare a valutare, esattamente come da loro suggerito, in che modo sottrarsi al giogo che ci incastra nel sistema produttivo, facendoci bulloni funzionali al perverso meccanismo in cui siamo costretti, d’altronde l’intera operazione ha una cifra spiccatamente eversiva e metateatrale sicché la drammaturgia sembra ritratta nel suo farsi, nel suo comporsi, scomporsi, agglutinarsi e coglier con lo sguardo, del cuore e della mente, l’Angelus Novus di Benjamin e Klee che ci ammonisce ancor oggi, nonostante la tempesta che gli impiglia le ali, a ribaltare il nostro alienato stare al mondo, trovando un senso ai nostri rapporti con gli altri esseri umani, interrogandoci sul nostro ruolo sulla terra.
Fondazione Mondragone - Napoli, 21 giugno 2009