Il luogo storico della giustizia napoletana è stato invaso per alcuni giorni dal teatro: Castel Capuano è stata una sede prestigiosa per presentare, in prima assoluta per il Napoli Teatro Festival Italia, il nuovo spettacolo di Francesco Saponaro (nella foto), A causa mia: il processo D’Annunzio-Scarpetta, ma in parte infelice per la sistemazione del pubblico, che con grande difficoltà è riuscita a seguire la messa in scena. Diversi i problemi: il caldo infernale, ma soprattutto l’impossibilità a tratti di ascoltare le parole degli attori e di vederli recitare.
Il pubblico è stato sistemato ai due lati di una grande ed antica sala. Ad un’estremità un letto in cui dorme Eduardo Scarpetta con la moglie. In alto uno screen che mostra immagini di Gabriele D’Annunzio che dirige le prove del suo dramma La figlia di Iorio. Siamo nel 1904. Le immagini, scandite da musica lirica, si interrompono nel momento in cui lo scrittore e attore comico napoletano si sveglia di soprassalto. L’opera del vate sembra essere il suo incubo. Si sveglia, si alza e comincia a recitare la sua riscrittura, la sua parodia. Si muove come un fantasma alla luce di poche candele attraversando tutta la sala e sbeffeggiando la tragedia pastorale di D’Annunzio. Cambio di scena con l’uscita del letto. Scarpetta si presenta con bombetta, papillon e ombrello, sta per partire per Pisa col suo copione ormai terminato Il figlio di Iorio da mostrare al maestro. Lo screen mostra l’incontro tra un commediante con la fissa della parodia ed il tronfio poeta nazionale, completamente assorto nella costruzione del suo mito e del tutto incurante di chi lo circonda. Scarpetta ritorna a Napoli e sulla scena con la decisione di rappresentare a teatro il suo lavoro. Ma a poco serve la serenata che rivolge a D’Annunzio, la cui faccia perplessa appare in alto nello screen, perché Scarpetta viene presto denunciato per plagio e contraffazione e ne scaturisce un famoso processo (nel quale alla fine Scarpetta risulterà innocente).
Lo spettacolo, caratterizzato dalla raffinata interpretazione di Gianfelice Imparato e da un gruppo di attori di solida esperienza e vivace capacità, sembra perdersi tra teatro, storia ed installazione audiovisive. Nel complesso la scena, anche se sostenuta da una drammaturgia che si è formata attraverso un grande lavoro di ricerca, sembra spenta e povera. Non basta Imparato a tenere in piedi una scrittura scenica immobile, poco articolata, che troppo spesso si adagia sul girato cinematografica che appare sullo schermo. Anche l’uso della telecamera nel finale, che ci mostra il protagonista davanti alla corte, pronto a difendersi, sembra un gioco di specchi estremamente forzato. La giustizia alla fine fa trionfare la parodia, mentre la scena non riesce a decollare, sospesa tra commedia e tragedia.
Inserita il 22 - 06 - 08
Fonte: Roberto D'Avascio
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