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SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - La tragica danza sospesa di Jan Fabre
Grande attesa ieri al Teatro Nuovo. Una folta folla di spettatori si è accalcata nel cuore dei Quartieri Spagnoli per la messa in scena, in prima assoluta per il Teatro Festival Italia, in questi giorni in corso di svolgimento a Napoli, di Another Sleepy Dusty Delta Day di Jan Fabre, che ne ha curato anche la coreografia, insieme alla performer croata Ivana Jozic. Il pubblico entra in sala a sipario già alzato. Nell’angolo a destra, in avanscena, una donna vestita di giallo e con un cappello è seduta su una sedia a dondolo, beve della birra, guarda il pubblico, si addormenta, si sveglia, si dondola avanti e indietro. La scena è molto suggestiva perché presenta diverse piccole montagne di pietre di carbone attraversate da trenini elettrici, mentre in alto sono appese tante gabbiette di canarini gialli. Ai due lati del palcoscenico ci sono due microfoni. Lo spettacolo inizia nel momento in cui la ragazza si alza di scatto, prende una lettera dalla parte interna del reggiseno e comincia a leggere.

La storia è quella di un ragazzo, Billy Joe, che ha lasciato in questa lettera il suo testamento esistenziale alla sua amata prima di gettarsi da un ponte per suicidarsi. La storia sembra articolarsi in due momenti fondamentali, che si alternano sul palcoscenico. Il primo è quello narrativo in cui la danzatrice Ivana Jozic legge dei passi dal foglio di carta, da cui non riesce a staccarsi, per raccontare il suicidio di Billy, inteso come atto di liberazione, sfida alla pubblica morale, schiaffo anticonformista di chi preferisce la morte della paura alla disumana e debole paura della morte. Il secondo è costituito invece dal movimento della danza dell’unica attrice dello spettacolo, che riesce ad articolare il proprio corpo su tutto il palcoscenico attraverso movimenti ora plastici, ora meccanici, fino a rappresentare una danze fatta di convulsioni terribili. Nell’alternanza tra questi due momenti, la danzatrice beve birra, lancia le bottiglie contro i trenini elettrici, si rivolge al pubblico, scuote le gabbiette facendole volteggiare, per poi riprendere a leggere la lettera, a cantare e a danzare le stesse convulsioni.

Malgrado il pubblico abbia applaudito in maniera estremamente calda alla dura performance di teatro/danza che Jan Fabre ha drammatizzato sulla scena per la bravissima Ivana Jozic, non sembra tuttavia di avere assistito ad un capolavoro di drammaturgia. È vero che l’interpretazione che è stata resa attraverso la danza risulta estremamente potente, ma non basta gettare una bottiglia contro un pezzo di scenografia per esprimere la rabbia della vita, lo sgomento davanti alla morte e le ferite aperte di una ragazza davanti alla freddezza della propria famiglia. L’impressione è che lo spettacolo voglia cercare troppo di stupire e poco di convincere ed il senso del tragico, quello che incute paura, ribrezzo e angoscia, resta sospeso. Il punto debole della messa in scena sembra la drammaturgia, in particolare la relazione scenica e spaziale tra la danza ed il racconto, tra i movimenti e la parola, tra la descrizione fatta con il corpo di aspre traiettorie di sofferenza ed il loro inquadramento diegetico. I muscoli della danzatrice sembrano effettivamente indirizzarsi verso un senso del tragico, verso una partitura da suicidio, verso un orrore scuro come il carbone dei trenini, che il suo racconto, però, sembra far sfumare. Mentre la danza si spinge attraverso le convulsioni verso un abisso senza ritorno, quella lettera resta sul ponte, non riesce a sprofondare e a rovinare definitivamente la scena.
Inserita il 27 - 06 - 08
Fonte: Roberto D'Avascio

SPECIALE TEATRO FESTIVAL ITALIA - Eccesso filologico di Tanto Amor DesperdiçadoPRECEDENTE SUCCESSIVOUna stagione 2008/2009 variegata e innovativa al Teatro Smeraldo di Milano

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