Sullo spettacolo di Andò incombe il fantasma di un tema, l’emigrazione, che l’autore coglie nel «sentimento di una colossale dimenticanza, di una lacuna incolmabile», nella dispersione, l’esilio, lo spaesamento derivante dal non possedere più un luogo.
Andò propone l’idea di un teatro che preferisce l’azione alla narrazione per ragioni che hanno a che fare con «con lo stato catastrofico del sud, con la sua odierna – caparbia – resistenza ad un uso meramente narrativo, per inadeguatezza, oggettiva impossibilità». L’azione è un unico paesaggio o installazione suddiviso in tre stazioni dotate di un universo sonoro particolare: il pubblico accederà di volta in volta a ciascun paesaggio seguendo un disegno obbligato. I protagonisti dell’azione sono uomini e donne in fuga, sul punto d’imbarcarsi per un viaggio di sola andata. Luogo scelto per l’azione è la Darsena Acton, spazio del porto di Napoli oggi chiuso al pubblico, perché sede della Marina militare, e aperto per l’occasione.
Il titolo dello spettacolo di Andò richiama la frase che la Ortese ha posto in calce a Il Mare non bagna Napoli, «a siglare – come spiega l’autore – il mai avvenuto incontro, dopo la pubblicazione del libro, tra la Napoli offesa e la persona accusata di averle inventato una atroce nevrosi». Andò affida lo spettatore ad una voce che riflette l’identità civile di questo paese, Anna Maria Ortese, capace di «incidere per noi veri e propri paesaggi morali proteggendoci dalla loro supposta irredimibilità». Voce segretamente affine a quella di Georges Perec, visionario cartografo e topografo di una mappa impossibile dell’identità. La drammaturgia di Scalo Marittimo di Raffaele Viviani, creazione dei primi del Novecento sul tema fantasma dell’emigrazione, offre all’autore la chiave per disegnare lo scalo marittimo come un luogo del destino dove convergono voci di vivi e morti, depurato da preoccupazioni narrative e trasformato in paesaggio, profilo morale, natura morta.
Interessante e suggestiva la scelta registica di Roberto Andò di creare una “natura morta” come egli stesso l’ha definita, per raccontare crimini e dolori che attanagliano metropoli cosmopolite e caotiche per antonomasia come quella di Napoli. Tuttavia, la scelta del particolare ritmo imposto agli attori racchiusi nelle varie sezioni che rappresentano i diversi ambienti e lo scenario naturale offerto dalla stazione marittima che, con le sue perenni attese di arrivi e partenze sembra un luogo senza tempo, riescono davvero a conferire a questa messa in scena tutta la magia e le sensazioni di un quadro d’autore.
Lo spaccato dipinto da Andò apre allo spettatore la visione globale di una realtà fatta di squallore e miseria senza fine, vivisezionata dalla lucida descrizione di una donna che l’osservi, dai finestrini di un tram, durante l’ennesima, lenta corsa verso il nulla. Molteplici situazioni si rivelano via, via, nelle case, dietro i vetri, o all’esterno, nei bar e nei ritrovi.
Alla fioca luce di qualche lume acceso un’umanità varia per etnia, cultura, età e status sociale, è intenta a lavorare, giocare, godere, soffrire, amare, dormire. Su tutto, immutabile, lo scorrere inesorabilmente lento del tempo che conferisce alle azioni un’atmosfera surreale di vita-morte che induce l’animo alla fuga, anch’essa lenta e rassegnata sulle note di una marcia funebre, verso un’ignota nuova destinazione che, tuttavia, sa già di sconfitta. Ciascuno trascina, senza enfasi, il suo carico di dolore in questa estenuante ed inutile marcia dell’uomo verso un destino migliore, identificato in un qualsivoglia luogo geografico posto magari dalla parte opposta della terra, nella vana speranza che allontanarsi fisicamente possa significare distaccarsi da quell’universale senso di frustrazione che accompagna i rassegnati di qualsiasi latitudine cui esperienze storiche negative hanno attribuito un assurdo e malato senso di ineluttabilità che via, via, si è sostituito al più naturale e gratificante senso di autostima che è alla base della crescita di qualsiasi individuo e, di qualsivoglia civiltà, degni di questo nome.
L’apparente immobilità suggerita dal lavoro in scena è, per suo contro, un violento e speranzoso schiaffo in pieno viso atto a risvegliare coscienze sopite che da secoli continuano il loro calvario …proprio come se nulla fosse avvenuto.
Napoli, Teatro Festival Italia - Darsena Acton 25/ 06/ 2008
Inserita il 26 - 06 - 08
Fonte: Angela Cotugno
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