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SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - Le Troiane, una tragedia mancata
Dopo le note traversie atmosferiche è finalmente andato in scena il tanto atteso spettacolo “Le Troiane” di Annalisa Bianco e Virginio Liberti, tratto dalla tragedia di Euripide. La messa in scena, che doveva inaugurare a Napoli il Teatro Festival Italia, concepita per una rappresentazione in esterno, è stata poi trasferita sotto il tetto sicuro del teatro Mercadante. Molto rumore per nulla, verrebbe da dire, o almeno per poco. La scena si presenta vuota, ma allo stesso tempo ingolfata di oggetti sparsi sulla piattaforma, di sedie ai vari lati del palco e di rozzi Greci che introducono l’azione sulla scena. Questi achei vestono con un completo chiaro, indossano cappelli di paglia e fumano incessantemente. Sono lì per sbeffeggiare Troia. Sono lì a ricordare la forza della loro modernità, quella che ha schiacciato la civiltà frigia con l’astuzia e la violenza, forse sarebbe meglio dire con l’astuzia della violenza (di Ulisse). Dopo le tirate di questi Greci sbruffoni che parlano francese, comincia la lunga e sofferta passerella delle donne troiane, umiliate e sconfitte, che vestono invece gli stracci di una civiltà antica e preziosa. Prima entra Ecuba, la vecchia regina e moglie del defunto Priamo, affrante e distesa sulle macerie della sua città; poi segue Cassandra, la cui profezia non è stata ascoltata e che è vagamente ilare all’idea di seguire Agamennone, il suo nuovo padrone, solo perché lei sa che lo ucciderà, vendicando la sua stirpe sterminata; subentra successivamente in scena Andromeda, moglie del valoroso Ettore, che maledice la sua restante vita al seguito del figlio di Achille e che vede morire il figlio Astianatte gettato dalla rupe di Troia; è infine la volta di Elena, amante di Paride e moglie di Menelao, che viene accusata da Ecuba della catastrofe troiana e che cerca delle giustificazioni alle disgrazie che ha portato la sua presenza presso lo Scamandro. Nella seconda parte dello spettacolo una parte della piattaforma viene alzata a formare uno parate che fa da sfondo alla sofferenza delle donne troiane. Ecuba si scinde in quattro figure femminili diverse, mentre i Greci fanno ironica eco alle battute delle troiane, picchiandole, deridendole, minacciandole. Malgrado la buona interpretazioni delle attrici femminili e i coraggiosi tentativi di quelli maschili, la scena euripidea non riesce davvero a comunicare un completo senso del tragico. Il problema risiede nella regia dello spettacolo, in particolare nella scrittura scenica, cioè nell’uso dello spazio scenico in relazione al testo da mettere in scena. Usare una piattaforma vuota è un’ottima idea per realizzare un progetto del genere, ma questa piattaforma va riempita da un’azione scenica. I linguaggi della scena devono poter esprimersi e la scrittura della scena deve essere un qualche modo articolata. Nono bastano le lingue straniere che si mescolano, nè basta la presenza scenica degli attori. Nel programma di sala si dice che la tragedia greca è morta e seppellita; si dice anche che “per noi le parole scritte più di duemila anni fa restano lontane e incomprensibili”. Tuttavia non si può capire l’oggi, non si può attualizzare il passato, se non si scivola vorticosamente in quel passato. Le parole di duemila anni fa non sono incomprensibili, sono invece attuali: questa è la tragedia. Il senso tragico moderno è possibile da un dialogo con quello passato. Si afferma anche: “il tragico come conflitto senza soluzione”. Giusto. Ma non si vede il conflitto. Lo spettatore non soffre. Sembra davvero difficile credere che da questi achei elegantemente in giacca possa sgorgare il sangue di Troia. Artaud diceva che bisognava andare a teatro come se si andasse dal dentista, con lo stesso spirito di paura. Ebbene, avrei voluto sentire terrore davanti alla violenza achea e pietà per le donne troiane.
Inserita il 12 - 06 - 08
Roberto D'Avascio
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