SPECIALE TEATRO-FESTIVAL-ITALIA: L'invisibile solitudine dei migranti
Schiavitù moderna, con tutti i suoi rivolti. Storie di lontananza e di emarginazione. Le pareti della solitudine, libero adattamento del testo di Tahar Ben Jelloun, è un atto d’accusa nei confronti di un mondo di pregiudizi e di muri ideali.
Il testo, portato sul palco del Teatro Instabile di Napoli dai componenti della compagnia di migranti e di rifugiati e richiedenti asilo del progetto I.A.R.A. diretti da Prospero Bentivenga, scandaglia efficacemente l’animo di extracomunitari alla ricerca di un domani migliore, tra lavoro in nero, negazione dei diritti e nostalgia della propria terra: perché venga alla luce ciò che non emerge all’apparenza. Basta andare un po’ oltre per comprendere tormenti e angherie che costellano la vita degli emigrati. Vere e proprie "macchine da lavoro" ci passano accanto quotidianamente, eppure non conosciamo effettivamente la loro identità individuale, i loro vissuti. Emerge un’umanità, una sofferenza che troppo spesso non vediamo o non vogliamo vedere.
Al pubblico arriva in maniera diretta il coinvolgimento degli attori. Solo chi ha vissuto sulla propria pelle tali esperienze può rendere appieno gli stati d’animo di chi ne viene investito, gridarne la rabbia. Lo spettacolo viene interpretato infatti con intensità e con credibilità; induce dunque a ripensare a episodi di attualità; come la strage di Castelvolturno e le ronde, che sono l’aggancio ideale con una realtà fatta di diffidenza e paura, più che di accoglienza. Che piaccia o no anche le accuse («gli italiani fanno schifo») chiamano in causa tutti in prima persona.
La regia punta molto sulla fisicità: attraverso il gesto e la maschera gli attori comunicano più che con le parole l’alternarsi dei molteplici stati d'animo che attraversano il testo. Buono il ritmo che consente di andare avanti per oltre un’ora con una discreta tenuta della scena. Il finale regala anche un barlume di speranza.
Teatro Instabile - Napoli, 20 giugno 2009