Da un’idea simpatica ed accattivante prende vita e si sviluppa la "passeggiata drammaturgica" sulle orme di Casanova, progetto curato e diretto da Luca De Fusco (in foto) e prodotto dal Napoli Teatro Festival Italia e dal Teatro Stabile del Veneto. Un iter immaginario funzionale a dare della vicenda del Don Giovanni veneziano una lettura alternativa ed una soluzione più umana, non confinata nell’impenetrabile zona dell’irresistibile seduttività e della lusinga ingannatrice.
Cinque episodi della vita di Casanova, riscritti e romanzati da cinque scrittrici da sempre attente al tema della memoria e alla definizione di un’identità marcatamente femminile, rivissuti da Gaia Aprea, Anita Bartolucci, Sara Bertelà, Giovanna di Rauso e Marta Richeldi, temperamentose interpreti della scena contemporanea che offrono credibilità e fascino al progetto teatrale ed alla regia, un po’ accademica ma lineare, di De Fusco.
L’operazione, dunque, considerate le premesse, dovrebbe risultare tra le più riuscite e convincenti del Teatro Festival, eppure qualcosa, nel complesso, non ci persuade, anzi di più, ci infastidisce proprio, e ci consegna senza mezzi termini alla noia; questo "qualcosa", probabilmente, ha origine nella tesi di fondo su cui si regge l’intera messinscena, cioè la pervicace ed insistita ricerca di una "controstoria" che neghi e ribalti il monumento, vietamente maschilista, alla celebrata virilità dell’abietto seduttore costruito a partire dalle "Memorie" dello stesso Casanova.
Infatti se tale monumento è, nel suo dogmatico gregarismo di genere, cosa obsoleta e volgare, nei confronti della quale non nutriamo alcun interesse né umano né intellettuale, la "controstoria" al femminile dà prova di un altrettanto piatto e convenzionale repertorio di moine, vezzi, fronzoli e leziosaggini che, solo in un paio di occasioni, precisamente nei testi di Paola Capriolo e di Maria Luisa Spaziani, restituiscono alla vicenda un prototipo di donna consapevole e volitiva, un prototipo in cui la grazia e l’affetto non si disfino tragicamente in retorica esaltazione di particolari attitudini della femminilità, sia sul piano del comportamento quanto su quello concretamente fisico.
Insomma, se all’impersonale e tedioso stereotipo del seduttore impenitente sostituiamo l’altrettanto sterile e consunto archetipo della donna che maliziosamente trama, ammicca e geme, come fa la pièce, non raccontiamo davvero nulla di nuovo relativamente alle dinamiche relazionali ed affettive che si ripetono all’infinito nelle società occidentali, anche perché, a ben guardare, sono aspetti complementari e speculari di un medesimo gioco di ruoli grazie al quale platealmente, e come in una stucchevole schermaglia, possiamo comodamente fingere un atteggiamento vanitosamente anticonformista, pur di apparire impegnati e sensibili ad una cultura progressista e di ricerca.
Napoli, Festival Tearto Italia - Certosa di San Martino, 14 giugno 2008
Inserita il 24 - 06 - 08
Fonte: Claudio Finelli
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