SPECIALE TEATRO-FESTIVAL-ITALIA: Memoria divisa, una performance con poco teatro
Nella promettente oscurità di un retropalco spettatori deportati nel silenzio attendiamo qualcosa che dia corpo all’ideazione, la sostanza che alimenti la creazione per la scena, la ricaduta drammaturgica che nasca dallo spunto, insomma qualcosa che ci prenda e ci trascini nel viaggio e nell’incanto, nel luogo polimorfo della rappresentazione, della parola narrata e di quella evocata, del codice che ambisce a dire e di quello che cerca di tacere.
Invece Memoria divisa ci separa dal teatro, ci allontana dal linguaggio della scena e non propone linguaggio alternativo; insomma, ci lascia al buio dinanzi al gesto reiterato di un atleta - l’agile ed abile Emanuele Esposito -, un gesto che può dare solo in parte ragione ad un’idea di messinscena. Sì, certamente cogliamo un passaggio di dolore e sofferenza, la terra sotto cui muore ogni luce, la luna che è sola testimone dell’inganno, ma non c’è storia e non c’è emozione, nessuna scossa che arrivi al cuore o scuota le coscienze.
Insomma, quella a cui abbiamo assistito dovrebbe essere considerata più una forma artistica di performance, adatta a spazi museali, che una vera e propria operazione per la scena; anzi, offrirla come tale ci sembra davvero una bizzarra forzatura, soprattutto se viene accompagnata da una nota di regia che ha poco senso, e che vuole si veda nel progetto un coinvolgente ricordo delle foibe, mentre a stento possiamo rinvenire un’idea di prigionia, fuga e cattura; così, nonostante le foibe siano in questi anni materia di gran moda (forse anche troppo), purtroppo qui sono le grandi assenti, o almeno è assente la loro presunta unicità nella memoria.