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Speciale Teatro Festival Italia - L’assenza delle Troiane, tragedia napoletana
Speciale Teatro Festival Italia   L’assenza delle Troiane, tragedia napoletana
Prologo - Venerdì 6 giugno. Piove. Un violento acquazzone scuote la città di Napoli alle 20.15, dopo una giornata di nuvole e pioggia. Telefonata profetica alla biglietteria del Festival Teatro Italia: «Si farà questa sera lo spettacolo “Le Troiane”?». Risposta pronta: «Ma certo, alle 21.30». Insisto: «Anche sotto la pioggia?». Replica definitiva: «Non si preoccupi, lo spettacolo si terrà al coperto: è stato montato un tendone. Venga tranquillamente, lo spettacolo ci sarà di sicuro». La ragazza che offriva queste informazioni, oggi devo supporre, non doveva essere una Cassandra. Parodo - La pioggia si è momentaneamente fermata. Verso le 21.00 riprende inesorabile. Traffico. La città sembra poco illuminata. Forse sono in una tempesta scatenata da Poseidone. Gli dei dell’Olimpo sono avversi al Festival Teatro Italia che si inaugura a Napoli? Poco credibile come spiegazione: Poseidone avrebbe certamente un altro Ulisse da tormentare e far vagare sui flutti. Parcheggio. Mi dirigo, sotto una lieve pioggerellina, verso l’Albergo dei Poveri, restaurato solo in parte e dopo innumerevoli anni, dove “Le Trioane” di Euripide inaugurano il Festival. La facciata è illuminata; c’è ressa di ombrelli e d’impermeabili leggeri. Mi avvicino e resto un po’ deluso, perché ci sono più forze dell’ordine che cittadini comuni e futuri spettatori. Avvisto perfino i vigili urbani, almeno un paio, che vietano la sosta davanti all’ingresso principale. Ricomincia a piovere seriamente. Episodio primo - Mi dirigo verso il botteghino che è stato installato sul lato destro di Palazzo Fuga per procacciarmi l’accredito stampa. Mi presento garbatamente: «Sono un redattore di teatro.org...». Risposta perentoria: «Vada all’altro botteghino, perché è lì che distribuiscono i biglietti per la stampa». Vado. Mi sposto all’altro lato del palazzo, ricordandomi che l’Albergo dei Poveri è un bellissimo palazzo del ‘700, uno dei più grandi d’Europa per le sue dimensioni; mi viene anche in mente che l’edificio è talmente grande che dalla tangenziale di Napoli è possibile ammirarlo nelle sue possenti forme. Nel frattempo mi sono tirato il cappuccio sulla testa perché gli schizzi di pioggia incalzano. Raggiungo l’altro botteghino e mi sembra improvvisamente di essere davanti alla rocca di Troia, che devo in qualche modo espugnare. Stasimo - Passo tra le chiacchiere: « Finalmente anche a Napoli il grande teatro», «Napoli non è solo mondezza», «Ci saranno anche le autorità, per creare l’evento», «Stavolta l’organizzazione è buona, peccato per il tempo…». Arrivo al botteghino che si trova alla sinistra del palazzo. Episodio secondo - Ci riprovo. «Alla biglietteria sull’altro lato mi hanno detto di chiedere qui l’accredito stampa». Risposta persuasiva: «In realtà lei dovrebbe andare sulle scale, dove troverà un desk per stampa». Non sono convinto ed indico col dito: «Quindi vado su per lo scalone?». Risposta quasi definitiva: «Sì, là troverà il desk». Mentre affronto le scale mi immagino il monte Ida e la rocca di Pergamo, ma i miei pensieri poetici sono innervositi non dall’apparente (e prevedibile) confusione, né tanto meno dalla pioggia fastidiosa; bensì da quella parola, “desk”. Ma lo sa quella fanciulla dall’accento chiaramente partenopeo che Napoli si trova in Magna Grecia e non nel Warwickshire? Stasimo - Ancora chiacchiere. «No, mi pare che l’Italia gioca lunedì», «Ho visto anche un ministro, sì, proprio lì dietro», «Se non fosse per questo tempaccio...», “Dopo ’sto spettacolo ce ne andiamo a cena con l’assessore…». Effettivamente il mio coro parla di tutto fuorché di teatro. Episodio terzo - Tuono. Lampi. Ancora pioggerellina; sembra che la situazione debba peggiorare. Salgo per questa benedetta scalinata, ma vengo presto fermato da un vigilante. «Non si può passare senza biglietto». Ribatto: «Io starei andando a procurarmelo, cerco il mio accredito stampa». Il nerboruto guardiano, auricolare incorporato e faccia da Rambo, mi ribadisce che in cima alle scale non c’è alcuna postazione per la stampa. Persevero: «Ho chiesto a entrambi i botteghini, sono loro che mi hanno mandato qui a prendere l’accredito». Niente da fare. Impossibile salire senza Biglietto. E impossibile procurarsi il biglietto senza salire. Questa è la tragedia. Non riuscirò mai a scalare la rocca di Ilio. Comincia a piovere. Corro di nuovo verso il basso a chiedere spiegazioni. Stasimo - «Ah, che bel vestito, dove l’hai comprato?»,« In un negozio un po’ caro, ma è perfetto per la serata», «Sembra che la situazione della spazzatura stia migliorando», L’unica seccatura della serata è questa pioggia che mi bagna i piedi». Le signore che discutono non mi ricordano affatto Ecuba, Andromeda e Cassandra perché sono davvero lontane dalle Trioane a cui sto pensando, dalla loro sofferenza e dai cenci sbrindellati che indossano davanti alla loro città distrutta. È chiaro che si tratta di donne achee, travestite da napoletane per l’occasione mondana. Episodio quarto - Ritorno al botteghino di partenza. Piove sempre, ma non è ancora tempesta. Faccio di nuovo la fila. Parlo con un’altra Cassandra. «Senta, una guardia forzuta non mi fa attraversare le scale senza biglietto e sostiene che di sopra non ci sia alcun banchetto per la stampa». Risposta allibita: «Come sarebbe? Guardi bene, perché deve esserci». Ribadisco che ad ogni modo non posso salire. Allora lei chiede ai colleghi. Facce perplesse. Telefona. Facce interrogative. Telefona ancora. Facce disorientate. La fila aumenta, ed anche la pioggia. Alla fine concorda: «Credo che il banco per la stampa non sia ancora arrivato, ma aspetti un momento». Incalzo preoccupato: «E lo spettacolo che inizia tra pochi minuti?». Nessuna risposta. Arrivano altri giornalisti, confusi e senza meta per i loro accrediti. Improvvisamente si accende la bufera, pioggia e vento. La gente scappa a ripararsi, apre tutti gli ombrelli, maledice Zeus per il diluvio. Il botteghino, purtroppo, non ripara dalla pioggia neanche un centimetro di fila. Inzuppato, imploro: «Cosa devo fare? Dove devo andare? Dove mi riparo?». Impietosita, la fanciulla mi mostra il viso di chi non immagina assolutamente come gestire quella fila, né la pioggia, né lo scompiglio dell’ufficio, né l'agitazione dei giornalisti. Però, ninfa gentile, mi porge un ingresso omaggio. Stasimo - Corro sotto la pioggia verso lo scalone. Affronto le scale rapidamente, col biglietto in mano da esibire al militare acheo che prima mi aveva ostruito il passaggio. Arrivo fin sopra e non lo incontro. La pioggia lo ha fatto volatilizzare. Si entra praticamente senza biglietto. Il teatro per tutti, come nella Grecia di Euripide. Davanti all’androne le mie peripezie non sono però finite, perché l’ingresso è ostruito, e ancora una volta rimango sotto la pioggia, cercando di trovare un varco. «Una grande occasione di rilancio per la nostra città…». Voci di questo tipo arrivano dalle luci dell’androne, asciutto, pulito e inaccessibile. Mi sporgo e vedo, l’uno dietro l’altro, Antonio Bassolino, Rosetta Jervolino, il ministro Bondi. Fanno le interviste illuminati dai flash dei fotografi e avvicinati dai microfoni dei giornalisti di rango. Loro dentro, sulla soglia. Noi fuori, sotto l’acqua, ad aspettare che concludano la loro piccola conferenza stampa. Le loro parole, la nostra attesa. Penso alle violente parole dei Greci, vincitori e conquistatori, e alla terribile attesa delle donne troiane, dopo la sconfitta, alla ricerca di un destino. Episodio quinto - Riesco con un po’ di violenza (purtroppo la mia città mi ha insegnato anche la violenza) ad infilarmi all’interno, così finalmente trovo un riparo, e scorgo sul fondo della sala un banchetto per la stampa. Scavalcando la ressa che si stringe attorno al potere politico, mi dirigo verso la postazione e ottengo infine il mio accredito. Per dovere civico informo le ragazze che la situazione in basso è un po’ confusa. Mi rassicurano che provvederanno subito, ma i loro visi sono ancora più incerti. Sono ormai le 21.30 e mi sento tranquillo. Ho il biglietto e sono finalmente dentro. Mi appoggio in un angolo appartato e comincio a sfogliare “Le Trioane” di Euripide. Mentre sto leggendo, un nuovo colpo di scena. Appare Quaglia, il direttore del Festival, che alza le braccia e chiede silenzio per il suo monologo non previsto. Annuncia ai convenuti che è lieto della folta presenza di pubblico, nonostante il brutto tempo, ma purtroppo lo spettacolo non ci potrà essere perché la pioggia non lo permette. Ripenso alle rassicuranti parole della mia Cassandra, un’ora prima. Quaglia spiega anche che era stata creata una struttura per riparare pubblico e scena dall’acquazzone, ma che i registi ritengono le condizioni atmosferiche troppo difficili da gestire; ci spiega infine che i biglietti saranno riconvertiti per un’altra serata, e che è già pronto un buffet di consolazione per tutti gli ospiti. Esodo - Lo spettacolo non si fa. Molti sono scontenti, qualcuno sembra sollevato, nessuno protesta. L’evento è rimandato. Penso a Ecuba, sola sulla scena e sotto la pioggia, in attesa di uno spettacolo che non ci sarà. Penso al suo strazio per la famiglia sterminata e la città di Troia ormai in fiamme, appiccate dai Greci, prima di ripartire per la loro patria col bottino e con le donne troiane, ormai schiave, al seguito. Penso a Troia che brucia e il pensiero mi rimanda alla Napoli di oggi che affronta l’ennesimo violento acquazzone in una giornata di giugno. La mondezza, la guerra di camorra, la disoccupazione: mali ancestrali della società napoletana. Poi penso al teatro come arma di lotta contro tutto questo, al suo farsi e disfarsi attraverso orrore e catarsi. La tragedia di Napoli mi sembra in questo caso l’assenza dello spettacolo, la soppressione della tragedia euripidea. La sala lentamente si svuota. Si va verso il buffet, degno sostituto di una scena mancata. Ultimo colpo di scena: si scatena di nuovo la bufera. Ancora pioggia e vento. Persone ancora in fuga. Del buffet, misteriosamente, nessuna traccia. Ultima fuga verso casa, sperando che non ci vogliano dieci anni di traffico apocalittico. Sperando nella pietà di Poseidone; almeno nella sua.
Inserita il 07 - 06 - 08
Roberto D'Avascio
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I Commenti degli Utenti

Ah Napoli=kaos..
Ovvio che a Napoli,città del disordine,dei teatri anche amatoriali dove giovincelle bionde recitano..se stess,non ci potesse essere qualcosa di veramnete carino
MENOMALE..c'è siracusa..in sicilia e amantea in calabira..Speriamoche CON LA MONDEZAA...I TURISTI SCENDANO IN CALABRIA E SICILIA,UN PO' DI TURISMO SANO..NON CAOTICO,SEMPLICE E GENUINO(E OVVIAMENTE SENZA RITARDI) CI SONO.
A SIRACUSA HANNO RECITATO CON LA PIOGGIA..VERI GRECI!!!BRAVI
08 - 06 - 08 - di: ACIRNE OLAD -

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