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SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - Temple, cattedrale del senso
SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - <i>Temple</i>, cattedrale del senso
Significativo congedo della prima edizione del Napoli Teatro Festival, Temple, interessantissima produzione di Natalie Hennedige, può definirsi senza alcun dubbio un’opera di raffinatissima sintesi artistica, la cui natura sincretica e polimorfa sembra testimoniare, in maniera indiretta ma esemplare, l’ambizione dello stesso Festival che, nonostante incertezze e momenti di cedimento certamente stigmatizzabili, ha avuto il grande merito di portare nel capoluogo campano e, conseguenzialmente nel bistrattato meridione d’Italia, una quantità di esperienze drammaturgiche nuove che, sebbene assai diverse tra loro, hanno interagito in maniera più o meno consapevole, definendo una dimensione dialettico-culturale che costituisce il valore primo ed inconfutabile di ogni progresso civile e conoscitivo.

Per tornare allo spettacolo - intelligentemente coprodotto dal Napoli Teatro Festival e dal Singapore Arts Festival - urge riflettere sull’audace lungimiranza di certi investimenti che si pongono nell’acuta prospettiva di dare ossigeno vitale al nostro teatro, cercando così di determinare originali e virtuosi presupposti della ricerca e della sperimentazione. Temple favorisce (già dal titolo) il contatto tra spettatore e simbolo, così lo spazio della performance si propone sin dall’inizio come luogo/non luogo di una liturgia orfica e di una consuetudine domestica, luogo consacrato, d’adorazione e venerazione, che si fa, al tempo stesso, riflesso caduco e involontario di un’irrisolta dimensione divina.

D’altronde anche i sette personaggi che si rifugiano nella palestra-tempio sembrano muoversi in modo a-logico ed a-razionale, quasi come se il loro movimento non avesse alcuna definita finalizzazione ma si configurasse, in modo liturgico e rituale, come una sorta di astratta circumambulazione dello spazio, evidente rappresentazione traslata di una meccanica ed altrettanto liturgica indagine funzionale ad individuare i meccanismi del mondo e dell’universo per svelarne i sancta sanctorum e le arcane ed inviolabili architetture del senso.

Simbolo centrale della complessa ma avvincente messinscena è il coccodrillo, creatura del terrore, che in un certo qual senso sembra avere le medesime proprietà di un vampiro che, non uccide le proprie vittime, ma le conquista consegnando loro la sua stessa sinistra natura, in tal senso il coccodrillo potrebbe essere interpretato, nella sua insaziabile voracità, come simbolo di duplicità ed ipocrisia o, anche, di morte e terrore.

Ad esser sinceri, l’intera operazione artistica sembra esser volta a strutturare un vero e proprio monumento drammaturgico che, celebrando la convergente molteplicità di segni e cifre simboliche, ci offre l’occasione per riflettere sulla perseguita e verificabile ambizione gnoseologica di qualsiasi codice e sulla capacità di esprimere significati certi e definitivi in qualsiasi sistema linguistico di riferimento, sia esso verbale o non verbale.

Infine, ci tocca, ohimé, rilevare l’esecrabile maleducazione di una parte del pubblico napoletano che, infastidito probabilmente dalla propria stessa inadeguatezza culturale e dalla palpabile incapacità di seguire l’azione scenica, riusciva con difficoltà a contenere la rumorosa impazienza, disturbando in più di un’occasione chi, tra gli spettatori, sopperiva con l’opportuna curiosità intellettuale alle punte ostili della rappresentazione.

Napoli, Real Albergo dei Poveri - 29 giugno 2008
Inserita il 08 - 07 - 08
Fonte: Claudio Finelli

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